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Da Milano a Catania, sempre più Comuni contro le pubblicità sessiste

Ora anche l'Articolo 2 dello Statuto Comunale di Ravenna promuove la pari dignità tra uomini e donne rimuovendone gli ostacoli. Sono tante le città che hanno creato sportelli e iniziative contro il marketing degli stereotipi

Non solo Fantastiche 4. Le ragazze, avvolte in tutina da super eroe e ammiccanti su un cartellone per promuovere le sedi distaccate dell’Ateneo di Bologna, insieme ad altre pubblicità più o meno esplicite, sono state segnalate all’Osservatorio Immagini Amiche Ravenna e hanno convinto il Comune che ci fosse bisogno di un bel ripulisti. Grazie a un accordo tra amministrazione, agenzie e imprese, d’ora in avanti chi ha in mente di promuovere il proprio brand in città dovrà preoccuparsi di rispettare l’Articolo 2 dello Statuto Comunale – che promuove la pari dignità tra uomini e donne rimuovendone gli ostacoli per la piena realizzazione. Pena il ricorso all’Istituto di Autodisciplina della Pubblicità, organo nazionale, il quale potrà decidere se bloccare le pubblicità o meno. Insomma: l’amministrazione al servizio delle donne, per tutelare il rispetto dell’immagine femminile e il ricorso spesso degradante al loro corpo.

E se l’assessore alle Politiche e alla Cultura di Genere Giovanna Piaia ha dichiarato la propria soddisfazione – “Quello di oggi è un importante traguardo”, ha spiegato a Ravenna24ore.it – la città si contende però il ruolo di Pubblica Amministrazione amica delle donne con altre, parecchie, amministrazioni. Milano, per esempio. Dove già l’anno scorso il Comune ha promosso un codice deontologico per sancire il principio di uguaglianza, in comunicazione, tra i generi – suscitando, oltretutto, anche qualche polemica, come quella del Collettivo Ambrosia, che, insieme a Arcipelago Milano, si è preoccupato dell’uso nel testo della frase: “immagine deviante da quella che la comunità percepisce come normale”. Ma se l’iniziativa meneghina ha suscitato l’interesse dell’Anci, anche Arcore si è ribellata allo stereotipo di città del bunga-bunga, e la sindaca Rosalba Colombo, PD, già nel 2011 ha firmato il protocollo di intesa per vietare l’uso di pubblicità sessista nei paraggi. Mentre la provincia di Catania, a confermare che l’esigenza di tutelare il corpo femminile va da nord a sud attraversando tutta la penisola, ha da tempo disposto la rimozione lungo le strade di competenza dei manifesti ritenuti lesivi della dignità delle donne.

Una fissazione tutta italiana? Non sembrerebbe. Anche Berlino, infatti, ha lanciato un provvedimento contro i messaggi discriminatori, mentre già la Risoluzione Europea del 3 Settembre 2008 relativa all’impatto del marketing sulla parità tra uomini e donne – come ricorda l’Adci, l’Art Directors Club Italiano, con la petizione lanciata su Change.org per fermare la pubblicità sessista – già ci esorta a cambiare le cose. Evidentemente, però, l’Italia non l’ha fatto se soltanto a gennaio scorso è partita la campagna promossa dall’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria per farsi conoscere e per informare i cittadini sulle modalità per segnalare pubblicità volgari o offensive.

Insomma: il tema esiste, gli strumenti per difendere le donne anche, ma, è la domanda, servono? Davvero la legge – i codici, i regolamenti, le delibere – basta a promuovere una cultura diversa? Oppure finisce per essere strumento di blanda censura, inutile a incidere davvero nella mentalità comune e nel modo in cui l’immagine femminile è raccontata, percepita, vissuta? Il dubbio è saltato in mente anche a Nevio Ronconi, ravennate, presidente di Federpubblicità, il quale intervistato dalla testata di settore Spot & Web sul tema ha spiegato: «è inutile legiferare per evitare la strumentalizzazione sessista sul corpo delle donne. Il punto – ha continuato – non è fare nuove leggi bensì creare una nuova coscienza evitando censure a monte e possibili contenziosi a valle[…] Più che di leggi abbiamo bisogno di nuovi modelli culturali».

Come promuoverli,però, non è chiaro. C’è qualcuno, invece, che prova a difendere le donne affidandosi alla loro sana, spontanea, genuina capacità di raccontarsi. Si tratta per esempio dell’applicazione Not Buying It di MissRepresentation, una organizzazione nata per dare potere ai singoli nella battaglia contro il sessismo. Lo strumento serve per fotografare la pubblicità ritenuta lesiva, geotaggarla, condividerla e chiedere agli altri utenti di non acquistare il prodotto che sfrutta le donne per farsi un nome. In un contesto dove il peer-to-peer funziona, l’idea sembra efficace – in sostanza: il passaparola conta più di ogni rimbrotto. La seconda iniziativa, invece, è nata a Bologna ed è stata lanciata da Mujeres Libres, un gruppo di giovani donne molto attive nel promuovere un racconto femminile al di fuori degli schemi più obsoleti. Hanno infatti lanciato lo scorso anno la campagna Schifosa Pubblicità Sessista e chiesto a chi volesse partecipare di prendere l’adesivo, magari scaricando il materiale dal sito, e appiccicare sui manifesti incriminati il bollino con lo slogan. Perché, spiegano, non esiste il corpo perfetto, se non quello che ogni donna ha.  Anche il Comune di Ravenna, però, – va ricordato – oltre all’accordo sottoscritto con imprese e agenzie ha lanciato un sito, www.immaginiamicheravenna.it, in cui i cittadini possono segnalare le pubblicità ritenute offensive. E prendersi così un ruolo attivo nella lotta alla volgarità.

Dalle diverse esperienze, in sostanza, viene fuori una idea comune: non solo norme. Piuttosto che limitarsi a ingabbiare nelle regole la comunicazione è meglio liberarla, lasciare che la sanzione verso l’uso discriminatorio del corpo femminile avvenga nell’arena pubblica, per mano di chi è fruitore di quella stessa pubblicità. Se la regola infatti, da sola, rischia di ingabbiare la comunicazione e di sostituire a uno stereotipo – la donna lasciva – un altro – quella “socialmente accettabile” – la “sanzione dal basso” sbriciola gli schemi, dà vita a un racconto nuovo, contemporaneo, molteplice. Quotidiano. Proprio come la fatica di fare la donna, ogni giorno, senza però voler essere “normale”.