Idee

La scomparsa delle buone maniere. E no, non è tutta colpa della crisi

Storie di quotidiana cafonaggine, dal barista che ti lancia il caffé attraverso il bancone all'economista che risponde al cellulare in chiesa all'impiegato che "serve" il prepotente che ha saltato la fila

Giorni fa, nella lotta quotidiana per la cortesia al bar, dove cortesia è ormai semplicemente un barista che non ti lanci il caffè attraverso il bancone o non ti metta il dito dentro la tazzina, alle (cortesi) proteste seguite all’ennesimo “Tu che vuoi?”, mi è stato risposto in questo modo: “La cortesia è un optional. Tu mi paghi per la cortesia? E allora che vuoi?”

Preciso di non avere col barista alcun rapporto di conoscenza che giustifichi quel “tu” (per non parlare del barbarico “Che vuoi?”), e di aver passato da qualche decennio l’età in cui è lecito sentirsi dare del “tu” da perfetti estranei. Ma il “Tu che vuoi?” ricompare puntuale al supermercato, dove un tipo al banco affettati ti apostrofa così quando è il tuo turno (turno scomposto e senza numeretto, va da sé: l’allergia a far la fila è proverbiale). L’ultima volta ho risposto “Niente, grazie”, e me ne sono andata, anche se la ricottina di bufala sembrava deliziosa.

È Roma, si dirà. Con la sua arroganza millenaria dovuta a millenaria esistenza, è la giustificazione sociologico-maccheronica più in voga tra i tassisti del Comune, con cui un sentimento a metà fra il masochismo e l’indagine antropologica porta la sottoscritta a dibattere spesso la questione. Roma, che le ha viste tutte e tutto è portata a dissacrare. Roma, dove per strada ti gridano “Ahò”, e “Te possino ammazzatte!” è una frase affettuosa.

Ma se è vero che da Cova il barista di cui sopra non sopravviverebbe due minuti; se già Dante, con toni non proprio elegantissimi, va detto, condannava la cafonaggine romana (“Quello dei Romani è il più turpe di tutti i volgari italiani. Non c’è da stupirsene, dato che essi appaiono anche i più fetenti di tutti per la grossolanità dei costumi e dei modi esteriori”), che dire del famoso economista di Varese che risponde al cellulare in chiesa, di quell’altro, imprenditore milanese (di non si sa bene cosa), che lo fa persino durante un funerale?

Che dire dello stilista che a cena all’Hotel Bulgari nella Settimana della moda lasciava per tutto il tempo in testa il Borsalino? Che dire del fare da bulletto dell’ultima star della politica, del “lei non sa chi sono io”, in cui incappano destra e sinistra da Pompei a Torino?

È il direttore venetissimo che, negli stessi giorni in cui uno spot della Banca Popolare di Vicenza inonda la tv a colpi di “Tornano i tempi delle buone maniere e delle condivisioni”, fa fuori la segretaria storica senza neanche farglielo sapere, così da farla lavorare nelle feste, e poi a protesta replica: “In termini di bon ton si può dibattere sulle modalità. Ma sarebbe un dibattito accademico, e non sostanziale, dove le parti in causa avrebbero buone ma inutili ragioni per recriminare”.

È la premura con cui l’impiegato allo sportello “serve” il cliente ricco che ignora la fila e passa avanti mentre tratta con sufficienza il poveretto che viene dopo (che in realtà veniva prima). Per non parlare della scomparsa di comportamenti ormai quasi inconcepibili, come lasciare il posto a sedere sull’autobus a una persona anziana, un invalido, una donna incinta.

“Quelli che parlano beoti di decrescita felice dimenticano che la crisi mina ogni legame sociale”, scriveva su Twitter Gianni Riotta qualche giorno fa. E Ilvo Diamanti, all’indomani degli insulti social a Bersani dopo il suo malore, rincarava: “È la civiltà delle cattive maniere. Incattivita da questi tempi cattivi” (social, per inciso, lodati solo pochi giorni prima dal Corriere della Sera come “grande palestra” di una “nuova voglia di amabilità” – per dire: decidetevi).

Vero. Ma la crisi, i tempi bui, non possono essere una giustificazione, un alibi per la maleducazione. Il barista rozzo di cui sopra lo era anche prima della crisi. Personalmente, ricordo che a fronte dei gravissimi episodi d’intolleranza di alcuni verso gli immigrati arabi seguiti agli attentati dell’11 settembre, la maggioranza dei newyorkesi era, se possibile, ancora più gentile e affettuosa, quasi a voler compensare la fugacità della vita, di cui alle 8:45 di una mattina aveva avuto atroce consapevolezza. Lo raccontava spesso l’amatissimo ex sindaco Ed Koch.

E nel 2006 un sondaggio del Reader’s Digest sulle città più cortesi del mondo citava al primo posto New York (dove otto anni prima il sindaco Giuliani aveva lanciato una “tolleranza zero” sulla maleducazione, con multe di 50 dollari per chi, ad esempio, mettesse i piedi sui sedili della metro), seguita da Zurigo e Toronto. Quarta Berlino, Londra e Parigi 15esime; Milano, unica italiana, solo 24esima (su 36).

Uno dei posti oggi più educati al mondo è Singapore, dove nel 1979 venne lanciata la National Courtesy Campaign, poi assorbita dal Singapore Kindness Movement. Obiettivo: promuovere la gentilezza nella società. Say please invece di Say cheese.

Da noi invece la sgarbatezza ha un risvolto quasi esilarante. La buona educazione è ormai merce così rara che quando qualcuno si mostra cortese, l’oggetto di questa cortesia pensa stia flirtando. Chi scrive, di questi equivoci è vittima almeno una volta a settimana.

Che fare? In un altro bar di Roma conduco una comica battaglia per l’educazione di un barista giovinetto. Lui mi dà del “tu”; io, che potrei essere sua madre, rispondo con il lei. Lui non afferra e prosegue con il “tu”. Finora, la strategia di “formazione” non sembra produrre risultati, ma vi aggiorno.