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Non dire femminismo, il discorso di Emma Watson all’Onu

L'attrice ventiquattrenne ha tenuto pochi giorni fa il suo primo intervento al Palazzo di Vetro nelle vesti di ambasciatrice di buona volontà nell'ambito della campagna #HeForShe e ha spiegato che forse sarà il femminismo involontario a salvarci

Che si tratti di un vessillo da agitare o di una battaglia realmente sentita, non c’è dubbio che le questioni di genere siano in questo momento alla ribalta. Eppure la parola femminismo, che ha un suono diverso a seconda delle generazioni che tocca, è diventata spesso impopolare, settaria, fa pensare e relegare immediatamente l’argomento a “roba da donne”. Lo sa bene anche Emma Watson, che sabato ha tenuto il suo primo discorso all’Onu in veste di ambasciatrice di buona volontà nell’ambito della campagna #HeForShe.

Quand’è che la parola femminismo è diventata impopolare?, si è chiesta l’attrice durante il suo speech al Palazzo di Vetro: “Le donne rifiutano di identificarsi come femministe. A quanto pare io sono tra quelle donne le cui parole sono percepite come troppo forti, troppo aggressive, isolanti e anti-uomini, persino non attraenti. Perché è diventata una parola tanto scomoda?”.

Eppure, la ventiquattrenne Watson non ha paura di dirsi femminista: “Ho deciso che ero una femminista quando a 14 anni alcuni organi di stampa hanno iniziato a dipingermi come un oggetto sessuale. Quando a 15 anni alcune mie amiche hanno abbandonato gli sport che praticavano perché non volevano apparire muscolose. Quando a 18 anni ai miei amici maschi non era permesso mostrare i propri sentimenti”. C’è anche da dire che le battaglie per la parità di genere sono illuminate, in questo momento, dal tocco di molte celebrity di Hollywood.

Nel 1997, ha ricordato nel suo intervento il volto della caparbia Hermione Granger, Hillary Clinton fece un famoso discorso a Pechino sui diritti delle donne, e meno del 30 per cento della sua platea era composto da uomini. A distanza di 17 anni cos’è cambiato? Molti uomini continuano a sentirsi a disagio nell’affrontare questi argomenti.

Continuiamo a ripetere qualcosa che è stato già detto e già fatto parecchi anni fa. Eppure, se anche odiamo la parola femminismo, se pure non abbiamo una parola che ci unisce, tra noi, e qui troviamo qualcosa a cui appigliarci, ci sono quelli che Watson ha definito dei femministi involontari, sono loro che stanno cambiando il mondo, ha spiegato l’attrice. La singola azione di un “ambasciatore inconsapevole”, insomma, può fare di più di una battaglia strillata, di uno slogan ritrito che magari fa una macchia ma non si diffonde nel tessuto. E chissà, magari, alla fine, il femminismo involontario ci salverà.