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Barbara Maculan: in camper giallo nei luoghi della prostituzione

Presidente della cooperativa sociale Equality, promuove l’integrazione delle persone che si prostituiscono e sono vittime del traffico di esseri umani. Perché "se sei solo o hai paura, è più facile tenerti in scacco"

“La prima cosa che si impara facendo questo lavoro è accettare i propri limiti. Abbiamo tutti cominciato pensando che saremmo stati capaci di salvare chiunque avessimo incontrato. Invece non si può forzare il percorso di emancipazione dalla violenza. Anche quando vedi qualcuno che viene ingannato, ricattato e ti verrebbe voglia di scuoterlo e dirgli “ribellati, scappa!”, devi imparare che per ognuno c’è un tempo diverso e tu puoi solo creare le condizioni perché quella persona abbia fiducia in te e nell’organizzazione di cui fai parte.”

L’organizzazione alla quale appartiene Barbara Maculan, e della quale è anche Presidente, è una cooperativa sociale, Equality, che si occupa di promuovere l’integrazione delle persone che si prostituiscono e sono vittime del traffico di esseri umani. La cooperativa gestisce anche una casa di accoglienza per minori “trafficate” e fornisce servizi di assistenza e formazione per facilitarne il reinserimento. Equality nasce dall’esperienza dell’Associazione Mimosa, una organizzazione di volontariato che lavora con le vittime di tratta già dal 1996.

Ed è proprio con Mimosa che 13 anni fa, dopo un Master in mediazione linguistica, Barbara ha cominciato a fare il suo tirocinio. “Il mio compito era quello di tenere “il diario di bordo” dell’unità mobile che faceva servizio per le strade di Padova, un camper giallo che girava per i luoghi della prostituzione, facilmente riconoscibile e conosciutissimo da tutti gli abitanti della strada.

“Durante la formazione il mio compito era quello di segnare quante persone venivano avvicinate dagli operatori e, quando queste accettavano di salire nel camper, di offrire loro generi di primo conforto. Una bevanda calda in inverno, una bibita fresca in estate, un pacchetto di cracker. Un piccolo gesto, ma che potesse dare alle ragazze – o ai ragazzi e ai trans, ci sono anche loro per le strade anche se in percentuale molto minore – la sensazione di essere trattati come essere umani, con rispetto.”

Si potrebbe pensare che i protettori delle ragazze vedano di cattivo occhio gli operatori, invece non è così. Di fatto, il materiale distribuito, che consiste in preservativi, qualche bustina di disinfettante e di lubrificante, consente di tenere in “buono stato” la loro fonte di guadagno. Per gli operatori questi momenti invece sono molto preziosi per stabilire un primo contatto.

Ma è nella fase successiva, quando le ragazze devono rinnovare la tessera sanitaria o sottoporsi a qualche visita e c’è un po’ di tempo e di privacy, che si cerca di far venire fuori le storie di sfruttamento. E se la persona ne ha la volontà, si comincia a progettare insieme un percorso di emancipazione, di fuoriuscita dal racket e dalla prostituzione.

“Quando ho cominciato c’erano moltissime ragazze albanesi. Ogni sfruttatore si occupava di una sola ragazza, che a volte era la fidanzata, altre volte la sorella. Era difficilissimo spezzare la catena, anche perché quella ragazza era l’unica fonte di guadagno e il giogo era strettissimo” prosegue Barbara. “Se sei solo o se hai paura, è più facile tenerti in scacco. Nonostante le campagne di informazione che si fanno da anni in Nigeria per allertare le ragazze alle quali viene promesso un lavoro in Europa che al loro arrivo troveranno solo la strada e un debito di 60.000 euro con gli sfruttatori, ancora oggi sono moltissime a cadere nell’inganno e una volta arrivate in Italia vengono minacciate con la magia nera, per annientarne la volontà.”

Nel 2007 Romania e Bulgaria sono entrate in Europa e tante ragazze si sono riversate nelle strade delle nostre città. Il fenomeno della prostituzione delle ragazze dell’Est in Italia era ormai di dominio pubblico anche nei paesi d’origine per cui chi arrivava qui era più consapevole del lavoro che avrebbe svolto.

“Non bisogna dimenticare che dietro queste ragazze ci sono catene umane, intere famiglie che vivono con i soldi spediti a casa. E poi c’è chi guadagna contattando le ragazze nei paesi d’origine, chi organizzando il viaggio, chi fornendo i documenti per il permesso di soggiorno e così via. In ogni caso le ragazze non sono mai completamente libere, sono sempre e comunque sfruttate.”

In Veneto gli enti locali, le forze dell’ordine, la Magistratura e i responsabili del Numero Verde Antitratta costituiscono un sistema di eccellenza per la lotta alla tratta e allo sfruttamento. Ma i racket dei trafficanti di esseri umani si mimetizzano, cambiano in continuazione, cercando sempre nuovi mercati e nuove forme di guadagno.

“Una parte del nostro lavoro consiste anche nel cercare di capire perché in Italia c’è tanta domanda. Il nostro approccio non è giudicante, è rivolto all’ascolto, al tentativo di comprendere cosa spinga tanti uomini a cercare il sesso a pagamento. Il fenomeno della prostituzione riconduce a dinamiche complesse, che hanno a che fare con l’affettività, la sessualità, la crisi dei ruoli. Forse è tardi per cambiare i comportamenti dei clienti adulti, ma noi lavoriamo molto con le nuove generazioni”.

“Per questo andiamo nelle scuole a parlare con i ragazzi adolescenti, in quel momento delicato in cui cercano modelli di riferimento al di fuori della famiglia, si confrontano con il mondo da individui, non più da figli. Cerchiamo di far capire loro che i rapporti umani non si possono ridurre a una questione di dare e avere, che non si può ritenere che tutto abbia un prezzo e che le vite delle ragazze che incontrano per le strade hanno invece un valore, che va sempre e comunque rispettato.”