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Se per le donne iraniane la rivoluzione è anche un ciuffo che avanza

Viaggio nel regno delle file separate sull’autobus, uomini avanti donne dietro, dove separate sono persino le maniglie per aprire la porta dell’albergo. Ma sotto il velo fa capolino, caparbiamente, la forza femminile

È stato l’unico viaggio per affrontare il quale le istruzioni su come vestirsi e comportarsi erano più lunghe dell’itinerario. Consentiti i sandali, ma le caviglie devono essere coperte da pantaloni o gonne lunghe fino ai piedi, come coperto deve essere il sedere, da camicie o maglie larghe; le forme non devono essere messe in evidenza; no alle maniche corte, tollerate quelle a tre quarti; mai maglie scollate; capelli e collo coperti; il velo va tenuto anche nei luoghi chiusi e sul pulmino; niente indumenti troppo vistosi o trucco troppo pesante. Anche in autobus uomini e donne non possono stare accanto, ma sono seduti in posti separati.

Benvenuti in Iran. Benvenuti in un paese accogliente e ospitale, struggentemente bello, ricco di cultura, fascino, storia. Benvenuti nell’antica Persia, dove ancor più inspiegabilmente si arretra su certi fronti. E dove però il velo risulterà l’ultimo dei problemi.

Benvenute in un paese nel quale le donne possono diventare avvocato ma non giudice, e la cui testimonianza in tribunale vale la metà di quella di un uomo. Ma è anche lo stesso paese nel quale, mentre aspetti il tuo turno all’ufficio stranieri di Teheran perché ti prolunghino il visto – e ti rifiutano le foto fatte a testa scoperta –  puoi vedere una nonna al parco che sorveglia il nipote mentre legge la Divina Commedia tradotta in farsi.

Lo stesso paese nel quale le donne si incuriosiscono e ti fermano per strada, chiedendoti prima di tutto cosa pensi del loro paese, e perché di loro si abbia paura. Poi guardano il raffazzonamento occidentale dell’Jihab (l’abbigliamento musulmano delle donne) che hai assemblato, e in una frazione di secondo una ti sospira “deve essere bello sentire il vento sul corpo”. Loro che il corpo possono scoprirlo solo quando sono in casa, quando il vento al massimo lo fa un ventilatore.

Benvenute nel regno della separazione. Dove separate sono le file per salire sull’autobus e separati si viaggia quando si sale a bordo, uomini avanti donne dietro, e separate sono alcune maniglie per aprire la porta dell’albergo. Separati pure i festeggiamenti ai matrimoni: ognuno cena da sé, le donne di qui, gli uomini di là.

Ma è sulla spiaggia di Astara, arrivati sulle rive del Mar Caspio, che sembra compiersi il salto da “tradizione culturale” ad “apartheid”. Non avrà certamente aiutato il fatto di approdarci in una giornata senza sole, ma il buio che si è visto calare quel pomeriggio non ha eguali: sbarcati su una sorta di stabilimento balneare anni ’50, il primo cartello che campeggia sulla spiaggia è la linea Maginot dell’impensabile: spiaggia-uomini, spiaggia-donne. Entrambe recintate e schermate a sguardi indiscreti, parti in mare comprese. In mezzo, un lembo di terra di nessuno ove è tollerato deambulare entrambi, ovviamente le donne completamente coperte.

Ma mentre la parte uomini è spaziosa quella delle donne – inaccessibile – è limitata a non più di cinque metri dalla riva: gli uomini si vedono nuotare, schiamazzare, rincorrersi, ma dalla parte delle donne non arriva neanche un suono. Per poter entrare nella zona femminile si deve passare prima da una sorta di Check point Charlie di accesso, un gabbiotto presidiato dalla polizia femminile che requisisce all’ingresso borse, macchine fotografiche e cellulari.

Ed è a quel punto che appare davanti agli occhi una striscia di spiaggia requisita, schermata e circondata di pesanti teli azzurri con, in fondo, uno spicchio di mare rubato. In acqua poche donne, in costume intero, che al massimo possono appozzarsi sedute perché l’acqua, nella zona dove è loro consentito spingersi, arriva fino ad altezza ginocchio.

Nessun suono, nessuna risata, nessuna vita. Non c’è spazio né profondità neanche per una bracciata: sono lì come nell’ora d’aria, a passeggiare avanti e indietro in un mare che è triste e spento pure lui.

Eppure la rivoluzione, in Iran, la stanno facendo proprio loro. E non in piazza: nelle stanze di casa e nelle Aule universitarie nelle quali studiano, studiano e studiano, ingegneria (tante), fisica, chimica. Ma soprattutto nella sala trucco e dal parrucchiere. È la rivoluzione invisibile. Quella gentile. Quella quotidiana. È proibito truccarsi? E loro lo fanno. Proibito ascoltare la musica? Loro l’ascoltano. Proibito fumare in pubblico? E nelle sale da tè le vedi aspirare contente dal narghilè.

Ma la rivoluzione sostanziale sembra stia avvenendo sotto al casco dei parrucchieri: i cui negozi sono ovviamente schermati all’esterno da pesanti teli. È lì che si confezionano acconciature elaborate e architetture complesse come neanche Zaha Hadid assemblerebbe. E impasti di colori, fiumi di meches. Il velo c’è, certo, ma arretra sempre più: nella maggior parte dei casi, nelle città, ormai è solo appoggiato in cima alla crocchia multicolore.

Sono quel ciuffo che avanza e quel velo che arretra i segnali del cambiamento inarrestabile e caparbio: anche qui, come per Sansone, la forza sta nei capelli.