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Tina Modotti: in mostra la fotografa del Messico post rivoluzionario

La retrospettiva a Palazzo Madama di Torino fino al 5 ottobre racconta la vita e la parabola artistica della fotografa udinese che ha immortalato il Centro America. Di sé diceva: "Cerco di produrre non arte, ma oneste fotografie, senza distorsioni o manipolazioni"

Una donna, una fotografa, un’artista che ha partecipato, non solo assistito, ad alcuni degli eventi più importanti degli anni Venti nel Messico post-rivoluzionario. Tina Modotti ha avuto una vita intensa. A Palazzo Madama a Torino una retrospettiva, fino al 5 ottobre, racconta tutto l’arco della sua vita e ne ripercorre la parabola artistica.

Un percorso umano non comune, legato, anzi intrecciato, al periodo storico e politico in cui l’artista viveva, tra amori, passioni e vicende famigliari che l’hanno portata, giovanissima, a girare il mondo. Tina Modotti cambiava pelle: modella, attrice, musa, pronta però a mettersi dietro l’obiettivo. E non si limitava ad osservare. Partecipava. E raccontava, attraverso i suoi scatti, le realtà che incontrava.

Nata a Udine nel 1896, figlia di un meccanico e di una sarta, Tina a 16 anni si trasferisce negli Stati Uniti, a San Francisco, dove il padre era emigrato in precedenza. Con quello sguardo profondo e attento, non è destinata ad una vita comune. Recita a teatro, nei film muti, diventa la compagna di Roubaix “Robo” de l’Abrie Richey e si trasferisce a Los Angeles per lavorare nel cinema. Lì incontra il fotografo Edward Weston e con lui iniziano due amori: per l’uomo, e per la fotografia.

Nel 1921 si trasferisce in Messico dove la sua arte si modifica, si affina. Tina ritrae interni, nature morte, paesaggi urbani, tra geometrie e ombre. Soprattutto, comincia a immortalare le persone: quelle che vede, che incontra, operai e contadini, i celebri ritratti delle donne di Tehuantepec. Nella stagione messicana la Modotti si concentra sul soggetto umano, con tagli inusuali, cercando la dimensione emotiva. E le immagini diventano più politiche, “rivoluzionarie”.

Carriera e storia personale sono strettamente legate: Modotti conosce molti personaggi del mondo della politica e nel 1927 s’iscrive al partito comunista. Pubblica su molti giornali di sinistra tra i quali El Machete, l’organo ufficiale del partito comunista messicano. Coinvolta nelle indagini per il fallito attentato al presidente Pascual Ortiz Rubio, viene travolta da una campagna mediatica condotta proprio contro di lei. Definita “fiera e sanguinaria”, nonostante la sua innocenza, è espulsa dal Messico nel 1930.

Degli anni successivi sono le sue foto meno conosciute della capitale tedesca. Lei stessa ammetteva l’impossibilità di continuare la sua carriera di fotografa con strumenti tecnici troppo moderni per il suo approccio metodico e posato. Vive per alcuni anni in Europa, tra Berlino e Mosca dove lavora per la polizia segreta sovietica. Nel 1936 combatte insieme a Vittorio Vidali nella Guerra Civile spagnola. Ritornata in Messico, muore d’infarto nel 1942 a soli 45 anni.

Anche la sua fine è degna di un romanzo: alcuni ipotizzarono un omicidio per metterla a tacere. Troppe le informazioni sui crimini e le esecuzioni compiute da Vidali nel corso della Guerra Civile spagnola. Molti però respinsero le accuse. Pablo Neruda, suo amico, le dedicò una poesia in parte scolpita sulla tomba di lei nel Panteon de Dolores a Città del Messico.

Così Tina Modotti parlava della sua fotografia: “Sempre, quando le parole ‘arte’ e ‘artistico’ vengono applicate al mio lavoro fotografico, io mi sento in disaccordo… Mi considero una fotografa, niente di più. Se le mie foto si differenziano da ciò che viene fatto di solito in questo campo, è precisamente perché io cerco di produrre non arte, ma oneste fotografie, senza distorsioni o manipolazioni” (Tina Modotti, Sulla fotografia).