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Elena Rossini: “Intere industrie crollerebbero se le donne amassero di più il proprio corpo”

Nel suo documentario The Illusionists la regista spiega come funziona la mercificazione globale di una tipologia fisica unica e irraggiungibile: giovane, bionda, occhi chiari, naso piccolo, gambe lunghe, seni alti e sodi

Sex sells – il sesso “vende” – dicono gli americani. E se ci guardiamo intorno non possiamo evitare di notare come il sesso venga usato per vendere qualsiasi prodotto, dal cibo alle macchine, dagli elettrodomestici ai servizi bancari. Ma cosa fa vendere ancora di più, secondo le analisi di marketing più sofisticate? L’insicurezza, l’ansia e il senso di inadeguatezza che proviamo in determinate circostanze della vita quotidiana.

Ecco allora che, se uniamo sesso e senso di inadeguatezza troviamo il prodotto “più vendibile” in circolazione: il corpo idealizzato. L’aspirazione ad una perfezione che può essere raggiunta solo con il ricorso alla chirurgia estetica e, quando questa non sia sufficiente, ad una generosa rielaborazione con programmi di grafica come, ad esempio, il famigerato Photoshop.

“L’idea di fare un documentario su questo tema mi è venuta quando ho visto delle bambine che si sollevavano la maglietta per vedere chi fra loro avesse le costole più in evidenza” dice Elena Rossini, filmmaker italiana con studi a Londra e a New York che vive da qualche anno a Parigi. “Oramai anche le giovanissime sono vittime dell’illusione che per avere successo ed essere felici occorra avere un corpo perfetto”.

D’altronde, cosa ci può essere di più spaventoso di non essere adeguati a questi standard di bellezza innaturali visto il bombardamento visivo al quale siamo costantemente sottoposti da parte di giornali, TV, siti web e cartelloni pubblicitari? E così ha cominciato a prendere forma The Illusionists, il documentario che Elena ha realizzato attraverso interviste a sociologi, storici, direttori di riviste in Europa, Asia e Nord America, per raccontare come funzionano la globalizzazione e la mercificazione di una tipologia fisica unica e irraggiungibile: quella della donna giovane, bionda, con gli occhi chiari, il naso piccolo, le gambe lunghe e i seni alti e sodi.

“Sapevo che non sarebbe stato facile trovare un produttore, perché anche in Francia, come in Italia, il cinema è finanziato dalla televisione che a sua volta ha molti inserzionisti di quei prodotti che il mio documentario mette in discussione. Così quando è arrivato il momento di cominciare a girare ho lanciato una campagna di crowdfunding su Kickstarter.com, raccogliendo il 130% di quello che era l’obiettivo iniziale”.

In aggiunta alle difficoltà dovute al fatto di voler realizzare una produzione indipendente per evitare pressioni di qualunque tipo, il lavoro prende tempo perché Elena vuole incontrare gli interlocutori più rilevanti e condurre ricerche approfondite in più paesi. Grazie ad altre donazioni, grandi e piccole, che arrivano da privati e fondazioni, dopo quasi 3 anni il film è in dirittura di arrivo.

“Il mio documentario adesso è pronto al 99% e sono di fronte ad un momento cruciale. Devo trovare un produttore e una casa di distribuzione che prendano a cuore il progetto, mi aiutino a finirlo e lo propongano a Tv e circuiti cinematografici. Ecco perché nei giorni scorsi sono stata a Cannes con la campagna #adoptTheIllusionists, che avevo precedentemente lanciato sui social media. Era la terza volta che andavo al festival, sempre per cercare sostegno per il film, e così ho voluto creare attenzione in maniera un po’ originale. Per motivi di riservatezza, e anche un po’ per scaramanzia, non posso ancora dire come è andata, ma alcune persone si sono mostrate interessate e ho in agenda degli incontri promettenti.”

Una volta distribuito il film Elena non ha intenzione di abbandonare la sua ricerca. Dopo aver raccontato Italia, Stati Uniti, Francia, Libano e India, le piacerebbe esplorare lo stesso fenomeno in Corea del Sud – che dopo il Libano è il paese con il maggior numero di chirurghi estetici – in Africa e in Sud America. E magari riuscire a realizzare un progetto come quello di Jean Kilbourne, la regista americana che a partire dal 1979, anno di uscita del suo primo documentario Killing us softly, continua a produrre ogni 10 anni un aggiornamento sugli stereotipi attraverso i quali la donna viene rappresentata nei mass media.

“Ci sono studi comportamentali che dimostrano come il consumatore ideale sia ansioso, depresso e costantemente insoddisfatto. Le persone felici sono cattivi consumatori e intere industrie crollerebbero se le donne cominciassero ad amare il proprio corpo. Siccome in questo segmento di pubblico qualche passo avanti verso una maggiore consapevolezza si sta facendo, ecco che la nuova frontiera dell’industria della bellezza è stata individuata: uomini e bambini sono già i destinatari di campagne mirate. Mi piacerebbe che il mio lavoro servisse a scardinare questa nuova religione, il culto del corpo, che incatena milioni di individui alla ricerca di qualcosa di effimero e irraggiungibile, condannandoli all’infelicità”.