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Elisabetta Pozzi, una vita per il teatro con talento e disciplina

Come dice Emile Zola "l'artista è niente senza il dono, e il dono è niente senza il lavoro", e allora "tutte le mattine faccio esercizi di respirazione e di arti marziali con molta costanza – ci racconta l'attrice – Preparazione vocale e esercizi specifici di danza contemporanea alla sbarra"

È reduce da una doppia Clitemnestra al Teatro Greco di Siracusa dove ha immancabilmente messo tutti d’accordo. Elisabetta Pozzi portava il testimone da Agamennone a Coefore-Eumenidi, vestendo il ruolo di moglie fedifraga e assassina nell’Orestea di Eschilo con cui l’Istituto nazionale del dramma antico ha celebrato il centenario.

E perdonateci l’inciso ma non si capisce perché il premio le Maschere del Teatro l’abbia candidata come miglior attrice protagonista solo per Agamennone.

Sorvoliamo sulle ipotesi e concentriamoci invece su quella scena di Eumenidi in cui Clitemnestra, già uccisa dal figlio Oreste, tornava come fantasma a far sentire la sua implacabile voce.

Elisabetta recitava in greco antico usando le false corde e con il corpo, le braccia, il busto proteso come a contrastare una forza di segno opposto, disegnava una memorabile fuoriuscita dagli inferi.

Partiamo da questa scena per dire che lei, che è talento puro e raro, dedica al traning fisico e vocale un impegno quotidiano. Ma come dice Emile Zola “l’artista è niente senza il dono, e il dono è niente senza il lavoro”, e allora “tutte le mattine faccio esercizi di respirazione e di arti marziali con molta costanza. Preparazione vocale e esercizi specifici di danza contemporanea alla sbarra”.

Alla disciplina si abitua molto presto, quando appena diciottenne viene scelta da Giorgio Albertazzi per il ruolo di Romilda in Il fu Mattia Pascal di Pirandello riadattato per il teatro da Tullio Kezich. Un provino in cui si racconta che lo baciò senza fare tante storie – copione comanda –, inaugurando un sodalizio professional-sentimentale che regalò a noi spettacoli epocali, da Pericle principe di Tiro a Conversazione continuamente interrotta di Ennio Flaiano, e a lei, probabilmente, il suo stesso destino.

Oggi, a chi le domanda se in una vita intera dedicata al teatro non ci siano mai stati momenti di pausa, o di ripensamento, risponde con lucidità spiazzante che “la situazione del teatro italiano è un bel deterrente a questi rischi e pericoli. Non si fanno più lunghe tournée e molti spettacoli che meriterebbero di essere visti faticano a trovare spazi e circuiti”.

Ma siccome non è bene stare a lagnarsi, si può anche “emigrare” per un po’. E a proposte di ripiego, che comunque le arrivano perché la Pozzi è la Pozzi, malgrado la crisi, preferisce dedicarsi allo studio e alla ricerca di nuovi testi e nuove collaborazioni insieme al marito, il musicista e fonico Daniele D’Angelo.

È dello scorso anno la trimestrale esperienza marsigliese con i Compagnon di Emmaus e lo Strassenchor di Berlino, conclusasi con la messa in scena di Phedre les oiseaux di Frédéric Boyer. “Un lungo viaggio all’interno dell’esclusione, della strada, della diversità”, scriveva sulle pagine facebook del suo profilo. E lo faceva per ringraziare quelle donne e quegli uomini senzatetto che “hanno creduto nella poesia”. Perché in Italia, questa “esperienza terribile e magnifica non è stata accettata”.

Profondamente persuasa che “questo lavoro non può non tenere conto di quello che ci sta intorno”, persegue da sempre un “teatro necessario”, lontano dall’intrattenimento fine a se stesso. E si dissocia apertamente dalle provocazioni fasulle di certa pseudoricerca e dall’ “atteggiamento fazioso di certa critica che esalta una linea a scapito di tutto il resto”.

Se le chiediamo di fare dei nomi, non usciamo incoraggiati: Carmelo Bene, Leo De Berardinis, Pina Baush, Christoph Marthaler, ma anche Fanny & Alexander e i registi con cui spesso lavora, Daniele Salvo e Carmelo Rifici. Ma per il resto “si vede un teatro spaventosamente vecchio e falsamente provocatorio”.
“Dispiace, perché la provocazione dovrebbe essere un salto in un oceano sconosciuto dove ognuno può trovare qualcosa che lo riguardi”.

Riecco dunque il teatro greco, con cui Elisabetta ha una consuetudine antica, disposta e accogliente anche di fronte a nuove operazioni di riscrittura, perché “la tragedia è sempre e comunque un’occasione di riflessione sull’umano e sul divino, sui grandi temi che ci riguardano tutti”.

Per questo accanto alle grandi eroine di Eschilo, Sofocle, Euripide è stata anche Medea nella rilettura di Christa Wolf, o Cassandra secondo la drammaturgia che il giornalista Massimo Fini ideò per lei unendo grandi classici e autori contemporanei. E ancora Fedra e Elena filtrate dai versi di Ghiannis Ritzos che ciclicamente ripropone da oltre vent’anni (segnaliamo l’appuntamento con Elena per la regia di Andrea Chiodi il 12 agosto nell’ambito del festival Valle Christi di Rapallo).

Come spettatrice invece sceglie “mossa dal desiderio di vedere un attore piuttosto che un altro”, e si dichiara affascinata dai grandi vecchi: Giorgio Albertazzi, naturalmente, o Gianrico Tedeschi, di cui dice meraviglie dopo averlo applaudito in Visita al padre, lo scorso anno. Inossidabili e sensibilissimi, proprio come lei, che ama il rugby e le gardenie.