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Bianca Nappi a Venezia: “raccontiamo gli adolescenti e la scoperta del sesso”

In questi giorni è a Venezia al Festival del Cinema con Short skin, opera prima di Duccio Chiarini vincitrice del premio Biennale college e selezionata tra dodici titoli provenienti da tutto il mondo. Un film realizzato con 150mila euro

In Short skin Bianca Nappi è Daniela, giovane madre di un ragazzino problematico, unica protagonista adulta in un contesto di attori giovanissimi, alla prima esperienza sul set.

“Una delicata commedia di formazione che mette in campo i problemi di un adolescente e di un’intera famiglia a cominciare dal rapporto con la madre”, dice Bianca che parla di un film dai molteplici piani di lettura, più immediati ed evidenti. “Come gli adolescenti e la scoperta del sesso”, e più critici e indiretti come gli “adulti che paradossalmente sono molto meno corretti di loro”.

Ma a parte la storia carica di risvolti sociali e di spunti di riflessione molto contemporanei, il film è importante perché si tratta di “un’operazione virtuosa realizzata con un budget ridotto (150,000 euro) che testimonia che un buon film può essere realizzato anche senza grandi mezzi e che permette a molti giovani registi di esordire e di farsi conoscere”.

Classe 1980, napoletana felicemente cresciuta a Trani, Bianca Nappi arriva a questo film dopo la consacrazione con Ferzan Ozpetek che l’ha voluta in Mine vaganti e Un giorno perfetto, anche se la sua prima esperienza cinematografica risale a undici anni fa con un piccolo ruolo in Solino, lungometraggio di Fatih Akin, il regista tedesco più noto per La sposa turca del 2004.

Ma il suo primo amore è il teatro di prosa dove debutta govanissima per non lasciarlo più. Se le chiediamo che differenza ci sia dal punto di vista del lavoro dell’attore ha le idee molto chiare che chiamano in causa la nostra meravigliosa e controversa tradizione. “Per quanto riguarda l’interpretazione il lavoro è lo stesso, si tratta di spostare il punto di vista e cercare di essere veri dicendo cose scritte da altri in un contesto non controllato da noi”.

“La differenza invece riguarda la tecnica e l’uso della voce, che richiede studio e presuppone una formazione precisa”. Lei, formata alla scuola di Beatrice Bracco, ammette che in Italia la tradizione del neorealismo ha “creato non pochi fraintendimenti”. Perché se da una parte anche un “non attore può diventare una star”, dall’altra “questa caratteristica è anche il tratto distintivo del nostro grande cinema che dal primo neorealismo arriva fino a oggi”.
E cita Reality e Matteo Garrone, un film frutto di “uno sguardo acuto e intelligente sulla realtà” da parte di un regista con cui “mi piacerebbe lavorare”. Ma anche Gomorra, di cui ha apprezzato anche la serie televisiva diretta da Stefano Sollima, “che in Italia è riuscita ad arrivare anche a coloro che dicevano che la camorra e la mafia non esistevano”.

Sulle umane debolezze e sulle piccole e macroscopiche piaghe sociali la Nappi ha recentemente riflettuto in teatro con due testi di Neil Labute, uno degli autori più rappresentativi dell’era post Mamet,Re[L]azioniSome girl(s), entrambi diretti da Marcello Cotugno.

Il primo è una successione di tre monologhi che restituiscono tre fotografie di violenza al femminile, “molto interessante in un periodo in cui il femminicidio e il tema della violenza sulle donne è al centro del dibattito pubblico”.
“Il femminicidio infatti è un sintomo di malessere che non può essere solo del maschio, ma della relazione di coppia e in generale delle relazioni sociali. E questo testo è un modo per domandarsi dove stanno andando le relazioni, che piega stanno prendendo e perché l’emancipazione delle donne sembra passare dall’imitazione dei peggiori stereotipi maschili”. invece è la storia (già proposta al cinema) di un ‘adultescente’ che cerca di sottrarsi a un matrimonio imminente con tutte le scuse e scappatoie possibili. E lo fa, guarda caso, incontrando le quattro ex fidanzate. “Un uomo che mette sempre le proprie pulsioni al primo posto, in una storia dove il confine tra bene e male risulta sfumato”, dice Bianca che qui interpreta una ragazza fragile travestita da femme fatale. “Un personaggio che mi ha divertito moltissimo e che non vedo l’ora di riprendere”.

Potremo vederla a Napoli al teatro Bellini in questa prossima stagione, ma prima sarà in scena con Sedici feriti di Eliam Kraiem per la regia di Fabiana Iacozzilli nell’ambito della rassegna In cerca d’autore. L’appuntamento è per il 27 settembre al teatro del Quarticciolo di Roma.