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Per me le Winx non allacciano le scarpe alle piccole donne March

Gambe lunghe e affusolate, giro vita inesistenti, nasi alla francese ed occhi da gatta, grandi e luminosi. Tutto questo declinato per sei volte in modalità perfettamente identica. Le fate volanti ideate da Iginio Straffi propongono alle ragazzine un canone estetico irraggiungibile

Ricordo che più o meno all’età di otto anni mi regalarono per un Natale il romanzo di Louisa May Alcott, Piccole donne. Eravamo in tutta un’altra era, alla fine degli anni Settanta, quando la letteratura per bambini aveva ancora un posto importante e le famiglie indulgevano nella voglia di migliorare il linguaggio dei propri figli. Da quel momento per me non solo iniziò il periodo “romantico”, ma sviluppai un vero e proprio affetto famigliare per le sorelle March.

Certo oggi, con tutta la malizia dell’età adulta, mi rendo conto di quanto siano datati l’enfasi e i buoni sentimenti ottocenteschi di cui è infarcita tutta la vicenda eppure, andando oltre questi elementi, il romanzo ha ancora un valore importantissimo racchiuso nei caratteri delle sue protagoniste. In questo modo la tradizionalista Meg, l’anticonformista Jo, la tenera Beth e la fin troppo egocentrica Amy hanno rappresentato per alcune generazioni degli archetipi femminili cui ispirarsi e definire il tipo di donna in cui evolversi nel corso degli anni.

Personalmente io ho avuto sempre una predilezione per lo spirito indipendente e creativo di Jo, anche se non mi sento di rinnegare il gusto per l’arte e l’estetica di Amy. E a più di trent’anni di distanza questa riconoscibilità ha portato alla creazione di una moderna “racconta storie” che continua ad osservare con spirito critico la propria immagine riflessa. Ma dove dovrebbe condurre questa digressione personale dal dubbio interesse?

Il fine ultimo è quello di mettere l’accento sull’importanza dei nuovi modelli femminili alla portata delle piccole donne di domani, comprendendo che alcuni elementi non debbono essere sottovalutati visto che saranno irrimediabilmente assorbiti. Oggi le sorelle March ed i romanzi per ragazze sono andati in pensione e il loro posto è stato preso, a torto o a ragione, da intrattenimenti legati in prevalenza alla televisione e all’animazione. E proprio di questo regno specifico fanno parte le creature nate dalla fantasia e dallo spirito imprenditoriale di Iginio Straffi.

Stiamo parlando delle Winx che, dopo aver conquistato un vasto panorama internazionale tra cui anche il mercato cinese, dal quattro settembre faranno ritorno sullo schermo con la loro terza avventura Winx – Il mistero degli abissi in 3D. Al di la del prodotto strettamente cinematografico, a queste sei fate dal potere eccezionale è legata tutta una “filosofia femminile” ben precisa il cui scopo è quello di abbinare il glamour glitterato all’impegno social/ecologico e alla scoperta di quella magia unica e personale capace di definire ogni singolo individuo.

Ma c’è qualche cosa in loro che non mi convince del tutto. Andiamo a conoscere da vicino il fenomeno. Le Winx sono Bloom, Stella, Flora, Aisha, Musa e Tecna. Tutte loro frequentano il piccolo schermo e l’Alfea College, una scuola di magia, dal 2004, mentre nel tempo libero si dedicano a combattere le forze maligne dell’universo con i loro poteri eccezionali. A legarle è un’amicizia solida e disinteressata all’interno della quale ognuna trova il giusto spazio per esprimere la propria personalità a beneficio del gruppo.

Tutto questo fa capo alla migliore tradizione Disney oltre che al mondo già costruito da J.K. Rowling per i suoi ragazzi eccezionali, ma c’è un’altra faccia della famosa medaglia. Perché a rendere questi “modelli” così vendibili è soprattutto un’estetica precisa legata ad un merchandising con cui si prova ad imporre uno stile ben definito. Per questo motivo ai diversi caratteri che si esprimono attraverso interessi e storie personali, come la ricerca delle proprie origini, corrisponde un’omologazione estetica che definisce una fisicità irraggiungibile.

Nonostante Straffi e il suo team di sceneggiatori insistano sulle peculiarità di queste creature, gli animatori seguono dettagliatamente le istruzioni per definire gambe lunghe e affusolate in modo improponibile, giro vita inesistenti, nasi alla francese ed occhi da gatta, grandi e luminosi. Tutto questo declinato per sei volte in modalità perfettamente identica, fatta eccezione per le diverse nuance abbinate ai rispettivi talenti.

A questo punto, pur volendo comprendere le ragioni del commercio che si serve di immagini idealizzate per rendere fashion una collezione d’abbigliamento creata ad hoc per fate giocattolo e in carne ed ossa, ci si interroga sulla validità di questa somiglianza gemellare troppo preponderante rispetto ad una diversità caratteriale sovrastata da brillantini, corpetti e calze in technicolor. Ed è in questa assenza di bilanciamento tra l’essere e l’apparire che le Winx rappresentano un “modello” instabile il cui rischio continua ad essere quello di far passare solamente un unico canone estetico cui aderire con assoluta fedeltà, pena l’esclusione dal gruppo o un diffuso e perenne senso di inadeguatezza.

Quindi, se è vero che nella vita una spruzzata di glitter non ha mai fatto male a nessuno, è anche giusto ricordare la fantasia e la diversità alla base del concetto stesso di bellezza. E questo, tornando all’inizio del discorso, le sorelle March lo sapevano perfettamente.