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Un saggio critico sul “gesto della vagina” come icona femminista

Agito con gioia o con rabbia da migliaia di donne, è nato nei primi anni '70, è vissuto un decennio e poi è sparito. Perchè, si sono chieste filosofe, antropologhe, artiste, storiche nel volume Il gesto femminista. La rivolta delle donne nel corpo, nel lavoro, nell'arte

In principio era il gesto, e il gesto erano le donne. Donne diversissime tra loro che sfilando, gridando, ballando, ridendo hanno alzato le mani e disegnato tra pollici ed indici un rombo a raffigurare il proprio sesso. La potenza di quell’iconografia, che ha catalizzato la forza rivoluzionaria di generazioni di femministe, viene oggi rievocata in immagini e parole nel volume Il gesto femminista. La rivolta delle donne nel corpo, nel lavoro, nell’arte curato da Ilaria Bussoni e Raffaella Perna, con contributi di filosofe, antropologhe, artiste, storiche tra cui Laura Corradi, Paola Agosti, Agnese De Donato, Alina Marazzi, Cristina Morini, Letizia Paolozzi, Federica Giardini.

Simile ad altri della collana “Fotografiche” di DeriveApprodi, incentrati su immagini che hanno segnato l’immaginario sociale, politico e visivo degli anni Settanta, questo libro però – dicono le curatrici – “ha un elemento di diversità, perché non parla di un’unica immagine-icona, ma prende in esame una pluralità di scatti dedicati a un unico gesto, quello della vagina, agito con gioia o con rabbia da migliaia di donne, giovani, bambine e anziane con esperienze, desideri e vissuti differenti, che in esso si sono riconosciute”.

Sembra esistere da sempre il “gesto della vagina”, o meglio “il gesto della figa”, ma invece è nato un giorno, sul principio degli anni ’70, è vissuto un decennio e poi è sparito. “Alle autrici che abbiamo interpellato”, dicono Bussoni e Perna a Donneuropa “abbiamo semplicemente chiesto di pensare a quel gesto e tutte hanno reagito con un’affermazione di sorpresa, come a dire: ‘sì, in effetti lì c’è da pensare’. Perché in un certo senso si tratta di un’immagine non ‘naturale’, che ancora obbliga chi la guarda a uno scarto o quanto meno a un interrogativo.

I diversi contributi non hanno un’omogeneità di provenienza disciplinare, né le autrici hanno un’omogeneità biografica (non sono state tutte dirette protagoniste dei movimenti delle donne degli anni Settanta). E anche gli stili delle narrazioni sono tra loro molto eterogenei, attingendo chi all’esperienza diretta chi alla storia dell’arte chi alla filosofia. Ma tutte le autrici riconoscono a quel gesto un valore di rottura, non solo in quanto rappresentazione delle lotte delle donne, anche come gesto in sé. Anche nell’immagine che ne resta”.

Non è infatti solo una pratica politica quella che il libro ricostruisce, ma una pratica della “visibilità pubblica”, del rendere visibile qualcosa che non lo era, o non abbastanza. Il gesto della vagina indicava il sesso come parte anatomica per dire “che non aveva niente a che fare con un organo destinato alla riproduzione”. Ma indicava anche “un’identità di genere, in relazione a sé e agli altri”. E poi quel gesto “era godimento: basta guardare le foto del libro. Il godimento è un’interrogazione nient’affatto marginale per molti femminismi all’epoca, che forse spiega anche perché tante donne vi abbiano aderito”.

Oggi le rappresentazioni del sesso femminile, anche in esperienze provocatorie come quelle delle Vagina Warriors di Eve Ensler o delle Pussy Riot, non sembrano conservare la stessa capacità di rottura dell’ordine dei significati. Cosa è successo? “C’è una continua dialettica tra pratiche di rottura dei rapporti di potere e ripristino di nuove forme di ordine, e non è una specificità dei movimenti delle donne ma riguarda qualunque pratica di liberazione”, rispondono le curatrici del volume.

“Alla rivoluzione delle donne (certo più vittoriosa di altre) si è risposto con una controrivoluzione che non ha per forza assunto i toni del ritorno alla morale (o alla famiglia), ma che si è innestata su un’idea di libertà in grande sintonia con quella del libero mercato, del patrimonio di sé, del capitale umano”. Dove l’esibizione del corpo diventa valore sul mercato, seni e vagine stentano a rompere un ordine della visibilità basato su canoni molto standardizzati, un ordine che sembra annullare in partenza qualunque possibilità di sovversione. “Non c’è più niente che fa ‘buco’, cosa che invece l’immagine del gesto ha fatto”.

Quel gesto è dunque finito, o altre pratiche e discorsi ne hanno raccolto l’eredita? “Non mi piace l’idea della filiazione all’interno dei movimenti”, dice Ilaria Bussoni, che è editor di DeriveApprodi e redattrice della rivista Alfabeta2. “È innegabile che i gesti femministi si siano moltiplicati e frammentati in microgesti, anche quotidiani, che le donne hanno continuato a fare sul piano dei rapporti di potere, economici, affettivi nei contesti più diversi”.

“In un certo senso”, continua Bussoni, “quel gesto non è mai finito. Eppure non è più pubblico, coreografia d’insieme. Al suo posto, a difesa delle donne, sembrano esserci altri discorsi, come quello della denuncia della violenza sulle donne che porta con sé una narrazione ‘vittimaria’. Nessuno di questi discorsi sembra riattivare la potenza di quel gesto, che era rivendicazione, denuncia, scontro ma anche un grande gesto di piacere”.

Quelle dita aperte, quel varco che “fa posto” a ciò che non c’era, ha avuto un grande impatto anche in campo artistico, ricorda Raffaella Perna che è storica e critica dell’arte contemporanea. L’uso dell’immagine della vulva, oggi, ha però ombre e luci: “Ci sono fotografie che non interrogano affatto criticamente l’immagine del corpo femminile nella contemporaneità, ma ripropongono un’identificazione tra donna, sesso e natura, rinforzando semmai gli stereotipi”.

“Diverso è il caso delle opere di Judy Chicago, Valie Export, Zoe Leonard e di molte altre artiste che hanno usato immagini vulvari”, continua Perna. “Qui lo scopo è di rendere evidenti i cliché veicolati dai media, il processo di interiorizzazione da parte delle donna di questi cliché e lo squilibrio di genere nell’accesso alle istituzioni e al mercato dell’arte, sistemi fondati su logiche e presupposti maschili”.

Insomma, il discrimine non è sul cosa, ma sul come e sul perché: “Pensiamo a un artista (maschio) come Jamie McCartney”, conckude Perna, “e al suo The Great Wall of Vagina, un’opera composta da quattrocento calchi in gesso di vulve che non dice nulla più del fatto, ormai ovvio, che ogni vulva è diversa dall’altra. Ed è avvilente che lui spieghi la sua tassonomia enciclopedica proponendo un’equiparazione tra pornografi e femministe. Ha detto: ‘I genitali femminili sono stati da lungo tempo una fonte di fascinazione, recentemente di celebrazione, ma generalmente di confusione. Oggi sembra che raffigurare la vagina sia un’esclusiva di pornografi, artisti erotici e femministe’. Chissà a quale di queste categorie McCartney pensa di appartenere?”.