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In Vietnam e Cambogia sulle tracce di Marguerite Duras

Quando Sandra Petrignani mi ha proposto di accompagnarla per ritrovare i luoghi della giovinezza della grande scrittrice francese, ho accettato con entusiasmo di visitare quello spicchio di mondo che tanto aveva contato nella vita dell'autrice de L'amante

Non era la prima volta che mi trovavo a cercare le tracce di una scrittrice del passato insieme a una scrittrice del presente. Era già accaduto nel 1997, quando insieme eravamo andate a ricostruire la vita quotidiana di Marguerite Yourcenar nel suo caldo e accogliente villino a Mount Desert nel Maine.

Così, quando Sandra Petrignani mi propose di accompagnarla in Vietnam e Cambogia per ritrovare i luoghi della giovinezza di Marguerite Duras, accettai con entusiasmo. A dire il vero, l’entusiasmo era suscitato più dai luoghi che dalla scrittrice. Non apprezzavo particolarmente la Duras. Di lei avevo letto, come tutti, L’amante e poi Il dolore, che mi aveva spiazzato e respinto. Mi affascinava, però, andare in quella che un tempo era stata l’Indocina – un luogo da un nome magico – con la sua vita coloniale e l’esotismo orientale.

Partimmo, dunque, ai primi di un piovoso febbraio che avremmo presto dimenticato grazie alla luce e alla mite temperatura che ci accolsero. Ad Hanoi, ospiti di uno squisito amico che lì viveva, ci tuffammo nella scoperta della città, che assumeva i tratti frenetici e sorridenti di miriadi di giovani che si muovevano in motorino.

L’impatto con il Vietnam fu abbastanza singolare: era un paese proiettato nel futuro che aveva lasciato il passato alle spalle. Non volevano più parlare né sentir parlare della guerra e dell’America. Paradossalmente, quello era un argomento che apparteneva a noi cittadini europei, che quel conflitto avevamo posto al centro delle nostre lotte politiche giovanili. Chi la guerra l’aveva vissuta non la voleva più ricordare.

Dopo qualche giorno partimmo per Saigon, prima tappa del viaggio nella vita di Marguerite. Lì visitammo la scuola che aveva visto Marie (la madre) come insegnante e Marguerite come allieva. Non mi colpì particolarmente: era un classico esempio di architettura scolastica con aule e cortili che si inseguivano. Quel giorno non vi erano molti studenti in giro: tutto era ovattato e quasi immobile. La tipica atmosfera che avvolge le scuole del mondo.

Inutile dire, invece, che mi colpì la casa che aveva ospitato gli incontri clandestini tra la Duras e il suo amante cinese. In realtà, quella casa non esiste più. Esiste, però, una casa che viene presentata come tale e che è quella nella quale visse il ricco cinese con la sua famiglia. In comune con quella dove si consumò l’amore, questa condivideva l’affaccio sulla strada, da cui era divisa solo da una sottile parete. Girando tra le stanze, accarezzando i letti di legno e inseguendo le ombre sul pavimento, si poteva cogliere l’eco lontana di una passione consumata a contatto con passanti indifferenti e indaffarati. Una passione, si potrebbe dire, nascosta ma pubblica. Così come effettivamente fu.

Lasciata Saigon incontrammo il Mekong e allora capii perché a Marguerite piaceva tanto l’acqua. Per alcuni giorni, su una barca silenziosa risalimmo lentamente il fiume, inoltrandoci tra basse mangrovie che formavano veri e propri tunnel. Pur nel traffico intenso di barche che ospitavano uomini e donne che offrivano cibo e frutta, il fiume rimaneva silenzioso e procedeva maestosamente. Ricordo che presi dell’ananas, elegantemente servito con bastoncini di legno intorno ai quali si avvolgeva come fosse un serpente. Intanto, la barca andava lentamente, al centro di quel “fiume largo e bello”.

La tappa successiva fu la Cambogia. L’arrivo al confine ci annunciò il brusco mutamento: file interminabili, militari aggressivi, frontalieri indifferenti tra galline e animali da cortile al seguito. Dopo diverse ore di sosta, la Cambogia ci accolse con una terra violentemente rossa. Tra le distese interminabili di campi, ogni tanto si intravedeva una casupola isolata, che contava quattro pareti di legno intorno a un’unica stanza.

Viaggiammo per ore, in compagnia di un autista e una guida, così come previsto dalle disposizioni locali. L’autista non amava molto gli animali e un giorno rischiò di investire un cane. Le nostre voci concitate e il nostro gesticolare furioso gli comunicarono tutto il nostro disagio. Da allora, adottò una guida più prudente ma inizio a guardarci di traverso.

Finalmente arrivammo a Kampot, la terra sulla quale la madre di Marguerite aveva tanto contato per coronare il sogno della sua vita: diventare ricca. Trovare la casa fu tutt’altro che semplice. Vi riuscimmo solo per la perseveranza di Sandra, che non riusciva a capacitarsi di essere arrivata fin lì per nulla. Per superare la stanchezza e lo scetticismo che mi leggeva negli occhi, continuava a ripetere “che Una diga sul Pacifico è un grande romanzo che tutti dovrebbero leggere” e che quindi non potevamo non ritrovare i luoghi che l’avevano ispirato.

Comunque, grazie all’aiuto di molte persone – così come racconta Sandra nel romanzo – in un pomeriggio assolato arrivammo in una radura dove alcune donne si intrattenevano davanti a casette issate su palafitte. Ci seguivano con lo sguardo mentre noi camminavamo e cercavamo le tracce di una vita che ormai non c’era più. Sul limitare della radura, trovammo alcuni pilastri che ricordavano e testimoniavano che lì, un tempo, c’era stata una casa e che vi avevano vissuto delle persone.

In quel desolante nulla, capii la disperazione e la forza necessaria per ricominciare ogni volta daccapo. Capii la forza dei luoghi e capii anche il senso di quella ricerca lunga e faticosa che aveva spinto Sandra, con caparbietà e passione, a voler posare a tutti i costi lo sguardo su quello spicchio di mondo che tanto aveva contato nella vita di Marguerite Duras. E che iniziò a contare anche per me quando mi persi tra le pagine di Un barrage contre le Pacifique.