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“Mi chiamo Josefina Vicens, e ho scritto un paio di libri”

Ritratto di una scrittrice di culto poco nota al grande pubblico, che viveva da sola alternando il lavoro nella pubblica amministrazione all’attività giornalistica, e i cui unici due romanzi hanno lasciato un segno profondo nella storia della letteratura messicana (e internazionale)

Quando nel 1986 è invitata alla Fiera del libro di Città del Messico, dove è previsto un convegno in suo onore, Josefina Vicens ha settantacinque anni ed è considerata una delle più autorevoli voci letterarie del Novecento messicano. Vedendola arrivare, un giornalista si avvicina per chiederle un’intervista e la accompagna nella sala stampa, dove ad accoglierla ci sono una telecamera accesa e un’intervistatrice che incautamente esordisce chiedendole: “Può dirci come si chiama e di cosa si occupa?”. Non pochi scrittori, al suo posto, se ne sarebbero andati via indignati. Ma lei, con la sua proverbiale modestia, risponde in tutta semplicità: “Mi chiamo Josefina Vicens e ho scritto un paio di libri”.

Il regista e romanziere Daniel Dueñas, che assiste alla scena, confesserà di essere arrossito di vergogna all’udire la domanda e di avere accolto con una stretta di commozione la disarmante risposta della grande scrittrice. Il fatto è che, vuoi per la candida riservatezza del suo carattere, vuoi per la fulgida laconicità della sua opera (“un paio di libri”, per l’appunto), Josefina Vicens è stata, in vita, una scrittrice di culto poco nota al grande pubblico e i suoi due romanzi sono rimasti a lungo un segreto custodito gelosamente.

La sua scrittura, d’altronde, si è esercitata più sulle pagine private dei quaderni che non su quelle di libri pensati per la pubblicazione e il suo primo pubblico è sempre stato anche il più esigente: se stessa. Ma la lenta e tenace ascesa della sua opera, che oggi occupa un indiscusso posto d’onore nel canone letterario messicano e conta un numero di lettori e ammiratori sempre più vasto, è solo l’ultima in ordine di tempo delle tante peculiarità che hanno accompagnato la singolare vicenda umana e letteraria della scrittrice.

Tanto per cominciare, nel Messico degli anni ’50 era inconsueto vedere una giovane donna vestita alla maschietta, con i capelli corti e la sigaretta in bocca, che viveva da sola alternando il lavoro nella pubblica amministrazione all’attività giornalistica, svolta rigorosamente sotto pseudonimo: Josefina Vicens è Diógenes García quando firma articoli di politica, Luis Alfonso Fernández quando scrive per El sol y sombra e Pepe Faroles quando si occupa di tauromachia per le pagine della rivista Torerías.

Ancora più inconsueto il fatto che quella giovane donna, proveniente da una famiglia di modeste condizioni, dopo aver interrotto precocemente gli studi abbia dato alle stampe un romanzo destinato a lasciare un segno indelebile nella storia delle lettere messicane. Il libro vuoto (appena pubblicato in Italia da Editori Internazionali Riuniti) esce nel 1958 ed è subito caso letterario: primo metaromanzo pubblicato in Messico, è accolto con entusiasmo dalla critica, che lo acclama come opera di svolta della narrativa nazionale e lo insignisce del Premio Xavier Villaurrutia, il più prestigioso del Messico, fino ad allora mai assegnato a una donna.

Ha infine dell’incredibile, più che dell’inconsueto, il fatto che al clamore suscitato dal Libro vuoto seguano ventiquattro anni di silenzio. È il 1982 quando Josefina Vicens pubblica il suo secondo e ultimo romanzo, Gli anni falsi. Poi più niente. Chiuso con due opere il ciclo della sua ricerca letteraria, l’autrice torna a tacere.

Non per nulla, la tensione tra il silenzio e la parola, tra l’immaginazione e la realtà, tra i moti segreti dell’animo e i gesti esteriori della quotidianità sembra percorrere e animare l’intera avventura umana di Josefina Vicens. Chi l’ha conosciuta conserva vivo il ricordo del fremito inquieto e appassionato che vibrava dietro la compostezza dei suoi modi.

Scorreva, sotto la superficie ordinata della sua vita, una forza ardente e tumultuosa che dava alle volte piccoli segni di sé: la mattina al lavoro, ad esempio, quando sul foglio presenze, dove avrebbe dovuto figurare il suo nome, appariva invece la firma di Giovanna d’Arco o di Don Chisciotte o di Emma Bovary, a seconda dell’ispirazione della giornata, o quando parlando di amore, lei che aveva abbracciato con convinzione una vita solitaria e indipendente, dichiarava di non ricordare un singolo giorno in cui non fosse stata profondamente innamorata. Piccoli affioramenti di una passione carsica che infine, nel 1958, ha trovato ne Il libro vuoto la strada maestra per emergere in superficie e volgere in scrittura le contraddizioni che abitavano l’autrice.

Ne è scaturita un’opera in cui gli opposti si inseguono fino a conciliarsi e i dissidi interiori confluiscono nel punto di vista unificante della parola letteraria. Un “libro vuoto” che contiene una ricchezza inesauribile, capace di resistere alla prova del tempo e di rinnovarsi a ogni nuova lettura. Un diario segreto, scritto nella finzione da José García, ragioniere contabile di mezza età, e destinato a rimanere nascosto in un cassetto se Josefina Vicens, mettendo in atto il suo gioco metaletterario, non avesse deciso di pubblicarlo.

Un’autobiografia involontaria che proponendosi di affrontare i grandi temi dell’esistenza – l’uomo di fronte al mistero della nascita, del tempo, dell’amore, del desiderio e della morte – finisce per volgere la sua attenzione ai piccoli episodi che costellano la vita quotidiana, osservati con intelligenza, grazia e stupore. Una confessione insieme lucida e palpitante che offre un inedito terreno di battaglia al dissidio tra l’uomo e la scrittura e che Josefina Vicens, al termine di lunghi anni di scrittura assidua, solitaria e ininterrotta, dedica “silenziosamente a chi vive in silenzio”.