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Francesca Lancini: e se davvero fosse l’amore a salvare il mondo?

Ex tennista professionista ed ex modella, ora conduttrice di CoolTour su Rai5 e Rai Player, ha pubblicato per Bompiani Armi di famiglia, romanzo pungente e sincero che crea un universo narrativo completamente femminile

Non di sole armi vive l’uomo. Con il suo secondo romanzo, Armi di famiglia, Francesca Lancini crea un universo narrativo completamente femminile dove l’ambizione come valore freddo e dominante percorre le dinamiche relazionali, minandole nel profondo. Viola, voce narrante della storia, ci conduce con la sua ironia in casa Vento, una famiglia produttrice di armi, in occasione di una riunione di tutto il parentado, la prima dopo anni, voluta da Olivia, ultimogenita di quattro figlie.

In un paesino del profondo Nord si incontrano e scontrano la madre Viviana, solido amministratore delegato dell’azienda, più attenta all’economia familiare che agli affetti; il padre Giacomo, uomo dalla presenza silenziosa, ma eloquente; la primogenita Vittoria, conduttrice televisiva, più dedita all’immagine che ai due figli in sovrappeso e privi di educazione; Virginia, direttore marketing troppo ripiegata su se stessa; e infine Viola, doppiatrice delusa dall’amore.

Con il suo primo romanzo Senza tacchi aveva esplorato il mondo della moda. Ora sceglie le armi per raccontare una famiglia di donne.

Desideravo raccontare, dopo il primo romanzo di formazione “itinerante” ambientato in tante e diverse città come Milano e Miami, le dinamiche di un paese del Nord Italia, non identificabile in una città concreta. Ho scelto una cittadina come se fosse un personaggio tra gli altri, capace di rappresentare i piccoli paesi, con i loro difetti e le loro debolezze. La famiglia Vento, protagonista della storia, gestisce un’azienda familiare con meno di 50 dipendenti che fabbrica fucili da collezione e da caccia. Volevo raccontare alcune donne che portano in se stesse i germi della contraddizione: sono generatrici di vita, ma produttrici di morte.

Cosa le piacerebbe che i lettori cogliessero del suo romanzo?

Quando scelgo un libro da leggere mi piace evadere la realtà per evitare gli stereotipi e i clichè. Probabilmente la prima parola che mi viene in mente, pensando al lettore, è “verità”. Essere sinceri con se stessi e tentare di stabilire buone relazioni, fondate sulla verità, è una via per interpretare il romanzo. Una via che non tutti i protagonisti riescono a percorrere, ma che serve a dare completezza alla loro vita.

Senza rivelare lo sviluppo della storia di Armi di famiglia possiamo dire che Viola scopre una dimensione inaspettata della relazione con gli altri.

Si. L’amore è una via necessaria. Soprattutto la prima forma di amore, che è quello famigliare. Sono convinta che l’amore incondizionato salverà il mondo. Ho scelto un arco temporale che si snoda nelle ultime pagine perché spesso nei romanzi si tende a raccontare solo una parte di vita dei protagonisti. Mi piaceva l’idea che si potessero conoscere le conseguenze delle scelte di una delle protagoniste.

Tennis. Moda. Ora scrittura e televisione. Cosa ha imparato in questi anni di lavoro?

Ho praticato il tennis dall’età di 7 anni e a livello professionale dai 14 ai 17 anni. Da una parte il tennis mi ha insegnato ad avere integrità, dignità e perseveranza, ma allo stesso tempo misuravo me stessa solo sulla base degli obiettivi che riuscivo a raggiungere. Frequentare il mondo della moda mi ha condotto per mano alla scrittura: vedevo un’umanità che volevo raccontare. Avevo scritto il mio primo romanzo nel 2005 e poi, cinque anni dopo, ho incontrato Elisabetta Sgarbi, direttore editoriale di Bompiani. Le ho consegnato il manoscritto di Senza tacchi e dopo due giorni mi ha richiamata. Un gesto che mi ha colpito, per una donna piena di impegni qual è. È stata una delle telefonate più belle della mia vita.