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Alida Ardemagni: 70 donne, note e meno note, che hanno fatto l’Italia

Artemisia Gentileschi, Miuccia Prada, Margherita Hack, Rita Levi Montalcini, Eleonora Duse, Elsa Morante. E poi sante, vestali, partigiane, imprenditrici illuminate. Tutte compongono il volto femminile misconosciuto del nostro paese

“Purtroppo l’Italia non è né un paese per donne né delle donne. Pari opportunità e politiche di genere sono ormai espressioni entrate nel linguaggio comune, ma spesso dietro c’è il vuoto.” A parlare così è Alida Ardemagni, autrice del libro L’Italia delle Donne, edito da Morellini, in cui si ripercorrono le vicende di settanta figure femminili che, nonostante le evidenti difficoltà incontrate nelle diverse epoche, sono riuscite a lasciare un segno indelebile del loro passaggio. Perché non solo le donne sono sempre state presenti nella vita dell’Italia ma hanno contribuito attivamente a costruire eccellenze e cultura.

Il problema, semmai, è che non se ne parla abbastanza. In questo senso L’Italia delle Donne rappresenta un compendio perfetto in cui, partendo dalle Vestali, passando per la persecuzione della stregoneria, avvicinando figure ascetiche eppure reali come Santa Chiara o imprenditrici come le sorelle Nonino, si comprende che le donne non devono chiedere permesso per occupare uno spazio conquistato di diritto da secoli. E per dare forza a quest’atto di auto consapevolezza per il futuro si potrebbe proprio partire dal non dimenticare il passato.

Partiamo dalla sua dedica iniziale d’incoraggiamento alle giovani di oggi. Che tipo di donne sono e, soprattutto, quali difficoltà devono affrontare?

Io ho una figlia di 25 anni, laureata, che ha fatto sinora due stage non retribuiti e che per le centinaia di curricula inviati ha ricevuto, nel migliore dei casi, solo gentili dinieghi. E questo in una città come Milano, la tanto decantata capitale economica d’Italia, che anche in tempi di crisi ha una maggior “tenuta” occupazionale. Si immagini qual è la situazione in altre realtà. È di pochi giorni fa il dato relativo alla disoccupazione giovanile: 42% ! È inutile ribadire che solo attraverso il lavoro un giovane – e soprattutto una ragazza – può guardare con fiducia al futuro. Per questo fra le donne contemporanee presenti nel libro sono state privilegiate le “imprenditrici illuminate”, come Miuccia Prada, icona del fashion internazionale, o le sorelle Nonino che hanno declinato la grappa al femminile, o ancora Daniela Villa, che partendo da una piccola erboristeria ha creato l’impero economico Erbolario. È attraverso la loro affermazione nel mondo del lavoro che possono essere di esempio e di incoraggiamento per le giovani donne.

Lei le esorta ad avere fiducia in se stesse. Crede che la mancanza di consapevolezza sia in fondo il limite più grande che il mondo femminile debba affrontare?

Riagganciandomi a quanto detto prima, io credo che le donne oggi abbiano conquistato un discreto grado di consapevolezza delle proprie capacità. Certo che è difficile avere ideali, perseguire obiettivi e sogni quando tutto “rema contro”. Per questo vorrei ricordare a mia figlia, alle sue amiche, alle mie ex studentesse ormai cresciute che è indispensabile riflettere sul ruolo insostituibile che le donne hanno avuto quali protagoniste della nostra storia, anche se spesso pagando un prezzo troppo alto. La sensibilità femminile, la pragmaticità e la tenacia delle donne hanno indubbiamente reso l’Italia un paese migliore. Le 70 donne protagoniste del libro – di ogni epoca e di ogni estrazione sociale – devono essere un esempio per andare avanti con coraggio, anche se fra mille ostacoli.

Il primo capitolo del suo libro è dedicato alle nostre antenate e, in modo particolare alle sibille e alle vestali. Tutte figure che comunque avevano un posto centrale nella ritualità religiosa e nel contatto diretto con il divino. Secondo lei quando e perché abbiamo perso questa centralità nella vita religiosa?

Questa è una domanda a cui non è facile rispondere. Benché raramente i ruoli più elevati dell’autorità religiosa nelle grandi religioni attuali siano occupati da donne, la sensibilità, la capacità di entusiasmo e la suggestionabilità continuano a essere ampiamente considerate come presupposti di una più marcata religiosità. Nella storia intellettuale dell’antichità e dell’Europa – ma non solo – le donne erano però identificate con la natura e la materia e subordinate alla cultura e allo spirito, che invece erano di pertinenza del sesso maschile. Una cosa è certa: le grandi religioni contemporanee portano l’impronta di una concezione patriarcale e rispecchiano e sostengono il predominio maschile legittimandolo. È quindi giusto qualificarle come religioni patriarcali. Oggi il cambiamento di status delle donne nella società dovrebbe essere motore per l’apertura alle donne dei ruoli religiosi. E sembra che Papa Francesco vada proprio in questa direzione.

Sempre parlando di vestali, sappiamo che il loro compito era quello di tenere sempre acceso il fuoco sacro. Forse per questo la donna è stata definita per molto tempo l’angelo del focolare?

Poiché nell’antica Grecia e poi a Roma le città erano considerate un allargamento del nucleo familiare, un certo parallelismo fra le vestali e le donne “comuni” è possibile. Vesta era la dea del focolare domestico, venerata in ogni casa e il cui culto consisteva principalmente nel mantenere acceso il fuoco sacro. Nelle famiglie il fuoco provvedeva a riscaldare la casa e a cuocere i cibi, era cioè l’elemento vitale per eccellenza. La novella sposa portava il fuoco preso dal braciere della famiglia di origine nella sua nuova casa, che solo così veniva consacrata.

Tra le figure femminili antiche più interessanti ci sono le donne etrusche. Guerriere, moderne, libere nei costumi e padrone della propria vita. Può parlarci brevemente di loro ma, soprattutto, dirci cosa possono insegnare alle giovani donne?

Si è parlato per molto tempo di un matriarcato etrusco, o comunque di una società matrilineare, cioè un gruppo nel quale l’appartenenza, il nome e la proprietà si trasmettono in linea femminile. Sono ipotesi affascinanti, ma solo ipotesi perché non si trovano riscontri nelle fonti storiche. È certo però che le donne etrusche godevano di libertà e di privilegi del tutto inusuali per l’epoca. Innanzitutto erano istruite, sapevano leggere (risulta dalle iscrizioni su alcuni specchi ritrovati nei sepolcri) e partecipavano ai banchetti con gli uomini, stando sdraiate come i loro compagni e non sedute come le romane, che pare non potessero neppure bere vino. Negli affreschi di Tarquinia si vedono donne bellissime ed eleganti, gli uomini le guardano con rispetto e le sfiorano con delicatezza, offrendo loro con un sorriso l’uovo, simbolo di feconda immortalità. Le giovani donne devono imparare che non è necessario rinunciare alla propria femminilità – la cura del proprio corpo, il desiderio di maternità – per raggiungere obiettivi considerati “maschili”, come l’affermazione nel mondo del lavoro o un alto grado di istruzione.

Dalle antenate alle streghe. Nonostante ci siano state anche accuse rivolte agli uomini, la stregoneria è considerata una colpa quasi esclusivamente femminile. Perché è accaduto questo? Che cosa metteva e mette paura della natura femminile?

Quello della stregoneria è un tema senza dubbio complesso, anche perché il fenomeno è durato più secoli (dalla fine del XV sec. all’inizio del XVIII sec., ndr) e ha interessato tutto l’occidente cristiano, in particolare l’area protestante. In questo periodo e in quest’area si credeva che uomini, ma soprattutto donne, si radunassero di notte in luoghi appartati e irraggiungibili, che stringessero un patto con il diavolo, lo adorassero rinnegando la fede in Dio, compissero atti sessuali con i demoni, ballassero e preparassero unguenti con i cadaveri dei bambini che avevano ucciso. Si immaginava poi che al loro ritorno nella vita normale compissero malefici per rovinare o uccidere persone e animali. Insomma le streghe erano gli agenti del diavolo e in quanto tali andavano combattute. Quindi, per eliminare questo mostruoso complotto contro la società cristiana, venivano processate e spesso giustiziate. Molte “streghe” vennero torturate e bruciate vive con le motivazioni ufficiali più varie, ma spesso in base a delazioni anonime mosse anche da futili ragioni.

Oggi quali donne farebbero parte di un convegno di streghe, ad esempio, sotto il noce di Benevento?

Senza addentrarci nella dibattuta questione sui nuovi femminismi, oggi si potrebbe immaginare sotto il noce di Benevento un raduno di giovani donne che con “leggerezza” ma anche determinazione rivendicano la propria dignità e incitano tutte le donne ad avere il coraggio di sfidare i luoghi comuni e di combattere battaglie nel sociale e nel quotidiano. Non contro gli uomini, ma con gli uomini, che non le metteranno certo al rogo.

Nel suo libro al capitolo sulle streghe lei fa seguire quello sulle sante e le badesse. Cosa hanno in comune queste donne tra loro: il supplizio?

Al di là del supplizio, ciò che accomuna queste donne è spesso il ruolo di emarginazione e di sottomissione che hanno vissuto. Due brevi esempi. Caterina Medici, di Broni, nel pavese, nel 1617 viene accusata di stregoneria perché rimasta vedova – si era sposata a 14 anni – è costretta a fare la cameriera presso il senatore milanese Luigi Melzi, che si ammala gravemente. I figli la accusano di avere una relazione con il padre e sospettano un maleficio. La poverina si autoaccusa di stregoneria nella speranza di venir graziata, ma verrà strangolata e bruciata. Maria Goretti, proclamata santa nel 1950, vive invece un’infanzia di miseria e di privazioni in una cascina delle Paludi pontine e, non ancora dodicenne, viene ferita ripetutamente nel tentativo di difendersi da un giovane che vuole violentarla. Morirà di setticemia poco dopo.

Non credo sia un caso che lei concentri la sua attenzione soprattutto su due figure come Santa Rita e Santa Chiara. Entrambe, nonostante l’abito indossato, hanno condotto una vita nel mondo e per il mondo. Questo può essere un invito rivolto alle religiose per continuare ad essere donne rimanendo nella realtà e agendo per questa?

Sì, è così, fra le tante figure femminili presenti nel novero dei santi, Santa Rita e Santa Chiara sono l’esempio concreto di come la vita religiosa sia stata per secoli l’unico mezzo che hanno avuto le donne per affrancarsi dal loro destino d’emarginazione e per impegnarsi nella sfera politica, sociale e culturale del loro tempo. Così Caterina da Siena, a metà del Trecento, guidata da un Dio interiore, esce dalla sua città natale e affronta il mondo e i potenti della Terra con un coraggio e una sapienza di cui lei stessa si stupisce. E Margherita da Cascia, sposata a forza a un marito brutale e violento, diventata vedova, in anni tragici di faide locali, lotte fratricide, pestilenze e carestie, decide di dedicarsi agli altri diventando “popolare giudice di pace”. Due sante strettamente legate sia alla spiritualità più profonda che alla realtà.

Un discorso particolare meritano le donne della Costituente. Perché crede che sia ancora così difficile ottenere un riconoscimento istituzionale o formale dell’intervento femminile nella politica e nelle lotte per la libertà?

Le “madri” costituenti sono state 21, ma quasi nessuno le conosce. E questa è una delle tante ingiustizie fatte al ruolo fondamentale che le donne hanno svolto nella storia italiana. Sicuramente una delle storie che più mi ha colpito è quella di Camilla Ravera, colonna portante della Resistenza, nominata senatrice a vita da Pertini, che trascorre oltre 10 anni al confino tra Ponza e Ventotene, anni durissimi di privazione della libertà e di privazioni materiali: 50gr di pasta e 150 gr di pane al giorno, ad esempio. O ancora la storia della senatrice Merlin, nota solo per la legge che porta il suo nome, e invece donna di straordinario spessore, convinta partigiana cui si deve se nella nostra Costituzione nella formula “delle pari dignità dei cittadini” è stata inserita la precisazione “senza distinzione di sesso”. Non bisogna dimenticare che è stato grazie alle battaglie delle donne se le italiane hanno ottenuto il voto subito dopo la guerra e se, nei decenni successivi, sono finalmente arrivate leggi come la possibilità di entrare in magistratura (1963), la cessazione dell’adulterio come reato (1968), la depenalizzazione dell’aborto (1970), la parità dei coniugi nel diritto di famiglia (1975), il divorzio (1978) e, più vicino a noi, l’introduzione del reato di stalking (2009).

Impossibile non citare le donne nella letteratura. In particolare colpisce la storia di Elsa Morante e il suo essere condizionata dal bisogno di autonomia che contrastava con una forte esigenza di protezione e di affetto. Una condizione che ha accompagnato più di una donna, soprattutto nella generazione delle quarantenni. Crede che ce ne libereremo mai o, alla fine, questo essere eternamente divise è una ricchezza più che un limite?

Elsa Morante ha avuto un percorso professionale e privato tormentato. Il suo complicato e difficile rapporto con Alberto Moravia segnerà gran parte della sua vita. Io penso che la dicotomia fra autonomia e protezione sia ancora ben presente nella vita delle donne di oggi, anche se probabilmente in forme diverse. O meglio: la “protezione” è forse passata un po’ in secondo piano, mentre la dicotomia lavoro/affetti è ancora forte, in tutti gli ambiti. Lo sforzo di conciliare con serenità entrambe le cose può essere logorante, ma è evidente che fortifica e arricchisce.

La donna in questi secoli si è messa alla prova in qualsiasi campo nonostante le condizioni non siano state sempre delle più favorevoli. Ma non saremo noi le prime a dimenticare il potenziale che abbiamo?

L’autostima è un elemento indispensabile per far valere i propri diritti, conquistati o da conquistare. E l’autostima si raggiunge con la consapevolezza che le nostre capacità non devono essere messe in discussione, a dispetto di chi ci vorrebbe sempre in seconda fila. Il filo rosso che lega la vita delle 70 donne protagoniste del libro è proprio la testimonianza della dignità, della forza e del coraggio di sfidare luoghi comuni e di combatte le giuste battaglie, anche fra ostacoli che sembrano insormontabili. È dura, ma la storia dimostra che ce la possiamo fare.