Cultura e spettacoli
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Ermanna Montanari, Arpagone al femminile ne L’avaro di Molière

Insieme al marito Marco Martinelli e a due compagni di ventura, Marcella Nonni e Luigi Dadina, ha fondato una delle compagnie teatrali più solide in Italia, il Teatro delle Albe, che ha festeggiato lo scorso anno i trent'anni di vita. E fra poco interpreterà Aung San Suu Kyi

Il suo nome, al maschile, significa uomo d’armi, guerriero. E su Ermanna Montanari, graziosa, leggera, minuta, suona come un ossimoro. La carnagione chiara e i capelli scuri, lunghi e lisci sulle spalle strette, la rendono molto simile alle donne orientali, con cui viene facilmente confusa. Invece Ermanna è italiana di Romagna, fiera figlia di genitori contadini.

Gente alta, uomini e donne, al punto che lei si è sempre sentita fuori posto. “Mia nonna era addirittura disturbata dalla mia fragilità”, dice oggi ammettendo che la statura è la sua vera debolezza. “Ho censurato la visione di me, del perimetro del mio corpo”.

In realtà la sua rivincita se l’è presa sulla scena. Lei che ha fondato insieme al marito Marco Martinelli e a due compagni di ventura (Marcella Nonni e Luigi Dadina) una delle compagnie teatrali più solide in Italia, quel Teatro delle Albe che ha festeggiato lo scorso anno i trent’anni di vita, sul palcoscenico appare altissima. Espansa, dilatata, possente.

“Spesso vengo sospesa in alto”, dice alludendo a una prossemica ricorrente in molti loro lavori, a cominciare da uno spettacolo di molti anni anni fa, I refrattari, in cui interpretava una madre romagnola che invano cerca tranquillità sulla luna. Ma a parte il posizionamento funzionale o strategico, il palcoscenico regala ai talenti un respiro diverso. Quello che le permise, tra l’altro, di interpretare uno dei più ‘disgustosi’ personaggi maschili della storia del teatro, Arpagone de L’avaro di Molière.

Ermanna, partiamo proprio da Arpagone: come ti eri avvicinata a un personaggio maschile?

L’idea di mettere in scena L’avaro era stata di Marco (regista di tutti gli spettacoli delle Albe ndr), io non avevo nessuna visione al riguardo. La drammaturgia d’intrigo e la scrittura di Molière è stata anzi uno scoglio difficilissimo da superare, ma mi ha aiutato molto la meravigliosa traduzione di Cesare Garboli. E un po’ alla volta Arpagone è diventato una figura: non un personaggio ma una figura che si è definita in modo prepotente perché ci contempla. Arpagone ci contempla come occidentali, come parte di un occidente ossessionato e martoriato dal dio denaro.

Ricordo che usavi un microfono e che la voce era graffiata.

Infatti, il microfono era una sorta di scettro oltreché di amplificatore di voce. Era il segno dell’entrata in scena della propotenza, l’essere sopra gli altri e sopra la trama. Ma era anche una sonda delle mucose, e la voce era scorticata, opaca, arruginita, perché non si passa da Molière indenni. Il suo avaro ci riguarda tutti. E per questo c’erano in scena molte figure che si ripetevano. Tutti parlano la lingua dell’avaro, tutti usano lo stesso linguaggio, tutti soccombono di fronte al potere.

Ora state per portare in scena Vita agli arresti, uno spettacolo dedicato alla vita e alla storia di Aung San Suu Kyi, la combattente per la pace birmana imprigionata in detenzione domiciliare fino al 2010, premio Nobel per la pace 1991. Possiamo dire che si sta per chiudere un cerchio?

Sì, Aung San Suu Kyi nei suoi scritti dice proprio che se noi usiamo lo stesso linguaggio degli oppressori è perché in essi ci rispecchiamo, perché vorremmo essere come loro. Ma se usiamo il linguaggio della violenza, se usiamo le loro armi, ci uccidiamo.

Com’è nata l’idea di affrontare un personaggio vivente così lontano da noi?

Diciamo che è lei che si è manifestata. Eravamo in volo per New York dove andavamo ad allestire Rumore di acque al teatro La Mama, e su una rivista c’era una grande foto che la ritraeva con i fiori in testa. Io e Marco ci siamo guardati e ci siamo capiti.

E per prepararvi avete programmato un viaggio in Birmania, che oggi si chiama Myanmar. Cosa resta di quel percorso nello spettacolo?

È stato un viaggio avventuroso e potente. Siamo arrivati nella stagione delle piogge monsoniche, i fiumi erano in piena e faceva un caldo feroce. Era la prima volta che ci spingevamo così a oriente e il Myanmar, che Aung San Suu Kyi continua a chiamare Birmania perché il nome Nyanmar è stato imposto dai generali, è un paese in cui vivono più di sessanta etnie. Noi siamo stati sui luoghi in cui la gente, gli studenti, i monaci buddisti combattono, e poi davanti al cancello della sua villa, pieno di stendardi della lega nazionale per la democrazia.  Con me in scena ci saranno tre attori che evocano voci e personaggi del popolo che combatte con lei.

Pacifista e combattiva: a parte questo cosa c’è di questa donna in Ermanna?

Scenicamente ha un cattivo carattere, è irosa. L’ira è nella loro cultura, unita a una straordinaria mitezza. Infatti lei dice ‘io provo a essere buona’. E per quanto mi riguarda, l’irritabilità è il mio peccato. C’è una grevità nell’ira, che sorprende perché non lascia essere. Per questo cerco quotidianamente una disciplina.

Cosa ti fa irritare di più?

La violenza e la stupidità. Il non saper cogliere la bellezza, che è gratuita ed è la cosa che ci fa stare in vita. Mi irrita la brutalità del possesso, il gesto di Arpagone che afferra e arraffa: un gesto irritante ma a sua volta prodotto di irritazione.

Ti sei sempre misurata con donne combattive, agguerrite, alcune delle quali mutuate dalla storia e dalla cronaca: Rosvita, Rosa Luxemburg, e poco tempo fa la madre di Marco Pantani, in uno spettacolo ancora in tournée. 

Misurarmi con donne combattive, ognuna per una causa diversa, speciale, mi dà coraggio e dà un senso al concetto di bontà e libertà. Rosvita, vissuta nel 10° secolo, è stata la prima scrittrice di teatro dell’occidente, badessa del convento di Gandersheim, in Sassonia. E sosteneva che la debolezza femminile ha la meglio sul vigore maschile. Rosa Luxemburg è una pietra miliare nel nostro percorso, anch’essa incarcerata, anch’essa determinata a tenere a bada la sua irritazione. Tonina Pantani invece è una donna che combatte la sua straziata battaglia per la giustizia, che si scaglia contro i media e una società affannata a creare dal nulla e distruggere quotidianamente i suoi divi di plastica.

Hai all’attivo numerosi e prestigiosi premi, l’ultimo dei quali è l’Eleonora Duse 2013. Cosa cambia nella carriera di un’attrice?

I premi sono sempre da condividere con una compagnia e il teatro, in particolare, è frutto di una collettività che si espone, anche se ci sono persone che non si vedono perché lavorano nell’ombra. E noi da sempre lavoriamo molto più alla Gaudì che alla Canova.

In che senso?

Nel senso che non possiamo fare a meno delle piastrelline, dei tasselli singoli, perché il risultato finale si compia.