Idee
Personaggio, di ,

Flavia Laviosa: “La leadership si insegna, come ogni altra materia”

Docente di lingua e cultura italiana presso il prestigioso ateneo americano Wellesley College, il cui corpo studentesco è tutto femminile, la professoressa forma "donne forti e determinate, che faranno la differenza"

Flavia Laviosa è docente del Department of Italian Studies e del Cinema and Media Studies Program presso il Wellesley College, il prestigioso ateneo il cui corpo studentesco è composto soltanto da donne. Fra le laureate di Wellesley ci sono due ex Segretari di Stato: Madeleine Albright e Hillary Clinton.
Nata a cresciuta a Bari, Laviosa si è laureata in lingue in Italia e ha completato la sua istruzione superiore negli Stati Uniti e in Inghilterra, conseguendo un master e un dottorato in pedagogia delle lingue straniere e una seconda laurea in teoria e critica del cinema. Ha fondato e dirige la rivista Journal of Cinema and Media Studies e ha appena pubblicato il saggio Framed Lives and Screened Deaths: Honor Killings in World Cinema sulle rappresentazioni dei delitti d’onore nel cinema internazionale.

Qual è l’obiettivo accademico e pedagogico di Wellesley?

Il nostro obiettivo è formare delle menti e delle anime attraverso la cultura e preparare donne coraggiose, forti, determinate, che in qualsiasi ambito professionale o personale faranno la differenza. Tutta l’istituzione lavora sinergicamente per coltivare l’intelligenza femminile, promuoverla, incoraggiarla, motivarla e aiutarla a raggiungere i suoi traguardi.

Come ci si riesce, da un punto di vista psicologico?

Bisogna entrare in sintonia con una cultura al femminile e capire la sensibilità delle ragazze, il che non è né più facile né più difficile di capire quella dei ragazzi, ma certamente richiede un lavoro di dialogo e di compenetrazione, nonché di comprensione della vita di queste giovani donne che lasciano le loro famiglie e intraprendono una vita autonoma.

E dal punto di vista accademico?

Bisogna ispirare le studentesse con scelte curricolari che prediligano i cosiddetti ruoli modello, perché la cultura e la storia del mondo sono state fatte da uomini e da donne, ma quando le grandi menti sono state femminili la storia spesso le ha insabbiate o dimenticate, escludendole nei libri di testo. Quindi dobbiamo fare un lavoro di rivalutazione del contributo delle donne all’umanità. Io ad esempio ho insegnato per oltre dieci anni un corso sulle registe italiane, e nei miei corsi di lingua e cultura italiana abbiamo letto prevalentemente pagine di autrici: Matilde Serao, Elsa Morante, Natalia Ginzburg, Sibilla Aleramo, Oriana Fallaci.

Su quale caratteristica specifica, diversa dagli studenti maschi, voi docenti dovete lavorare?

Sul dare alle studentesse il senso di un’autonomia di pensiero: la sicurezza che la loro idea, il loro pensiero sia valido, anche se è acerbo o in fieri. Bisogna valorizzare quello che hanno da dire e aiutarle a maturare la loro capacità di pensare senza il timore di aver ragione o torto, di aver detto qualche cosa di assolutamente sublime o di estremamente banale. Perché questo è irrilevante, nel momento in cui le formiamo.

Alcune sue studentesse indicano come la difficoltà principale, nell’esprimersi in una scuola mista, quella di essere interrotte dagli studenti maschi, di avere qualcuno che parla sopra la loro voce.

A Wellesley è compito dell’insegnante creare lo spirito democratico della partecipazione alla discussione durante la lezione, dando spazio a tutte. Si tratta di calibrare, monitorare, spronare, negoziare alternative: ci sono studentesse che hanno difficoltà a parlare in pubblico, dunque quando la classe è numerosa si concorda con la studentessa il momento in cui si sentirà pronta per intervenire. Il che non significa che la si esoneri dall’intervenire, ma che si faciliti il modo di renderla partecipe.

Qual è, secondo lei, la grande sfida per l’istruzione femminile?

L’educazione alla leadership. Le donne sono già leader, ma l’impegno mondiale dovrebbe essere quello di valorizzare le loro qualità intrinseche e potenziare il capitale di energie innovative necessario per diventare pensatrici strategiche che sappiano interpretare il mondo, ispirare con il loro esempio e guidare con il loro intelletto, creando alleanze e unioni di forze e risorse, e operando come leader pragmatiche per raggiungere i propri obiettivi.

In che modo Wellesley sviluppa la capacità di leadership nelle sue studentesse?

La leadership si impara per gradi, come qualsiasi altra materia o abilità, la si esercita, la si mette in pratica perfezionandola. Quasi tutte le studentesse fin dal primo anno sono inserite in associazioni studentesche interamente autogestite. L’università si aspetta che si impegnino in prima persona e si mettano a disposizione per offrire un servizio alla comunità. È un lavoro di volontariato in cui le studentesse imparano a presentarsi, a divulgare, a sensibilizzare e reclutare le altre. Inoltre anche i vari comitati dei docenti prevedono la presenza di una studentessa, che osserva noi insegnanti in azione ma dà anche il proprio contributo. In questo partecipare alla vita accademica, associativa, culturale e amministrativa del college c’è tutto un sistema che le sostiene: imparano a preparare power point presentation, si esercitano a parlare con sicurezza davanti a un pubblico, e così via.

Sulla base della sua esperienza con le studentesse, esistono caratteristiche della leadership femminile diverse da quella maschile?

Per le mie studentesse il livello di successo come leader non consiste nel comandare ma nel dialogare, nel risolvere i conflitti, nel negoziare democraticamente le soluzioni o le decisioni. Le ragazze imparano a gestire l’altro come risorsa invece che come ostacolo, e ad entrare in dialogo nonostante emotività diverse e diversi modi di approcciare i problemi. È un saper governare insieme alle altre, e un modo di essere donne in azione. Che poi questa loro azione le porti ad entrare in politica, in finanza, nel mondo accademico o sociale diventa secondario, perché hanno acquisito una forma mentis che dà loro la capacità di interagire con tutti.

C’è chi pensa che, frequentando un ateneo tutto femminile, le studentesse si chiudano al mondo, in una sorta di clausura…

Non è affatto un modo di chiudersi, ma di vivere il mondo da un nuovo interno. Hillary Clinton ha detto che l’esperienza in un college femminile l’ha tanto formata da poter poi intraprendere la vita politica nel mondo maschile, alludendo a quanto sia stata potente la spinta che ha ricevuto a Wellesley a livello accademico, psicologico e culturale. Forse la visione di un college tutto femminile come sinonimo di vita monacale è un preconcetto italiano, perché in Italia gli istituti solo femminili sono prevalentemente religiosi. Ma il Wellesley College è un’istituzione laica e ricca di una diversità multietnica, multiculturale e multireligiosa.

Il vostro obiettivo è la parità con gli uomini?

Trovo il consumato dibattito sulla parità uomo/donna riduttivo, miope e anacronistico sia come progetto individuale che come “ambizione” globale per le donne. Perseguire, o più spesso inseguire, la “parità” in senso generale predefinisce e delimita gli obiettivi che si vogliono raggiungere. Il concetto di parità è intrinsecamente legato allo status di autorità e privilegio di un “altro” definito come superiore, e quindi oggetto di emulazione. Il principio di parità è dunque controllato e definito dall’arbitrariamente prescelto “altro”.
Le donne del XXI secolo esplorano spazi molto più ampi, si prefiggono obiettivi di scala mondiale impegnativi, affrontano sfide etiche e stabiliscono piattaforme di diritti e valori superiori a quelli circoscritti e autoreferenziali prestabiliti dagli uomini per se stessi. Aspirare ad una parità fatta dei valori di un club maschile non può essere ciò che una donna veramente vuole. Noi donne siamo capaci di definire i parametri e delineare le definizioni del nostro status trascendendo i confini di una utopica, inutile e limitante parità con l’altro genere.