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Paola Randi, alla Mostra di Venezia contro il femminicidio

La regista milanese ha scelto di raccontare la condizione femminile nel nostro Paese all'interno del film collettivo 9X10 – Novanta, che l’Istituto Luce ha commissionato ai giovani filmmaker per raccontare l'Italia. E l'ha fatto in forma di commedia, ma con un finale horror

Paola Randi ha alle spalle corti di successo fra cui Giulietta della spazzatura e La Madonna della frutta, e il lungometraggio Into Paradiso, con il quale ha partecipato alla Mostra del cinema di Venezia nella sezione Controcampo italiano, ha ricevuto quattro nomination ai David di Donatello e ha vinto il premio Bimbi belli della rassegna estiva curata da Nanni Moretti.

Ora la regista milanese neoquarantenne torna alla Mostra di Venezia con un corto di dieci minuti inserito nel film collettivo 9X10 – Novanta, che l’Istituto Luce ha commissionato a dieci giovani filmmaker: 5 donne e 5 uomini (se i conti non tornano, è perché un uomo e una donna lavorano in coppia a uno stesso corto) cui è stata affidata la missione di trarre dagli archivi del Luce il materiale necessario per illustrare un particolare aspetto della vita italiana.

Randi ha scelto di raccontare la condizione femminile nel nostro Paese, immaginando che ne venissero a conoscenza gli alieni di un altro pianeta. E ha mostrato come all’origine di molte distorsioni ci sia l’istituzione del matrimonio monogamico patriarcale, concepito per assicurare la linea ereditaria maschile. Fino ad individuare un collegamento fra quella distorsione iniziale e gli attuali femminicidi.

Come sei entrata a far parte di questo progetto?

Into Paradiso era stato coprodotto e distribuito dal Luce, per cui facevo già un po’ parte della famiglia. In 9×10 però sono un po’ uno “straniero di coppa” perché tutti gli altri miei colleghi coinvolti, davvero un dream team e uno specchio del nuovo cinema italiano, sono tutti nati dal documentario, mentre io ho alle spalle solo cinema di finzione. Mi sono sentita investita di una grossa responsabilità, e ho capito che l’unica cosa che potevo fare era usare un approccio a me familiare: quello ironico della commedia.

Come hai scelto il tema del tuo segmento?

Il team del Luce – un team fantastico: Beppe Attena, Nathalie Giacobino, Giovannella Rendi, che se fossimo in Ghostbusters sarebbe il mastro di chiavi perché ti porta per mano attraverso l’archivio alla scoperta di materiali meravigliosi, e la montatrice Patrizia Penzo – ce ne avevano proposti diversi, tutti molto belli. Io ero interessata soprattutto a due, donne e virilità, e mi sono detta, mettiamoli a confronto e lavoriamo sugli stereotipi italiani del ‘900 circa il femminile e il maschile.
Cercando materiale sulle donne poi ci siamo accorti che tutto quello che le riguardava era indissolubilmente legato al matrimonio, e in modo paradossale: ad esempio abbiamo trovato il servizio di un cinegiornale di fine anni ’50 su una cooperativa edile di studentesse, e il servizio si intitolava “Hanno fretta di sposarsi”. È stato il materiale stesso a portarmi verso un piccolo approfondimento sull’istituzione matrimoniale e sulla retorica del matrimonio monogamico patriarcale.

Da dove nasce il tuo interesse per le tematiche femminili?

Diciamo che ce l’ho nel sangue: mia madre si è sempre occupata di diritti delle donne ed è stata a capo di due grandi associazioni internazionali che si occupavano di donne e impresa, la Women’s World Banking, che assegnava microcredito a donne povere nei paesi in via di sviluppo e che in Italia organizzava corsi di formazione e agevolazione al credito, e la federazione internazionale di imprenditrici Fcem che lavorava per spingere i governi a istituire politiche di sostegno all’imprenditoria femminile. Dunque sono sempre stata al corrente di queste tematiche e dei dati globali su certe sperequazioni.

Nel tuo corto ad esempio citi il Global Gender Gap…

Non tutti conoscono questo report annuale del World Economic Forum, l’organizzazione interazionale che monitorizza anche il gap fra i diritti e le possibilità di uomini e donne nel mondo, perché è provato che minore è quel gap, maggiore è la resa dell’economia. Nella classifica dei Paesi del mondo l’Italia nel 2013 è scesa al 71esimo posto. Ho pensato che quello fosse un buon punto di partenza per il mio segmento, e che fosse chiaro che nel materiale sul matrimonio che stavo raccogliendo c’erano gli indizi per riuscire a capire come mai nel nostro Paese, all’avanguardia sotto moltissimi punti di vista, questo risultato sia possibile.

Però hai scelto di raccontarlo in chiave comica…

Ero convinta che bisognasse sottolineare l’assurdità della situazione, il paradosso. Nella tradizione italiana, le commedie prendono spunto dalla realtà in maniera quasi documentaristica: è lei che ti racconta ciò che poi devi prendere in giro, e noi italiani siamo abituati a ridere delle nostre miserie e dei nostri guai. Ma nel momento in cui ci ridi sopra, capisci anche immediatamente che una situazione non ha senso.
A quel punto avevo bisogno di una guida neutrale, un Piero Angela del futuro, divulgatore scientifico di una dimensione parallela. Perché era chiaro anche che quel materiale poteva dare non solo chiavi di interpretazione del presente, ma anche indizi per poter prendere in mano il futuro. Avere per le mani una ricchezza d’archivio come quella del Luce è come possedere un superpotere, una spada laser per sconfiggere alcune assurdità di questo presente e costruire un futuro migliore. Nei cinegiornali c’era un crescendo di commenti particolarmente pesanti sulle donne che mi hanno anche fatto arrabbiare, ma il mio approccio è rimasto quella della commedia, un approccio pop: semplice, immediato, di facile fruizione.

Il finale, però, è tutt’altro che comico. Perché hai scelto di esplicitare il collegamento tra matrimonio monogamico patriarcale e femminicidi?

Famosi antropologi e politologi hanno teorizzato la funzione del matrimonio monogamico patriarcale nella storia dell’umanità come l’elemento fondante della società in cui viviamo. Io non sono sposata, ma ho alle spalle una famiglia tradizionale, e quello dei miei è stato un matrimonio molto felice in cui entrambi i genitori erano leader. Dunque non ho posizioni precostituite contro il matrimonio, è proprio dal materiale trovato che è uscito questo grido. Come qualcosa di macroscopico che tutti abbiamo sotto gli occhi senza rendercene conto.

Un gap culturale?

Leggendo le dichiarazioni di alcuni criminali colpevoli di femminicidio, che erano mariti, fidanzati, compagni delle vittime, come avviene nella stragrande maggioranza dei casi, sembrava che costoro seguissero un pensiero comune: io ti possiedo, tu non hai il diritto di fare una vita autonoma, io dispongo di te come mi pare fino alle estreme conseguenze. E visto che questa matrice si ripete e spesso nasce all’interno della relazione familiare, ci deve essere qualcosa nella nostra struttura sociale che consente a quelle persone di pensare queste cose. A me non verrebbe mai in mente di poter disporre della vita di qualcun altro, come se fosse di mia proprietà.
Nella percezione che emerge dai commenti dei cinegiornali d’epoca, il matrimonio è ciò cui le donne devono aspirare in quanto incapaci di provvedere altrimenti a se stesse. Sposandosi diventano così in qualche modo “di proprietà” del marito. D’istinto ho collegato questa stortura di fondo con il pensiero deviato di quegli assassini, mi sembrava che si potesse ravvisare un’ipotesi di origine culturale del problema.

Perché hai deciso di chiudere il tuo segmento con la visione dei nomi delle centinaia di vittime del femminicidio in Italia?

Credo che in un lavoro come questo fosse un dovere civile. Ho sentito necessario dare un tributo alle vittime, mi piaceva l’idea che il nome dei politici o dei caporioni, in un ipotetico futuro, non restasse, ma il loro sì, e per sempre. Mi piaceva l’idea di fare diventare i nomi di quelle donne una sorta di tessuto stellare. Il loro sacrificio non può essere invano, lo diventa solo se tutti noi, nel nostro quotidiano, non cerchiamo di fare qualcosa per superare pregiudizi che non portano nient’altro che incomprensioni, fatica e in qualche caso conseguenze gravi.

L’altro elemento interessante del tuo corto è l’excursus storico a proposito di come le donne sono state raccontate in Italia.

Ad un primo sguardo nei filmati dell’epoca fascista sembra che la situazione per le donne sia positiva: vedi donne iperattive che cantano felici mentre scuoiano conigli, sportivissime, che fanno decine di figli e mentre vanno a lavorare nei campi li lasciano nelle nursery. Poi ti rendi conto che è propaganda, perché le donne dovevano essere sane e forti per dare prole una sana e forte e fascista. Non c’era alcuna libertà.
La cosa cambia completamente, dal punto di vista della propaganda, a cominciare dal dopoguerra, perché finalmente le donne hanno diritto di voto. Da lì in poi l’approccio dei cinegiornali diventa molto più feroce per convincere le donne a rimanere in una condizione penalizzante. Finché non si arriva al femminismo.

Qual è il tuo rapporto con il femminismo?

Sono nata negli anni Settanta e cresciuta negli Ottanta e Novanta, quando una serie di diritti erano già stati conquistati dalle pioniere femministe che si sono fatte carico di una battaglia molto importante. Oggi mi stupisce veder nascere movimenti antifemministi e vedere che femminista sembra essere diventata una brutta parola, collegata ad un fenomeno di autoghettizzazione o ad un sentimento antimaschile. Credo ci sia un grosso problema d’informazione. In realtà, da quello che ho potuto vedere, femminismo è combattere per i diritti fondamentali degli esseri umani in quanto tali e per un avanzamento dell’intera società.

Quale sarà il tuo prossimo lavoro?

Sto preparando una commedia fantascientifica che ha come titolo provvisorio Tito il Piccolo. È una sci-fi comedy sul superamento del lutto, tema che purtroppo mi è molto familiare, una sorta di rendez-vous fra Little Miss Sunshine e Incontri ravvicinati del terzo tipo. Sto anche lavorando ad un corto d’animazione, una storia d’amore ambientata in una centrale giapponese per la raccolta dei neutrini che si chiama Superkamiokande. Esiste davvero, si trova dentro una miniera cui si arriva a bordo di un trenino, e dentro questa miniera c’è un cilindro gigantesco, fatto di enormi lampadine che sono in realtà fotomoltiplicatori.
Per fare ricerca ho parlato a lungo con uno scienziato che lavora lì dentro e sto studiando tutto quello che posso comprendere, sui neutrini. Io posso solo provare a dare chiavi di lettura dell’esistente, non riesco a creare un mondo completamente distaccato dalla realtà. Perché la realtà è stupefacente, e non sarei capace di partorire qualcosa di più straordinario di così. Forse, da questo punto di vista, sono una documentarista anch’io.