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Sì, siamo la generazione degli sdraiati, ma sdraiati a studiare

Lo sfogo di una coetanea del figlio di Michele Serra contro il saggio che "sputa sentenze sui giovani facendo di tutta l’erba un fascio". Perché tanti i ragazzi "si alzano la mattina per creare un percorso e realizzare un sogno" 

Se fossi stata io il figlio di Michele Serra, sbugiardato per tutte le 108 pagine del saggio Gli sdraiati, mi sarei chiusa in camera a vita o non gli avrei più rivolto la parola. Il ragazzo, presumo dal libro diciottenne, viene descritto come un bradipo che passa le giornate a fumare o a spippolare con un apparecchio elettronico, rendendo la sua vita disperatamente monotona.

Il padre vorrebbe che il figlio emulasse la sua generazione forte e valorosa e lo prendesse come esempio, come afferma in queste righe: “ Tu cogli almeno qualcosa dalla mia vita? Ma poi: come farti capire che non è la mia vita, ma è la vita degli uomini della quale io sono così impacciato testimone”. E ovviamente la vita del figlio viene comparata alla vita di tutti i giovani di oggi che non concludono nulla e sono succubi di internet.

Lo scrittore sputa sentenze sui giovani facendo di tutta l’erba un fascio ed è qui che mi ribello. Perché Michele Serra non ha parlato anche degli sforzi che la mia generazione sta facendo per costruirsi un futuro migliore? Perché non ha parlato di quelli come me che frequentano l’università e se non possono permettersi le alte rette si mettono a lavorare per non pesare sui genitori? Quanti riescono a fare carriera solo all’estero dopo essere dovuti scappare dal Paese d’origine lasciando famiglia e amici? Questo Paese governato da suoi – di Serra – coetanei, se proprio vogliamo dirla tutta.

Sì, siamo la generazione degli sdraiati, ma sdraiati a studiare.  Non tutti “sprecano il loro tempo” davanti ad un computer. Ci sono ragazzi che si alzano la mattina per creare giorno dopo giorno un percorso solido, per aiutare le proprie famiglie, per realizzare un sogno. Lo stesso figlio dello scrittore studia e riesce a prendere qualche buon voto nelle verifiche, nonostante il padre lo avesse dato già per spacciato (e potrebbe anche averlo sminuito o scoraggiato: mi piacerebbe saperlo dal figlio).

Siamo sicuri, poi, che i nostri genitori non avrebbero fatto un uso smodato delle tecnologie di oggi se ne avessero avuto la possibilità? Noi, è vero, usiamo spesso i telefonini e forse creiamo con loro un rapporto morboso, e in questo dovremmo moderarci, ma non dovrebbe essere il principale metro su cui giudicarci; come non lo dovrebbero essere i tatuaggi o le sigarette.

Trovo, inoltre, altamente fastidioso che lo scrittore, come altri genitori, voglia far assomigliare il proprio figlio alla sua generazione. Ma chi ha mai certificato che proprio quella generazione fosse da emulare? E perché non dovremmo avere la libertà di esprimerci e sbagliare a modo nostro? Perché, infine, lo scrittore è convinto che “le tartarughe (ossia gli anziani) fottono le lepri (i giovani)” e non possa essere vero il contrario?

Tutti devono avere lo spazio e il tempo per dimostrare quello che valgono tenendo se stessi come metro di valutazione. Forse cominciare ad apprezzare il lavoro e lo sforzo di tutti con maggior elasticità mentale, senza far prevalere la propria visione egocentrica sull’opinione della nuova generazione, potrebbe essere un passo avanti. Ma è solo il consiglio di una ragazza, torno a sdraiarmi.