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Marinella Senatore: l’arte di fare in maniera corale

Dal 13 giugno l'artista contemporanea nata a Cava dei Tirreni porterà al Maxxi di Roma la sua particolarissima School of Narrative Dance, una scuola di storytelling, dove il teatro-danza è uno degli strumenti di narrazione e ciò che conta è la "creatività dal basso"

Finalista alla terza edizione del Premio Maxxi, nato per sostenere i giovani artisti italiani, Marinella Senatore, nata a Cava De’ Tirreni in provincia di Salerno 37 anni fa, porta a Roma la sua particolarissima School, fondata lo scorso anno. Il 13 giugno, al Maxxi – Museo Nazionale delle arti del XXI Secolo, l’esperienza delle lezioni si trasformerà in una parata collettiva e in un cortometraggio che rimarrà in visione fino a Settembre. Ma l’artista e la sua opera sono da tempo cittadine del mondo, sempre in cerca di energie da attivare e individui da aggregare.

The School of Narrative Dance. Di cosa si tratta?

Dal nome si direbbe una scuola di danza, ma in realtà è una scuola di storytelling, dove il teatro-danza è uno degli strumenti di narrazione. È una scuola assolutamente gratuita e itinerante, molto presto sarà anche una onlus. Non ha una sede in nessuno posto né è nostra intenzione che l’abbia, perché si adatta anche fisicamente ai posti che la ospitano, di solito musei, università o fondazioni. La School of Narrative Dance Roma è completamente diversa dalla School of Narrative Dance in Ecuador, dove siamo stati pochi mesi fa, o in Israele, dove andremo a settembre. Può avere l’aspetto di un semplice container, o può avere una struttura architettonica più complessa, a volte può essere più effimera e immateriale. A Roma per la prima volta la struttura è stata disegnata da un collettivo di giovanissimi architetti di base a Londra, Assemble, che ho trovato nelle mie ricerche sul social design, l’architettura partecipata e una forma di approccio all’architettura vicina ai miei concetti di inclusione del pubblico nell’opera. Un gruppo fantastico, che realizza strutture temporanee, non invasive, e che dove può offre anche lavoro di manodopera a chi è disoccupato.

In che modo questo approccio si applicherà al Maxxi?

Per il Maxxi hanno pensato ad un ring circolare pieno di sabbia un po’ felliniano, attingendo a un immaginario che è nel mio background (Senatore ha studiato con Giuseppe Rotunno, nda), a delle torri che ricordano quelle tipiche del cinema attrezzate con tecnologie, a dei tappetini yoga e altri attrezzi per lo svolgersi delle lezioni, e a una sorta di sipario che si gonfia nell’aria del museo e di notte viene illuminato da proiettori. Hanno unito cioè il mio immaginario, il loro su Roma, e il fatto che la School si basa sull’emancipazione dello studente, su una didattica orizzontale in cui non ci sono insegnanti e studenti, o comunque l’insegnante ha dei limiti che fanno emancipare lo studente. Chiunque può essere un insegnante, non solo il laureato o il docente, ma anche il fotografo amatoriale della città, la parrucchiera, il ristoratore, e le lezioni spaziano dal movimento scenico all’illuminazione cinematografica, dalla scrittura creativa alla falegnameria, al linguaggio musicale, alla storia orale. Tutte esperienze nel segno della narrazione.

Esperienze che poi porti nelle tue grandi parate…

Sì, è questa la particolarità della scuola: grossi blocchi di queste lezioni diventano performance o parate pubbliche o esperimenti di video danza. Per questo collaboro con due coreografe italiane di base a Berlino, che hanno fondato la compagnia Espz, e hanno una capacità incredibile di tradurre la parola scritta, o anche il gesto spontaneo fatto dagli stessi partecipanti, in narrazione. Dal 2013 ad oggi la School ha prodotto film, parate con più di 4000 persone, come al Castello di Rivoli, o performance teatrali, come nel caso del lavoro fatto a Cagliari, o in Ecuador. Si tratta di progetti molto flessibili, che devono tener conto delle persone con cui ci si trova a lavorare, non è possibile partire da idee preconcette. Non abbiamo una crew di professori che viaggia con noi: cerchiamo in ogni posto delle energie locali ed è una sfida che presuppone un lunghissimo, faticosissimo lavoro di mappatura del territorio, di contatto con le associazioni e con i singoli. Un lavoro estenuante in alcuni casi, specie in questa parte del mondo, dove la partecipazione del pubblico, il modo di vivere le istituzioni, non sono dati per scontati come nel Nord Europa, ma vanno spiegate molto a lungo. La preparazione del lavoro a Roma vale la preparazione del lavoro in altri 5 paesi, il che è faticoso ma anche eccitante.

Hai trovato più difficoltà a lavorare in Italia che all’estero?

Per me è più difficile innanzitutto da un punto di vista emotivo, perché viaggiando da tanto tempo, cambiando casa ogni due anni, quando torno a lavorare qui mi porto un grande carico emotivo, significa tornare a lavorare nella mia lingua, con persone che magari conosco e fanno parte del mio passato affettivo. Adesso sono rappresentata da tre gallerie, che sono tutte all’estero, vivo ormai da anni a Berlino e le previsioni non sono di tornare a vivere in Italia a breve, ma proprio per questo quando ho l’opportunità di tornare per me diventa molto importante, anche se –appunto- sono cosciente delle molte idee preconcette, non semplici da scardinare, e delle difficoltà di comunicazione, specie in una città grande come Roma.

Hai studiato fotografia al Centro Sperimentale di Cinematografia, hai suonato il violino, come sei arrivata all’arte contemporanea e all’idea di “costruire comunità”?

Volevo conoscere il linguaggio cinematografico da un punto di vista scientifico, ma non volevo lavorare sui set. L’arte contemporanea offre una libertà di movimento che in altri contesti non è possibile. E anche una certa velocità produttiva, nonostante i budget sempre più ristretti. Non avrei mai potuto proporre ad un produttore cinematografico una sceneggiatura che avevo fatto scrivere a 800 persone. Ho fatto fatica anche a convincere i direttori dei musei, all’inizio della mia carriera, che questa cosa fosse fattibile, figuriamoci contesti codificati, con poco spazio per l’improvvisazione e un’economia prestabilita. Ma sono stati il cinema e la musica, tra le altre cose, a darmi l’amore per l’esperienza corale. Poi mi sono interrogata su cosa mi fosse più congeniale e ho capito che era attivare qualcosa, piuttosto che presentare un lavoro finito, essendo io ossessionata dai sistemi aggregativi e dalla parola “inclusione”. Ho cominciato a Trento, nel 2006, con trenta trentini, e poi sono arrivata fino a Rosas, nel 2012, un’opera lirica con 20 mila partecipanti, tra Berlino, Madrid e Derby. Ma la School rappresenta il figlio che non ho mai avuto e anche quello che vorrei lasciare, sotto forma di una piattaforma che possa vivere anche senza la mia presenza. Devo dire che, con mia grande sorpresa, e senza che io lo abbia mai forzato, la gran parte dei membri dei vari gruppi ha scelto di continuare a fare delle cose insieme, spontaneamente. Ma per me il diventare comunità ha un grande significato anche nella temporalità ristretta del momento.

È un antidoto alla solitudine dell’artista? Ti senti dentro le comunità che crei?

Sì, ma il mio ruolo m’impone di entrarne e uscirne. Quando i partecipanti litigano per una scelta da farsi e mi chiedono cosa ne penso io, devo accettare il conflitto e non intervenire. Sono il garante della loro dignità, del fatto che il progetto avrà un esito finale e che saranno tutti contenti dell’esperienza fatta, ma non sono un giudice. Stiamo facendo creatività dal basso e l’artista abuserebbe del suo ruolo se giudicasse le proposte e le dividesse in buone e cattive.

Come donna hai fatto più fatica a entrare in questo mondo?

Non ho mai neanche ipotizzato scelte diverse, per me fare arte è una maniera di stare al mondo, non qualcosa che si decide. Disegnavo fin dalla culla. Ma non è stato facile, perché le condizioni economiche dalle quali provengo non favorivano gli studi e i viaggi, e in Italia c’è anche una forte discriminante tra artisti del Nord e artisti del Sud. Essere donna è più problematico nell’ambiente del cinema e in quello accademico, dove ho trovato un maschilismo tremendo, soprattutto in Spagna, dove ho insegnato per 8 anni. Nell’arte contemporanea la situazione è migliore: ci sono tantissime artiste e poi io mi muovo spesso in paesi in cui del maschilismo non esiste nemmeno il concetto.