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Il piacere femminile e la fatica di essere donna al Premio Strega

Antonella Cilento è l'unica scrittrice nella cinquina di quest'anno (il premio è stato vinto solo da 10 donne in 77 edizioni) e nel suo Lisario racconta la violenza, i soprusi e le discriminazioni subite dalle donne nella Napoli di un Seicento che non sembra poi così lontano

Napoli, la storia, l’arte. E poi le donne. I romanzi di Antonella Cilento, unica donna tra i cinque finalisti del Premio Strega 2014, girano più o meno tutti intorno a questi perni. La combinazione varia, nel corso degli anni è variata molte volte, perché la Cilento è un’autrice prolifica, che con la scrittura campa non solo praticandola ma anche insegnandola. Anzi, a insegnare scrittura creativa ha iniziato ancor prima di iniziare a pubblicare libri. Era il 1993, lei aveva poco più di vent’anni. Oggi che ne ha quarantaquattro mette un punto importante a una carriera che s’è guadagnata con lavoro e abnegazione.

Il romanzo con cui la Cilento è finita in cinquina si intitola Lisario, o il piacere infinito delle donne. Pure qui gli ingredienti sono quelli di sempre. C’è una donna, anzi una ragazzina, che si ritrova a dover lottare con la fatica di esser donna nella Napoli del Seicento. La piccola Lisario, spagnola ammutolita da un’operazione chirurgica andata male, sviluppa un talento particolare per combattere le ingiustizie e le prepotenze: se qualcuno vuole costringerla a fare qualcosa controvoglia, lei si addormenta. Sullo sfondo la città si infiamma, è tutto un ribollire d’arte e di rivolta, tra ombre caravaggesche e gli strepiti di Masaniello, e lei si fa sposare da un medico, spagnolo anch’egli, che presto se ne servirà come cavia per certi esperimenti sull’orgasmo femminile. Eccolo, il piacere infinito del titolo.

Napoli barocca, quindi, Napoli sofferente e teatrale. Non molto diversa da quella di oggi, dice apertamente la Cilento, così come non molto diverse nella società di oggi sono le condizioni in cui versano le donne. Violenza, soprusi e discriminazioni: purtroppo è evidente che siamo ancora a questo punto. E la favola di Lisario, che nella sua indulgenza all’allegoria ha un che di manzoniano, vuol servire a rimarcarlo, ove ce ne fosse bisogno.

Pure allo Strega, d’altronde, alle donne le cose tendono ad andare piuttosto male. Da quanto tempo a vincere non è una scrittrice? Un sacco. L’ultima fu Melania G. Mazzucco (con Vita), nel 2003, che peraltro venne subito dopo Margaret Mazzantini. E nel computo totale, nelle sessantasette edizioni del premio organizzato dalla Fondazione Bellonci il gradino più alto del podio si è tinto di rosa solo dieci volte. Senza doversi per forza interrogare sul presunto maschilismo del mondo letterario ed editoriale italiano – ma c’è qualcuno, come l’agguerrita Silvia Avallone, che al riguardo non ha molti dubbi – di questi dati di fatto è bene tener conto. No, donne e Premio Strega non vanno molto d’accordo.

Quanto ad Antonella Cilento, se è arrivata dove è arrivata, al di là del valore di Lisario, forse è anche grazie al cambio di scuderia. Fino all’altro ieri l’autrice napoletana usciva principalmente con Guanda, stavolta s’è accasata da Mondadori. Che, come si sa, allo Strega sa sempre come muoversi. E i voti serviti per portare la Cilento a Villa Giulia il 3 luglio (46, tre in più di quelli raccolti dalla sesta classificata alla penultima tornata, Elisa Ruotolo) avranno molte probabilità di andare a rimpinguare il bottino di Francesco Piccolo, che con il suo Il desiderio di essere come tutti, pubblicato da Einaudi, editore di punta, in quanto a prestigio, del gruppo di Segrate, rimane il grande favorito per la vittoria finale.