Cultura e spettacoli
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Margot Sikabonyi: non solo la Maria Martini di Un medico in famiglia

"La vera possibilità di uscire dal mio personaggio me l’ha data il teatro", dice l'attrice 31enne di origine ungherese e canadese. Ed è lì che ha dovuto baciare Giulio Scarpati, che nella serie tv recita il ruolo di suo padre. "Strano! Ma ricordo soprattutto la fatica della tournèe"

La voce di Margot prende un’altra tonalità quando parla di teatro, e gli occhi le si illuminano. È il suo amore, la sua fatica più grande, la più grande soddisfazione e il suo riscatto. Lei è Margot Sikabonyi, ovvero Maria Martini, una delle protagoniste di Un medico in famiglia, la fiction più famosa degli ultimi 15 anni, che giovedì 29 maggio 2014 ha chiuso la nona serie.

Ma Margot non è solo Maria: ha iniziato a recitare ad 11 anni in piccole parti in serie televisive per approdare a 16 alla fiction che l’ha resa famosa. Due anni dopo, nel 2000, debutta a teatro con uno spettacolo di Luca Barbareschi, Popcorn – Inferno in diretta. Tra il 2003 e il 2004 per otto mesi è Clementina nel musical di Garinei Aggiungi un posto a Tavola, co-protagonista Giulio Scarpati, l’attore e collega di Un medico in famiglia.

Prosegue la sua partecipazione al cast della fiction mentre gira un film televisivo (L’avvocato Guerrieri – Ad occhi chiusi) e alcune mini serie. Partecipa anche come protagonista in videoclip musicali, corto e mediometraggi. Negli ultimi due anni ha lavorato con il regista Silvio Peroni in due spettacoli di teatro contemporaneo.

Teatro, cinema, televisione e cortometraggi, cosa ami di più e qual è il linguaggio che senti più tuo?

Dal punto di vista della recitazione è più interessante il teatro, ma sono appena rientrata da Taipei dove abbiamo girato un mediometraggio ed è stata un’esperienza diversa e molto bella. Credo che non dipenda dal linguaggio, teatrale o televisivo, ma dalle storie, da quanto ci si sente coinvolti dal copione, se quel copione ha uno spessore artistico. Quando c’è una bella storia è meraviglioso fare un film!

Come vivi il tuo ruolo di attrice teatrale?

In generale il mezzo teatrale è molto più faticoso, un grande impegno, ma anche una grande soddisfazione. Chi viene a teatro a vedere gli spettacoli dove recito mi dice che quello è il mio posto. Per 16 anni mi hanno visto dentro una scatola chiusa, la tv, e dal vivo – dicono – è tutta un’altra cosa.

La formazione è un capitolo importante nella tua vita, torna costantemente il desiderio di migliorare, di aggiornarti, di perfezionarti. Cosa ti piacerebbe approfondire, cosa vorresti imparare meglio o di nuovo?

Un mio sogno nel cassetto è frequentare l’università, mi piacerebbe studiare storia dell’arte e filosofia, arricchirmi dal punto di vista umano e culturale. Quando studiavo recitazione alla scuola Cour Simon di Parigi, a 18 anni, nel tempo libero seguivo dei corsi di archeologia greca alla Sorbona come semplice uditrice per migliorare il mio francese e mi è rimasto un grande desiderio di approfondire quella materia. In seguito mi sono iscritta a Biologia marina all’University of Hawaii at Manoa di Honolulu, gli esami sono andati benissimo ma si passava la giornata chiusi in laboratorio e fuori… fuori c’erano giornate meravigliose con certe onde bellissime. Così ero spesso al mare a surfare! Oggi mi piacerebbe riprendere un percorso universitario, ma è un momento della mia vita pieno di lavoro, forse anche troppo, non riesco più ad avere tempo per me e mi perdo un po’ la gioia delle cose. Ma il mestiere si impara facendolo il più possibile, è l’unico segreto per migliorare. Mi piacerebbe anche passare dietro la macchina da presa come aiuto regista o assistente di produzione: si impara tantissimo vedendo le cose da dietro la telecamera invece che recitandoci davanti.

Che percorso ha portato Margot Sikabonyi ad affrancarsi dalla “brava ragazza” Maria Martini?

Nel film tv Ad occhi chiusi, un giallo, interpretavo il ruolo di una donna fragile e impaurita maltrattata dal suo fidanzato. È stato il primo ruolo diverso dalla Maria in Un medico in famiglia, ma la vera possibilità di uscire dal mio personaggio me l’ha data il teatro. Fare uno spettacolo di tre quattro mesi ti permette di rappacificarti con te stessa, perché ti sei confrontata con una cosa completamente diversa e l’hai affrontata. È vero che il bacino di utenti che mi seguono in teatro è molto minore, ma non mi interessa: mi restituiscono così tanto!

Come hai vissuto l’esperienza di teatro contemporaneo con Silvio Peroni?

Per me sono stati due anni bellissimi, difficili ma meravigliosi. Lui è un giovanissimo regista che porta in Italia lavori del teatro contemporaneo inglese e mi ha affidato ruoli complessi ma molto profondi. E tosti. Il teatro, quello contemporaneo soprattutto, è molto faticoso, sia dal punto di vista fisico che da quello professionale. Nell’ultimo spettacolo, Costellazioni, eravamo solo due personaggi in 75 minuti per 100 scene, con un cambio velocissimo, trame diverse, mondi paralleli. Il mio personaggio era malato di tumore, è stata un’esperienza sconvolgente dal punto di vista umano e fisico. È dura attraversare questo dramma ogni sera, ma anche un’esperienza intensa, bellissima.

Com’è stato lavorare con Giulio Scarpati in Aggiungi un posto a tavola?

Beh, strano, soprattutto quando dovevamo darci un bacio, casto, innocentissimo, ma pur sempre un bacio! Per me lui è un amico, un padre, un attore bravissimo. Non ricordo molto di quegli otto mesi, tranne un pensiero fisso: tenere duro. La tournèe ha attraversato tutta Italia, il musical durava tre ore, un vero e proprio tour de force.

Cosa pensi di Un medico in famiglia?

Adoro le fiction americane, molto interessanti, con attori bravissimi. Ho visto da poco Gomorra e l’ho trovato di altissima qualità, ma in genere le fiction italiane non le riesco a guardare. Dal punto di vista televisivo Un medico in famiglia è stato una novità, nel 1998 siamo stati i primi a fare una serialità lunga di quel tipo, mutuata da un format straniero ma molto italiana, e ha avuto un successo enorme. Preferisco le prime serie che sono state coraggiose, di denuncia, molto forti sia nel metodo di racconto, sia nel contenuto. Talvolta le riguardo anche per affetto, per le persone che ci sono e che davvero sento come la mia famiglia.

Come ti vedi tra qualche anno?

Rilassata e in pace, qualsiasi cosa farò, magari mentre sistemo il mio orto e porto fuori il mio cane. Più vado avanti e incontro persone ricche di successo e di denaro, più capisco quanto sia importante restare al proprio centro. Negli anni ho visto che il successo è qualcosa di molto effimero. Cosa mi auguro come attrice? Di continuare ad avere ruoli che mi possano insegnare qualcosa e mi mettano a confronto con me stessa, o mi facciano conoscere nuove culture. Vorrei che il mio lavoro continuasse ad essere una ricerca, e una scoperta.