Cultura e spettacoli
Intervista, di ,

Due anni fa Andrea si suicidava: “mio figlio vittima del pregiudizio”

Teresa Manes racconta la storia della morte di suo figlio Andrea, toltosi la vita  a 15 perché i compagni lo deridevano per i suoi modi delicati. Lo chiamavano il ragazzo dai pantaloni rosa. Teresa ha raccontato il suo dolore in un libro e non smette di parlare ai ragazzi

Andrea era appena quindicenne quando, sopraffatto dalla continua derisione sprezzante dei compagni di scuola, che avevano creato persino la pagina Il ragazzo dai pantaloni rosa su Facebook, il 20 novembre di due anni fa, si tolse la vita impiccandosi con una sciarpa nella sua abitazione romana.
Per Teresa Manes, madre del ragazzo, fu un fulmine a ciel sereno, ma straziata dal dolore volle vederci chiaro, soffermandosi su episodi che non aveva notato o che forse non aveva approfondito perché convinta di avere un bel dialogo col figlio.
“Non ero a conoscenza delle scritte denigratorie sul muro del liceo frequentato da mio figlio né tantomeno della sprezzante pagina su Facebook, tanto che i primi giorni non riuscivo a comprendere il motivo per cui su tutti i quotidiani nazionali Andrea venisse descritto come il ragazzo dai pantaloni rosa” dichiara con sgomento Teresa che ha raccontato il suo dramma in un libro, Andrea oltre il pantalone rosa.
Cosa l’ha spinta a raccontare la storia di suo figlio in un libro?
Ho sentito la necessità di mettere ordine a una folla di pensieri e di ricordi che, in modo pasticciato, si erano affollati nella mia testa. Ho scritto questo libro tutto d’un getto, spinta dal dolore ma soprattutto dalla volontà di dare alla morte di mio figlio il senso pieno della vita. Con uno sforzo, da alcuni interpretato come coraggio, di cui però personalmente ne colgo un intimo logorio perché non è facile mettere il dito continuamente nella piaga, ma ho voluto farlo per lasciare un documento che, in maniera cruda e violenta, al pari del dolore che mi è piombato addosso, graffiasse le coscienze.

Quale messaggio intende trasmettere?
Vorrei far pervenire agli adolescenti e alle loro famiglie un inno alla vita, intesa come bene supremo, per il quale va garantito massimo rispetto. Un messaggio fiducioso che funga da antidoto contro il bullismo e il pregiudizio strisciante di cui tanti ragazzi come mio figlio sono vittime.

Ha così trasformato il suo dolore in un progetto. Come divulga la sua testimonianza?
Porto il mio libro, la mia storia nelle scuole per dare voce al mio dolore. La voce di una testimonianza diretta, senza retorica, che spero tuoni nei cuori e nelle teste dei giovani sempre più fragili, sensibilizzandoli al fenomeno allarmante della discriminazione omofoba. Inoltre, collaboro con l’Istituto Nazionale di Pedagogia Familiare di Roma a un progetto che ha come fine la realizzazione di una carta dei servizi sociali, in supporto alle scuole e alle famiglie.

Dopo la tragedia la scuola e le istituzioni l’hanno sostenuta?
Se intende la scuola frequentata da mio figlio e le istituzioni pubbliche la risposta è dolorosamente negativa. Il mio rammarico è stato, appunto, la mancanza di interazione tra scuola e famiglia: forse, se ci fosse stata la giusta collaborazione, oggi potrei ancora sentire il suono prodotto dalle delicate mani di Andrea sui tasti del pianoforte riecheggiare nel corridoio del nostro nido pieno d’amore.