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Scrivere per Donneuropa come una madre che racconta le sue storie preziose

“Chiamo tuo padre”, mi ha detto mia madre quando le ho raccontato, in lacrime (sono una di quelle che piangono per il bello e per il brutto, l’utile e l’inutile, insomma diverse volte al giorno, tutti i giorni) che Donneuropa ha un futuro incerto e sospenderà le pubblicazioni. Non era mai successo prima: è sempre stata lei quella deputata ad aggiustarmi l’umore, indicarmi il modo giusto per riattaccare i cocci, capirmi (dimostrandomi che capirmi è ben diverso dal capire, perché mia madre, come tutte le madri, non oggettivizza, non generalizza: il computo della realtà spetta ai padri). Questa volta, però, è diverso: c’è di mezzo il lavoro. Mia madre lavora, ma lo fa essenzialmente per me. Quando ha iniziato, lo ha fatto per potersi sposare e dare una mano a mio padre, che è diventato un libero professionista ed è sempre stato quello che “non posso venire alla tua recita: devo lavorare”. Alle recite c’era lei: non che avesse molto più tempo di lui, a disposizione, ma poteva (voleva?) permettersi di scegliere a cosa dare priorità. “C’è chi nasce madre”, dice Brad Pitt alla fine de “Lo strano caso di Benjamin Button” e ha ragione. Mia madre, mamma, ci è nata e ha sempre detto, fin da bambina, che da grande sarebbe stato quello il suo lavoro. Da ragazza era femminista, però ha imparato ad andare in bici solo perché studiava a Pisa e per raggiungere mio padre, che abitava dall’altra parte della città, non aveva altri mezzi. Ha imparato ad andare in bici dopo aver imparato a fare l’amore. Anche allora tutto quello che faceva era subordinato a una progettualità che la includeva solo in parte e che era essenzialmente indirizzata alla realizzazione del benessere del suo nucleo, che non sempre ha coinciso con il suo benessere. Io, invece, lavoro per amore del mio lavoro e perché il mio lavoro è quello che sono. Lei lo sa, ma crede di non poter capire cosa ne consegua: per questo ha chiamato mio padre, ritenendolo più adatto ad asciugarmi le lacrime e spiegarmi perché non avrei dovuto versarne.

“Cosa piangi? Fa parte della libera professione”, mi ha detto lui. E stop. Inappuntabile e sensato, certo, ma chissenefrega. Lo so anche io che i giornali chiudono e che spesso lo fanno senza che ci sia una ragione valida. La crisi ci fa assistere al paradosso per cui le cose migliori smettono di esistere non perché non funzionino ma perché si teme che siano superflue, dimenticando che l’immediatamente utile non ci rende uomini, bensì al massimo esseri viventi. Io, però, in quel momento non avevo bisogno di una lezione di pragmatismo (in generale, peraltro, ricorro a Jane Austen per decodificare il mondo e intravvederne il futuro, non certo al Sole24ore e mi auguro di poter continuare a dire che lo faccio perché sono una donna e tanti saluti). Avevo bisogno di essere drammatica, apocalittica, fare una lettura socioculturale, antropologica, etica, morale, forse anche di genere. Non avevo bisogno della sensibilità di mio padre, che se gli dici che piangi perché forse chiude Donneuropa, ti ricorda che non morirai, che in fondo sei sana e che il mercato è il mercato, la crisi è la crisi, il mondo è il mondo, i lettori sono i lettori. Volevo la mamma, volevo che lei capisse che non siamo diverse, che possiamo capirci ancora, che anche se io non lavoro per mia figlia, perché una figlia non ce l’ho (e mi maledico per questo), lavoro comunque come una madre, con un attaccamento viscerale e identitario alle cose che faccio. Volevo che si ricordasse che anche per me il personale è politico, esattamente come urlava lei da ragazza e che questo accorcerà sempre la distanza tra la mia idea di mondo e la sua. Volevo sentirmi libera di piangere, come fa Samantha Jones, in Sex and The City, dopo un colloquio. Ricordate quella scena?

Mi auguro che continueremo a concederci il lusso di piagnucolare e a preservare le nostre debolezze come il segno prezioso di quello che ci differenzia dagli uomini – e che la scienza ha smentito (in medicina l’idea per cui i processi logici di maschi e donne, così come le loro predisposizioni intellettive, siano differenti è detto “neurosessismo”) e che con la storia abbiamo ribaltato, ma di cui in fondo, adesso, possiamo riappropriarci, proprio perché sono prodotti cosmico-storici e quindi, in qualche modo, indirizzabili, controllabili. Preservare le nostre debolezze senza trasformarle nella sostanza del vittimismo, perché il vittimismo giustifica le efferatezze (Gone Girl di Fincher, in parte, forse, ragiona anche su questo). È la sfida del nostro presente e quella del nostro futuro. È il minimo comune denominatore che ho riscontrato in tutte le donne di cui ho raccontato le storie su questo giornale e che per questo, se non ci sarà più, mi mancherà come a mia madre manco io.