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Lo storytelling in rete è femmina e rivoluziona il linguaggio più antico

Internet ci permette di recuperare la straordinaria arte del racconto. Dopo la fase degli sms e dei 140 caratteri, celebriamo il ritorno alla narrazione che blocca il rumore intorno

Se dovessimo scegliere la parola più fastidiosa del 2013, scriverla su un foglio di carta, mettere il foglio in una busta, mettere la busta in una capsula, lanciare la capsula nello Spazio, dare fiducia alla capsula prima ancora che ai nostri calcoli, far raggiungere alla capsula un’altra galassia popolata da alieni e, soprattutto, se costoro fossero in grado di decifrare il codice che noi chiamiamo “scrittura”, quel che leggerebbero sarebbe storytelling.

Forse qualcuno si è perso. Ma basta leggere la prima e l’ultima frase e unirle. Ecco che il senso torna.

Lo storytelling, così come lo intende il mondo dei comunicatori, è esattamente questo: un lungo giro di parole, carico di immagini ed emozioni generalmente ad alto tenore valoriale per esprimere ciò che, detto in un’altra maniera, non sarebbe oggetto di attenzione alcuna.
Il che non è un male di per sé. Basta essere consapevoli che l’uomo, antropologicamente parlando, ha affidato alla comunicazione narrativa una buona percentuale di tutta la propria esperienza di trasmissione culturale e che ciò che oggi viene presentato come un fenomeno è, a dire il vero, una nobile, legittima e salvifica forma di recupero delle coordinate profonde della cultura. Galatticamente parlando, roba nostra.

La ragione è piuttosto semplice: nel presente iperconnesso c’è troppo rumore e il tempo individuale e collettivo viene letteralmente divorato da scambi che impongono la velocità.

Per ottenere attenzione, attenzione vera, quella che fa comprare-votare-scegliere, i comunicatori hanno bisogno di dipanare un racconto in un tempo più lungo che sia diverso da quello usuale. In quella pausa in cui un consumatore-votante-cittadino è davanti a un video, a una storia, a un racconto, la mente rallenta, le emozioni si incolonnano una dietro l’altra, il respiro riprende il ritmo che dovrebbe avere e tutto sembra più chiaro. L’effetto è paragonabile al sedersi in cerchio davanti al fuoco, sentire il caldo sulla pelle, gli organi interni che vibrano a ogni colpo sul tamburo e se stessi come parte fondante della propria comunità.

A dire il vero, in questi anni di 140 caratteri di inutilia e di io dilaniati davanti dallo specchio, gli storytellers non erano scomparsi per poi ricomparire come guerrieri generatisi dai denti del drago.

Erano quelli che continuavano ad aggiornare un blog privato senza curare contestualmente quattordici rubriche su altrettanti periodici online.

Erano quelli che aprivano un primo Tumblr lasciandoci scorrere dentro un racconto ben scritto.

Erano quelli che decidevano di farsi spazio tra status Facebook osando un numero di battute superiore alle 250 e azzardando un pensiero rivolto, ancora, alla qualità della scrittura.

Molti di costoro sono donne.

Se sfoglio le mie amicizie su Facebook, incappo in status che mi obbligano alla lettura lenta. Molte le conosco a malapena, ma mi fanno sentire a casa.

Se scorriamo Twitter, incappiamo nella maestria che si cimenta con il poco spazio disponibile. E anche in amici speciali, che si prendono la briga di farsi “informatori” della tribù e segnalarti qualche perla (sempre perché il tempo è poco). Ne ho uno, che si chiama Lucio, che è un vero cultore del genere. A lui devo la scoperta di vere e proprie signore della narrazione in rete.

Profili come quelli della senatrice democratica del Texas Wendy Davis stanno imponendo regole nuove alla comunicazione politica. La Davis, vera storyteller politica (a tratti con bulimia da mezzo), sta segnando uno stile in un mix di coerenza, patriottismo, scatti fotografici e botte di entusiasmo che le nostre mamme, al confronto, non sono nulla.

Prima di lei, caso abbastanza noto, fu l’attrice comica americana Ellen DeGeneres a utilizzare i social come autoscatto sulla propria vita privata (una vita privata, la sua, molto amata dalla stampa scandalistica in virtù dell’omosessualità). I social, utilizzati consapevolmente e non narcisisticamente come strumento di liberazione dalle regole dello show-biz, non l’hanno tradita: oggi la DeGeneres è una delle donne che guadagnano meglio nel mondo dello spettacolo.

Da ultima, sempre per restare nel mondo americano che è quantomeno due giri avanti, ricordatevi delle imprese su Twitter di Colleen Graffy ex vice sottosegretario americana che con i tweet durante un viaggio diplomatico in Islanda è stata forse il primo diplomatico a utilizzare i social network da vera storyteller.

Nella strepitosa arte del racconto in rete (un’arte che ha bisogno di essere sostenuta con buone doti di scrittura), le donne sembrano essere quelle che non hanno bisogno di etichette. Scrivono, spesso e volentieri, con una visione narrativa che ha a che vedere con l’accudimento verso quegli aspetti profondi della cultura che chiameremmo “tradizione”, se la parola non ci evocasse un’immagine di stasi.

Da brave custodi della cultura profonda, le donne online hanno in maggioranza ignorato i nuovi costumi stilistici basati su copywriting fulminanti, cinismo e sfoggio di opinioni, continuando, con feroce ostinazione, a raccontare il mondo visto dalla parte di chi ha il tempo per raccontarlo prima ancora che giudicarlo.

Possiamo scriverci sopra una teoria di comunicazione o possiamo cogliere l’opportunità di apprezzare la bellezza di quando l’opinione si fa anche buona lettura, respiro ampio, rimando a quel lato forse più dolente e meno pensato che, ne sono certa, piacerebbe molto agli alieni delle prime righe.

Così, per dire loro che noi terrestri non siamo poi così male.