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Non sono ancora una signora. I cinquant’anni di Courtney Love

Al suo giro di boa, la vedova Cobain non ha un mito da esibire e non ha ancora trovato una collocazione per il suo secondo atto. C'è ancora spazio per un disco? È già così invecchiata da ambire al Circo Massimo? Ci sarà dell'altro nel suo futuro, oltre le comparsate come quella annunciata in Sons of anarchy?

È un primo piano, dal bordo basso spunta un calimero al femminile che si gira verso l’obiettivo, ha il solito taglio biondo platino, con qualche capello elettrizzato che se ne va per affari suoi, la sbavatura di mascara sullo sguardo stanco nasconde gli occhi azzurri, il trucco è pesante, e sopra la testa c’è una tiara piccola e sfarzosa, di quelle che però vengono usate come topper nelle torte tanto perché il fascino kinderwhore sia ancora lì a ricordare i fasti dei primi anni Novanta. Eccola Courtney Love, la ragazza che si spogliava nei club di Los Angeles mentre Loredana Bertè cantava “Non sono una signora, una con tutte stelle nella vita”. La foto scattata dallo stilista francesce Hedi Slimane è una immagine che riassume la fisionomia della vedova Cobain che si è delineata in questi ultimi anni sui red carpet, nelle paparazzate per strada, nei locali, nelle ospitate degli show, nei selfie lanciati in rete. Quando insomma una donna come Courtney Love compie cinquant’anni vuol dire che il tempo è inesorabile anche per chi non ha mai pensato al futuro. “È solo una data e la realtà delle cose è che io sono perfettamente a mio agio con questo traguardo. Finché il tuo aspetto è decente e la tua voce a posto, puoi continuare a fare il tuo mestiere di cantante. Anche a cinquant’anni” ha dichiarato di recente, purché ci si intenda sul concetto di decenza per Courtney Love.

Otto anni fa si era riaffacciata in classifica da solista ma il suo album America’s sweetheart era stato un flop, soltanto 450mila copie vendute nel mondo. All’epoca era carica di problemi: droghe, la revoca della custodia della figlia (“Twitter should ban my mother” arrivò a dire poi Frances Bean liquidandola come “madre biologica”), eredità, cause, proventi e soldi (è arrivata anche a vendere su ebay i propri vestiti). Erano davvero brutti tempi per la vedova Cobain – come sta scritto ancora sul passaporto, non essendosi mai risposata – e allora Slimane, sempre lui, su V. Magazine, le mise un velo da sposa calato sul viso. Courtney ci mise l’aria insolente e un po’ truce, la solita sigaretta accesa, lo smalto nero sulle unghie cortissime, quelle mani immaginate sempre a trafficare per trovare qualcosa, insomma, il solito fascino intaccato e imperfetto, che nel decennio precedente aveva rappresentato il benchmark di bella e dannata e che proprio le due foto di Slimane ci raccontano al capolinea. È passato molto tempo, molte di quelle pendenze ancora galleggiano nell’aria di casa Love tra avvocati e commercialisti per proteggere lei e Francis dalla guerra dei proventi e delle frodi. Ora con un tour inglese e un singolo nuovo You know my name ma già vecchio all’ascolto, arrivano titoli benevoli che parlano di una donna “nuova”, “sana”, di una “nonchlance di una ragazzina”, ma la benevolenza dei titoli è da prendere con beneficio d’inventario quando si parla di Courtney Love, anche se dichiara di aver chiuso con alcol e droghe.

L’uragano Courtney Love è oggi prosciugato, il corpo sembra come spiaggiato da un’epoca che si è chiusa all’improvviso, come diceva Mastroianni ne la Terrazza. Sfatta lo è stata sempre e non è mai stata veramente in forma, non voleva essere un volto e un corpo per Lancome o Guerlain: alta, un donnone con la faccia di gomma, poca grazia, sboccata, incasinata e casinista, spesso indecente, col seno di fuori e le mutande dimenticate a casa. Il rossetto sbavato da tossica vera: “Quando mi alzo sono ancora truccata è troppo presto per indossare questo vestito” è stato il suo biglietto da visita per molto tempo. Bulimica, “sono quella che alle feste voleva sempre la fetta di torta più grande”, ma sempre con l’aria disponibile a spartire qualcosa. Difficile caderci dentro, piuttosto poteva caderti addosso.

Kurt-Cobain_portrait

Ma è stata anche la donna che ha fatto la dura con tutti, interviste comprese, dove gli interlocutori non sono mai stati a loro agio, quella che rischiava perché sentiva di potercela fare, la moglie di Cobain che nelle tantissime foto di coppia oramai vintage manda avanti verso l’obiettivo il volto angosciato e un po’ goffo di Cobain, il primo depresso e scassato dei Novanta, mentre lei rimane dietro salda e raggiante, statuaria e sicura come a dire “ce l’ho fatta, lui è mio”. Quell’orgoglio è oggi una spada di damocle che non ha smesso di ipotecare il futuro: nell’ottica dell’omaggio più giusto a Kurt, nella protezione dei diritti di Kurt, e nel respingere i sospetti intorno alla morte di Kurt, alcuni dei quali provengono addirittura da suo padre. Yoko Ono le ha ceduto volentieri il testimone di vedova odiata, ma Courtney si ritrova dal 1994 un peso molto più grande che sull’artista giapponese non è mai gravato.

Compie cinquant’anni Courtney Love ma non ha ancora trovato una collocazione per il suo secondo atto, e non si può mai avere il piede in due staffe quando si vuole emanciparsi dalla prima carriera. C’è ancora spazio per un disco di Courtney Love? È già così invecchiata da ambire al Circo Massimo? Ci sarà dell’altro nel suo futuro, e soprattutto c’è un futuro oltre le comparsate come quella annunciata per la nuova stagione di Sons of anarchy?

Compie vent’anni una foto in cui però Courtney Love non c’è: è quella di Q Magazine scattata da John Stoddart che riunisce PJ Harvey, Tori Amos e Bjiork, tre donne all’epoca lontane dal grunge (e almeno due coetanee di Courtney), che ancora oggi riescono a dire la loro, con un profilo certo e non traballante. Marianne Faithfull, Patti Smith, le grandi irrequiete icone del rock, possibili riferimenti agé per la Love di un pantheon dove è sempre da calcolare il tag #sopravvissuti, sono diventate delle signore, da tempo hanno smesso di correre dietro a quello che non sono più. Patti Smith è una reduce suo malgrado, sospesa nel ricordo incantato dei fan, una reduce non solo di una stagione d’oro negli anni settanta ma anche di un decennio, i Novanta, che le ha portato solo lutti, dall’amico Mapplethorpe al fratello, al marito, per non parlare dei sui alfieri della controcultura: Ginsberg, Corso, Burroughs. Più che una rocker è una mamma orgogliosa del proprio figlio che suona con lei sul palco in tour. Marianne Faithfull va incontro al proprio mito l’autunno prossimo con un nuovo disco Give my London, un volume di fotografie per Rizzoli scattate da Helmut Newton, David Bailey, Ellen Von Unwerth, Bruce Weber e commentate dalla stessa Faithfull, e poi un tour per celebrare cinquant’anni anni di carriera.

Al suo giro di boa Courtney Love non ha un mito da esibire né una storia facile da cristallizzare: il suo cammino è stato intaccato e assediato più volte, la sua preoccupazione è più legata al mito del marito. La pietà di Michelangelo rifatta da David La Chapelle e messa in copertina nel 2010 per illustrare Heaven to hell ora forse dovrebbe tenere conto delle sorti della bionda madonna californiana scelta dallo sfrenato fotografo. Ma si dovrebbe trovare un uomo, o un destino, capace di tenere in braccio i cinquant’anni di Courtney Love.