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Angelina Jolie come Maleficient: l’amore materno è l’unico che vale?

La nuova Malefica è una fata che ha perso le ali (e la testa) ma il film di Robert Stromberg ci mostra le ragioni che la inducono a diventare cattiva. Il male diventa dunque una reazione all’ingiustizia e il vero amore si rivela solo quello materno

Una delle capacità più straordinarie delle fiabe è quella di vivere numerose vite. Come il mito, la fiaba costruisce diverse versioni di sé, muta forma fino a incarnarsi in una versione ‘definitiva’. Per La bella addormentata nel bosco lo svolgimento più celebre è senza dubbio quello della Disney, adattamento della fiaba di Charles Perrault, storia di una principessa maledetta dal maleficio di una strega suscettibile che non ha mai perdonato al re e alla sua regina di non averla invitata al battesimo e di averla giudicata ‘persona non grata’.

Di tutti i villain delle fiabe, Malefica è decisamente la più terribile. Impossibile dimenticarne il carattere demoniaco e i dettagli che ne fanno da sempre il perfetto cattivo degli incubi infantili. Il volto triangolare, le corna anellate, gli zigomi sporgenti, gli occhi fusi nell’oro, il naso marcato, le labbra vermiglie, l’incarnato verde, il collo allungato all’infinito e il costume gotico e sfrangiato contribuirono a creare il suo mito e la sua complessità a scapito della giovane eroina, semplice, passiva e naturalmente addormentata.

A ragione di questo e di una volontà di rivisitazione delle fiabe, diventato un vero e proprio genere cinematografico che sfoglia il catalogo dei classici e li aggiorna dentro un universo tridimensionale, Robert Stromberg rianima La bella addormentata. Come promette il titolo, l’eroina finisce dietro le quinte e la ribalta è conquistata da Malefica, che non mancherà di anatemizzare la principessa, sprofondandola con un ago e all’età di sedici anni in un sonno profondo.

Il sortilegio lanciato sulla culla non è più però il cuore della storia ma il danno collaterale di un tradimento concepito da un giovane popolano, povero di mezzi e privo di anima, che innamora Malefica, fata alata di un regno incantato minacciato senza sosta dagli umani. Ambizioso e crudele, il piccolo uomo ‘tarperà’ le ali a Malefica, guadagnando trono e regina, quella con cui genererà Aurora e un mucchio di guai. Perché Malefica ha giurato vendetta.

Da questo momento Maleficent diventa qualcosa di più di un film che sancisce la vittoria dei marginali, dei mostri, dei cattivi, dimostrando come spazio e tempo rivestano di nuovi significati le fiabe e le avventure dei loro personaggi. Così Malefica, nella versione incarnata superbamente da Angelina Jolie, grafica e levigata, smette di produrre sgomento al solo guardarla, disponendo di un psicologia sfumata ed evoluta, mai interamente malvagia e capace di riscatto.

Equilibrato il lato oscuro della fata, perché Malefica è una fata che ha perso le ali (e la testa), il film di Stromberg concepisce una ‘cattiva’ che crescerà letteralmente Aurora nel fondo del bosco, in barba ai genitori naturali e a tre fatine ridicole, provando addirittura ad annullare il suo stesso incantesimo. Le letture consentite a questo punto si schiudono, a partire da quella più battuta e moderna delle principesse fai-da-te che determinano il proprio destino o riparano alla violenza con la volontà, perché non tutto si risveglia e si cura con un bacio.

Eppure il bacio, appuntamento immancabile per le principesse di ieri, c’è anche in Maleficent e ha un sapore materno, perché le principesse 2.0 non hanno più bisogno di principi charmant per sciogliere gli incantesimi e gestire il reame. Nella versione cinematografica di Stromberg vivranno felici e contente accanto alla propria mamma.

Senza stravolgere l’intreccio originale e la sua morale – i cattivi saranno sempre puniti – Maleficent produce uno spiazzamento che corregge e vendica l’identità di Malefica, mostrandoci le ragioni che la inducono a diventare cattiva. Altrimenti detto, il male è una reazione all’ingiustizia che la protagonista curerà con la maternità.

Una madre decisamente onnipotente e armata di una bacchetta implacabile, che teme di essere giudicata ‘cattiva’, che orienta l’attaccamento di Aurora impedendole di fatto di esplorare altre relazioni (quella con le fate madrine ad esempio), che si reputa l’unica destinata a salvarla dai pericoli del mondo (esemplare la sequenza del precipizio, dove Malefica è insieme minaccia e salvezza), che mette a tacere il maschile migliore, quello che media, come Fosco, il potere senza ostacoli della sua padrona. In evidente ambasce col partner, un re senza nobiltà e colpevole del più deplorevole degli atti (lo stupro), la protagonista si lega in modo esclusivo ad Aurora, che le farà il regalo più bello restituendole il piacere del volo.

La morale che scorriamo, neanche troppo tra le righe, ‘riconosce’ che l’amore degli uomini per le donne non è sincero e che il vero amore è solo quello materno. Visione interessante e rivelatrice dal momento che la relazione madre-figlia e il sentimento che circola in quella relazione, e che non assomiglia a nessun altro, è diventato più forte nella nostra società e nell’epoca attuale.

Lo sviluppo delle teorie di genere, il nuovo protagonismo femminile, l’instabilità coniugale, la pluralizzazione dei modelli familiari (le famiglie monogenitore, uni personali, ricostituite, ‘di fatto’) e l’indebolimento della figura paterna hanno contribuito a rendere il legame materno uno degli ultimi ripari. Un viaggio al contrario, un percorso che (ri)conduce direttamente alla sicurezza familiare e a quel momento magico che chiamiamo abbraccio materno.

Un amore così totalizzante e in grado di compensare ogni altra mancanza, d’altra parte e secondo il pensiero del pediatra francese Aldo Naouri, produce un eccesso di attenzioni riservate al bambino. Un bambino redentore, latore di bene, generatore d’amore, che civilizza il mondo con la sua innocenza e finisce per soggiogare la magnifica cattiva delle fiabe.

Sollecita, vicina e comprensiva, Malefica è attenta a non procurare frustrazioni alla sua principessa, che non trova ostacoli, al massimo un torpore da cui la risveglia lei, la godmother, e che non contempla il male ma farfalle e polvere di stelle. Male che nei bambini convive col bene, che ancora non sanno preferibile al primo.

Le fiabe provvedono notoriamente a insegnarglielo, a strutturare i loro sogni, a offrire nuove dimensioni alla loro immaginazione, ad affrontare le realtà oscure della vita, a superare l’angoscia della separazione dai genitori, a trovare una persona con cui vivere felice, a scongiurare l’esercizio dell’onnipotenza e la pratica della tirannia. Nel regno delle fate, o in quello dei babbani.