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Giovanna Nuvoletti: «La misoginia è un’invenzione per creare potere»

La giornalista, fotografa e scrittrice ha raccontato in un pamphlet la grande invenzione della misoginia, che è qualcosa in cui siamo immersi tutti, uomini e donne, gay e lesbiche, a destra e a sinistra, fin da piccolissimi e soprattutto in Italia

C’è un libretto smilzo e digitale, scaricabile anche sullo smartphone, che contiene tra le righe una mole notevole di teorie, ricerche, umorismo e passione. Lo ha scritto Giovanna Nuvoletti, fotografa, giornalista e scrittrice, direttrice del web magazine La Rivista Intelligente. In esso, l’autrice si occupa, con l’arma dell’ironia, di una malattia che colpisce tutti, nessuno escluso, ed è spesso assai difficile da auto-diagnosticare: il morbo della misoginia.

Com’è nata l’iniziativa di scrivere un Piccolo manuale di misoginia per aspiranti bravi misogini?

La misoginia è stata da sempre una mia fissazione e ho deciso di interpretare tutta la storia della condizione femminile sotto questa chiave molto particolare. Ho fatto ricerche di etologia animale, di antropologia, di storia della tragedia greca, perché avevo delle mie tesi, mutuate anche da quelle di antropologhe femministe europee e americane. Quando la RCS mi ha chiesto di fare un eBook, di piccole dimensioni, ho pensato a questo pamphlet. Di misoginia avevo scritto in passato, essenzialmente su King, un mensile maschile, su cui ovviamente parlavo di questi temi in modo spiritoso, perché non potevo e non volevo mettermi, in quel contesto, a fare la femminista dai denti a sciabola o la piagnona. Mi ero messa a fare un femminismo buffo e ho conservato questo tono, ma il mio, in fondo, è un umorismo ebraico, per così dire: si ride della tragedia.

A chi ti rivolgi, principalmente?

Io miro ad arrivare dentro le donne. Ti senti femminista? Leggiti dentro. Ma non ce l’ho con gli uomini. Ce l’ho con la misoginia, come costume, fatto linguistico e visione del mondo; non con le persone. D’altronde, se “femminismo” è una parola giusta e gentile, perché è giusto che le femmine facciano il tifo per se stesse, anche “maschilismo” dovrebbe essere una parola gentile, perché è assolutamente logico che i maschi facciano il tifo per i maschi. Invece non è così, c’è un pasticcio di parole. La “misoginia”, al contrario, è qualcosa in cui siamo immersi tutti, uomini e donne, gay e lesbiche, a destra e a sinistra, fin da piccolissimi e soprattutto in Italia. Il mio manuale è un pamphlet sarcastico, non cattivo, io stessa mi sono presa abbondantemente in giro, parlando dal punto di vista di una tipica “maschio ad honorem”, che si sente “prima persona e poi donna” e ogni tanto si sbaglia e dice “noi uomini”, tanto è attraversata dal fantasma che bisogna essere uomini per fare strada nel nostro mondo.

Le citazioni che riporti sono piuttosto sconvolgenti: uomini illustri, che su altri fronti hanno dato prova di grande intelligenza e sensibilità, sul tema della donna hanno pensieri terribili, di agghiacciante arretratezza.

Perché la misoginia è stata una grande invenzione, grandissima. Le fonti non sono scritte ma ci sono delle prove di una precedente epoca di matriarcato, c’è il lavoro della Gimbutas, ma quel che importa, quel che so per certo, è che c’è stata poi una guerra vera e propria, che ha utilizzato lo strumento razzista della demonizzazione degli esseri da opprimere. Perché si è dovuto opprimere? Per creare il potere. Io mi alleo a te dandoti una vittima, questo è il concetto. Io la penso così e ho fatto molta fatica – a dirla tutta – a scrivere un libro divertente su quest’argomento, perché è chiaro che non c’è molto da ridere. Il femminicidio esiste, la parola non è bella ma tanto meno è bello quello che indica. E non si può chiamarlo delitto passionale, quello esiste ma è un’altra cosa, infatti ci sono le donne che uccidono gli uomini perché sono delle delinquenti assassine, ma il femminicidio porta con sé l’idea che gli uomini detengano un diritto di possesso sulle donne. “Io sono il tuo imperatore e ti taglio la testa, ma tu puoi fare quello che vuoi con tua moglie”, dicono molte società. Tuttavia, non possiamo portare la civiltà noi che siamo malati, dobbiamo prima cominciare da noi stessi, smettendo, per esempio, di dire “non fare la femminuccia” ai bambini maschi. Oggi, per fortuna, esistono anche bambini non misogini, o quasi per nulla, perché sono stati educati da genitori che non lo sono, ma è un processo molto lungo, richiede generazioni, e richiede, innanzitutto, che impariamo a deideologizzarci.

Hai fatto la fotografa per tanti anni. Questo libro non ha immagini di supporto, ma se idealmente tu volessi associare delle immagini al testo, quali sceglieresti?

Le statue stele della Lunigiana, che riportano il segno del cambiamento di sesso, per esempio i seni scalpellati via. È un’immagine forte, che racconta bene cos’è accaduto. La mia indagine vuole far capire che dobbiamo imparare a conoscerci, a vedere la misoginia nascosta in noi, solo a quel punto ognuno potrà decidere per sé. Ci sono persone che si vantano di essere misogine e, se non altro, sono intellettualmente oneste. Il problema è quando non lo riconosciamo, quando pensiamo che “misogini sono sempre gli altri”. Le donne della generazione precedente alla mia, quella di mia madre, hanno sofferto in maniera atroce. La mia generazione, invece, ha lottato: ha un po’ vinto e un po’ perso, ma almeno ha fatto qualcosa.