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Alla scoperta di Marguerite Duras in un ristorantino di Parigi

Un nuovo saggio di Sandra Petrignani, Marguerite, la racconta come una donna strana e geniale. E le testimonianze della scrittrice francese, vitale e intrinsecamente drammatica, si ritrovano sui muri di un locale francese come nel cuore dei suoi lettori

Ora non ricordo esattamente quando, gironzolando per Parigi stanco morto come ogni turista, decisi di andare a cena in un piccolo ristorante vicino Saint Germaine des Prés, fatto sta che entrammo e ci sedemmo a un tavolo nell’angolo. Atmosfera molto Quartiere latino, era un ristorante vecchiotto, ai muri tante fotografie, biglietti, autografi di intellettuali di decenni prima: d’altra parte si era a due passi di luoghi dove nei Quaranta e nei Cinquanta c’erano state le leggendarie caves degli esistenzialisti, del jazz, del fumo, degli artisti col colloalto nero. Bene, accanto a me c’era una fotografia, in bianco e nero, di una donna anziana, bella, gli occhi sottili, e sotto la sua firma: Marguerite Duras. Ah, questa la conosco, Marguerite Duras, la scrittrice de L’Amante!

Ma quella foto non era come le altre. Entrava direttamente in rapporto col ristorante, come fosse stata una cliente fissa. E infatti, seppi dopo, lo era stata veramente! Perché la Duras abitava proprio di fronte, nella stessa rue St.Benoit – e il ristorante aveva proprio quel nome. Avendo una specie di soggezione per i grandi della letteratura, specie a Parigi dove ogni momento c’è una targa di marmo che ricorda che lì ci è passato Balzac, lì ci ha passeggiato Proust, lì ci ha dormito Baudelaire, da quella prima cena al ristorante di rue St.Benoit mi venne voglia di leggere la Duras (avevo solo letto il più celebre romanzo, L’Amante, appunto).

Via via ne ho letti diversi. In particolare ricordo La vita tranquilla e Occhi blu capelli neri. Non avendo io la capacità né la cultura per azzardare qui altre valutazioni che non siano strettamente legate al mio gusto personale, posso dire che nelle pagine della Duras si agita qualcosa di terribilmente vitale – non saprei come dire – come di una serie di vibrazioni anche molto dolorose e sempre intensissime, glaciali. Non è facile spiegarsi.

Dicevo di Occhi blu capelli neri, che è un piccolo romanzo che ha per protagonista assoluto l’amore. Ci sono un lui e una lei e c’è una scrittura a scatti, piena di vuoti, intrinsecamente drammatica. “Il giovane straniero raggiunge la giovane donna. Come lei, è giovane. È alto come lei, come lei è in bianco. Si ferma. L’aveva perduta. Per il riverbero che viene dalla terrazza i suoi occhi fanno paura tanto sono blu. Quando si avvicina a lei, si vede che è al colmo della gioia di averla ritrovata e dall’angoscia di doverla perdere ancora. Ha il pallore degli amanti. I capelli neri. Piange”. Questa è la scrittura della Duras. Sono tratti rapidi, intensi, misteriosi. Chissà cosa la muoveva.

Diversi anni dopo, vidi la magnifica Mariangela Melato recitare Il dolore, opera durissima, e ho capito meglio la grandezza di quella scrittrice. L’angoscia senza tempo che ne pervade la scrittura. Poi me ne dimenticai, come spesso accade con la letteratura, che non è mai un dimenticarsi completamente perché basta un qualcosa che ecco che si risveglia tutto.

È accaduto così, a me, leggendo il libro di Sandra Petrignani, Marguerite (Neri Pozza) – e invidio molto l’autrice che ha saputo così bene penetrare l’animo della scrittrice francese e raccontarlo a tutti. È un libro molto bello, con un po’ di finzione dentro un ritratto a pennellate forti, sincere: un ritratto di una grande donna, una strana donna, una geniale donna. Va letto, Marguerite, da chi ama già l’opera durasiana come da chi quell’opera ignora. E da chi vuole immergersi negli anni meravigliosi della Parigi intellettuale del dopoguerra, gauchiste e piena di amore , gli anni di una grande illusione – politica, esistenziale, artistica –, le nottate, le riviste, la musica, il cinema, il sesso, il comunismo.

C’è stato davvero tutto questo, ci sono stati davvero i ristoranti pieni di fumo e le discussioni sui comunisti e sull’America. Uno di questi ristoranti, appunto, era il St.Benoit: negli anni, ci sono tornato diverse altre volte, preferendo sempre lo stesso angolo, vicino alla fotografia di una donna con gli occhi stretti, orientali. Chissà se c’è ancora.