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Luciana Delle Donne: “Le carcerate si cuciono addosso il futuro”

In un laboratorio di sartoria nel carcere di Lecce una ventina di detenute cercano di “raddrizzare le cuciture storte della vita", guidate da una ex manager bancaria diventata imprenditrice sociale

Scampoli colorati, puntaspilli, rocchetti di filo e metri a nastro. Un continuo ticchettio di macchine da cucire, qualche chiacchiera e molta concentrazione sulla realizzazione dei modelli: braccialetti, borse, sciarpe, accessori. Tutti in tessuto riciclato. Su tutti, un’etichetta scura con una scritta a contrasto: Made in carcere.

È in un laboratorio di sartoria nel carcere di Lecce che una ventina di detenute cercano di “raddrizzare le cuciture storte della vita” e si giocano la loro seconda chance. Così come Luciana Delle Donne, per anni manager bancaria e adesso imprenditrice sociale, si gioca la sua: fare business etico ed estetico.

“I nostri manufatti sono belli e di qualità, non hanno niente da invidiare a quelli che si trovano nei negozi. La nostra ambizione è che i clienti li comprino non solo perché condividono la filosofia di un progetto inteso al reinserimento sociale ma soprattutto perché ne riconoscono il valore.”

L’infanzia a Lecce in una famiglia agiata, a sei anni la morte improvvisa del padre e il trasferimento a Bari dove, mentre la madre è al lavoro, lei diventa la sorella “che risolve i problemi”, sviluppando un talento naturale che le sarà molto utile anche in età adulta. Ancora Bari per l’Università e poi il grande salto a Milano e una brillante carriera da manager finanziaria.

“Avevo una vita molto privilegiata, la casa in centro, tutti i benefit possibili, ma mi muovevo in una realtà falsata, dove c’erano numeri e non persone, dove i problemi sembravano potersi risolvere con un clic del mouse e tanta spregiudicatezza. Ad un certo punto, quando ero ormai arrivata al massimo della carriera, ho perso il senso di quello che stavo facendo. E ho lasciato tutto, senza tentennamenti.”

Così Luciana torna a Lecce: per ritrovare un senso, per cambiare priorità di vita, per cercare di avere quel bambino tanto desiderato ma che ancora non arriva. “In quel momento di riflessione personale ho sentito forte il bisogno di rendere alla mia terra quello che mi aveva dato. Volevo mettere a disposizione le mie competenze manageriali per creare un modello di sviluppo sostenibile che portasse ricchezza nel territorio. E ho pensato di farlo introducendo la cultura d’impresa in un progetto di inclusione sociale.”

Si rivolge alla direttrice del carcere di Bari e organizza un primo corso di cucito pensando di far produrre capi unici e molto elaborati, ma arriva l’indulto e perde in un colpo solo tutte le sue aspiranti sarte. Capisce che il modello di impresa deve essere diverso per essere sostenibile: bisogna puntare su prodotti semplici ma di qualità. Vengono disegnati i nuovi modelli e si contattano le aziende tessili per chiedere se possono donare le giacenze di magazzino e gli scarti delle lavorazioni. Rispondono in tanti, tra loro Borsalino, Costume National e Kristina Ti.

E cominciano ad arrivare in laboratorio tessuti bellissimi, che nascono a nuova vita grazie alla bravura e alla creatività delle sarte. È il momento di concentrarsi sulla vendita, bisogna trovare clienti, cominciare a fatturare. Luciana attinge ancora una volta alla sua esperienza nel mondo del profit. La prima a dare un contributo è la Regione Puglia, poi il passaparola, le fiere, il sito internet, fino alle grandi commesse da parte di Conad, Intesa San Paolo, Inail, Eataly.

“Il rapporto con le donne che si impegnano nella confezione dei prodotti Made in Carcere è prima di tutto professionale. Io non chiedo mai perché si trovano in carcere. Non pretendo né impongo una confidenza personale, lascio che nasca con il tempo e con la fiducia reciproca. Purtroppo la sartoria non può coinvolgere tutte le detenute, quindi bisogna meritarsi il proprio posto. Che è un posto di lavoro con tutti i crismi: contratto, stipendio, orari, straordinari, ferie e assegni familiari. Ma si deve prima seguire un corso di formazione e poi riuscire a lavorare insieme agli altri, rispettare i tempi di consegna, garantire la qualità del prodotto”.

“Per persone che passano le loro giornate rinchiuse in una cella non è un impegno semplice”, continua Delle Donne. “Ma è un percorso che aiuta a sentirsi nuovamente parte della comunità, a riconquistare la propria dignità. E quando si riesce a dare un contributo alla famiglia che è rimasta ad attenderci fuori, quando si possono pagare i libri per la scuola dei propri figli o si può fare un regalo di compleanno a un’amica, si comincia a proiettarsi nuovamente nel mondo, a fare progetti, a trovare gli strumenti per costruirsi un futuro migliore.”

Se si è abituati a ragionare per obiettivi, raggiunta una meta si pensa già a quella successiva. Dopo l’apertura del secondo laboratorio di sartoria, nel carcere di Trani, la nuova sfida di Luciana è quella di coinvolgere anche i reparti maschili nelle fasi del taglio dei tessuti e nella logistica, creando un modello di produzione che possa essere replicato anche in altre carceri e aiutando un numero sempre maggiore di persone a “cucirsi addosso una nuova esistenza”.