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Bad love, quando uno sfracello sentimentale diventa una graphic novel

Alexandra Guelfi, insegnante italo-australiana all'esordio con una storia illustrata su un ebook della Vanda Epublishing. La storia di un amore finito malissimo a causa della tossicodipendenza di lui. Ora lei vive felice a Sydney

Per passare da dissoluto a santo, Agostino di Ippona contenne e imbavagliò molte cose, forse tutte, tranne una: l’amore. Il solo modo per amare, diceva, era non avere misura. Dedicarsi con fede cieca e devota. Insomma, andare incontro a un quasi certo sfracello del cuore. Dopotutto,  se non si perdesse il controllo, se si contassero i passi, i centimetri, i minuti, se si ponderassero i rischi, sarebbe rating, non amore.

Alexandra Guelfi, insegnante italo-australiana adesso al suo esordio con la graphic novel Bad Love (si tratta di un ebook della Vanda Epublishing, acquistabile in tutti i bookstore e disponibile in francese, inglese e italiano), credeva di amare agostinianamente quando, anziché sbattere fuori casa il suo fidanzato tossicodipendente, sbatteva le ciglia e gli si liquefaceva tra le braccia al primo “piccola, ti amo”. Credeva fosse amore, invece era compiacimento. E sì perché Alexandra la sua storia l’ha raccontata per liberarsene, riderne e, soprattutto, dimostrare che quando si ama uno scellerato, le intenzioni sono meno nobili di quello che sembra.

Bad Love è la storia, quasi per nulla romanzata, del primo grande amore di Alexandra. Cieco, apparentemente eterno, irriproducibile e irrinunciabile, come tutti i primi grandi amori. Da allora, sono ormai passati dieci anni. Lei una ragazzetta ventenne vitale, instancabile e acerba abbastanza da essere incuriosita da tutto. Lui tenebroso, passionale e tossicodipendente abbastanza da essere infastidito da tutto. All’inizio ogni cosa perfetta, potente e romantica tanto da far sembrare la droga una di quelle rughe che spariscono appena si smette di corrucciare la fronte. Ovviamente, lui non aveva la benché minima intenzione di rinunciare a corrucciare un bel niente, anzi: per tutto il libro continua a fingere di volersi disintossicare, fino a rinunciare anche a provarci, potendo contare sulla pazienza e l’amore di Alexandra, crocerossina, sorella, amata, amante e, soprattutto, dispensatrice di denaro, vitto e alloggio.

Lei, completamente incapace di ribellarsi alle disattenzioni e agli insulti di lui e lui che, al minimo abbozzo di ramanzina, le risponde “sei una viziata borghese che non può capire”. Lei sempre lì, a piangere e sorridere in silenzio, a compatirsi, a sentirsi uscire di bocca “amore mio” quando “brutto stronzo!” era la sola cosa che pensava, fino alla scoperta più importante: stava diventando come lui. La vittima che scopre di essere anche lei capace di carneficina. Di essere diventata la tossica di un tossico e di essere dipendente non tanto da lui quanto da ciò che lui le permette di essere: una paladina, una guerriera del bene, una salvatrice. Questa agnizione è il punto centrale di Bad Love e arriva nel momento perfetto, poco prima che la storia rischi di diventare un resoconto da aperitivi tra amiche, quando i maschi sono tutti laidi Ken col cuore di plastica e noi Barbie puericultrici convinte di poter e dover impartire una educazione sentimentale.

“Cos’ha l’eroina che io non ho?” si chiede Alexandra per un sacco di vignette. Perché lui non capisce che io sono meglio, che lo salverò e lo renderò migliore? Ce lo chiediamo tutte, sempre: riusciamo a sentirci in competizione anche con una partita di Champions League. Ma in quei momenti non lottiamo per il nostro amore: piuttosto, lo facciamo per arrogarci il diritto di indicare la retta via, per sentirci etiche, morali, anche donchisciottesche – e ogni mulino a vento che ci sconfigge legittima la nostra inappuntabilità.

“Ero semplicemente insicura, non avevo la forza di mettere in questione me e mettevo in questione lui”, dice Alexandra per spiegare come mai sia rimasta così a lungo invischiata in una storia che le imbullonava il futuro su un presente squallido e immutabile.

C’erano diversi modi per raccontare i ricatti, le piccole sevizie psicologiche, le ruberie, i tranelli e tutte le contropartite di un “amore tossico”: il dramma, il noir, quella mattonata del romanzo- verità. La Guelfi ha scelto la graphic novel . “Non ho mai disegnato in vita mia”, confessa. E allora perché? “Mentre scrivevo i primi capitoli del libro, mi sono accorta che, pur volendo essere leggera, non ci riuscivo: i disegni erano il solo modo per sdrammatizzare la narrazione”, ci dice. Infatti, i disegni sono stilizzati e imprecisi e non perché siano frutto della volontà stilistica di ricreare un tratto roco, punk e infantile: è che Alexandra non sa disegnare. È stata coraggiosa: si è detta che i mezzi appartengono a chi ha il coraggio di usarli, non solo a chi li sa usare. Non tutto si può imparare, ma tutto si può governare o tentare di governare: è la chiave del progresso.

E quei disegni facili facili sono funzionali anche al senso di Bad Love: ridere di una storia disgraziata e, mentre se ne ride e la si capisce, renderla così più incisiva, esemplificativa.

Per chi vuole lanciare un messaggio al pubblico, senza la pretesa di insegnare o educare, la via del sorriso è certamente la più incisiva. La Guelfi non voleva affatto scrivere un romanzo-verità sulla droga, I ragazzi dello zoo di Berlino ha annoiato e schifato un po’ tutti e, comunque, ha fatto il suo tempo: il suo intento – se d’intento ha senso parlare quando ci si mette a lavoro per un’opera di ingegno – era divertire i lettori, creare empatia con chi, come lei, ha amato diventando “la tossica di un tossico”, spiegare che quella dedizione così servile, quella volontà così debole, potrebbe non essere propriamente amore.

Adesso Alexandra vive a Sydney. Ha una famiglia tutta sua, che ama senza misura. Insegna italiano agli australiani di tutte le età e spesso passeggia scalza.