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Mia Le Journal il successo del nuovo magazine di moda introspettivo

Un semestrale di moda al primo numero e già tante richieste. Finanziato da Federica Trotta, 28 anni, con i soldi ricevuti dall'assicurazione dopo un grave incidente. Un magazine senza donne svestite eppure molto a nudo

Vestirsi significa mettersi a nudo. Paradossale o meno che sia, questo è il motore immobile della moda e resiste alle mistificazioni di fashion blogger, Diavolo veste Prada e cronache di top model uccise da droga, eccessi anni ‘80 e anoressia.

Il semestrale Mia Le Journal, raffinato galeone di Federica Trotta, stylist, editrice e imprenditrice romana affamata e dotata di grande bellezza, naviga vittorioso nonostante le ombre e le nebbie del populismo anti-couture, per ricondurre a quel primo afflato l’uso che della moda si può ancora fare. Nato a gennaio 2014, Mia è il coronamento editoriale del sogno di Federica: fare dello styling, regia della moda, il microscopio dell’intimità.

Ribaltando gli standard dei redazionali patinati, il magazine di Federica tralascia la ricerca delle tendenze e si muove in direzione opposta: l’introspezione degli addetti ai lavori del “mondo dell’apparenza”.

“Chiedo ai miei collaboratori (fotografi, stylist, truccatori, modelle, designer) di darmi un pezzo della loro intimità e voglio un risultato autentico”, ci racconta. La moda, in Mia, è il google translate di scorci intimi, inconsci.

Intimo, tuttavia, non significa nudo o erotico: sfogliando le 170 pagine del numero zero non si trova nemmeno un corpo svestito. Nessuna censura: è solo un caso. Abbiamo quindi le prove di quanto detto in incipit: mettersi a nudo può significare vestirsi.

Nessuna grande firma: ogni abito, accessorio, set sono frutto di una selezione accurata che Federica compie, insieme ai suoi collaboratori, guardandosi attorno tra negozietti, mercatini, start up, siti online.

Del resto, che la moda si faccia on the road lo dicono spesso anche i grandi stilisti, che però spesso finiscono con il confondere la strada con la passerella.

“Dai vicoli di Roma traggo la mia ispirazione: fuori da questa città non sarei capace di far nulla”, ci dice dopo i racconti su quando lavorava a New York – dove non vorrebbe mai tornare, se non in vacanza.

I tempi dilatati dell’urbe e la sua decadenza ferma nel tempo sono elementi a cui è legata da un’empatia viscerale, che le accende ogni idea. Per questo fa le pernacchie a chi le consiglia di fuggire dall’ l’Italia, se davvero vuole occuparsi di moda, arte, cultura.

Oberata di tasse, affaticata dalla burocrazia, rallentata dal traffico: Federica è vittima, come tutti, delle pecche del nostro paese, ma va avanti. Sebbene dopo il primo numero Mia sia andato a ruba (ristampa dopo un mese, ordini persino dall’Alaska), Federica non si fa scrupoli a confessarci di essere in perdita. “La maggior parte di quello che guadagno – specifica – lo do allo Stato e nessuno tutela le mie scelte”. Le conseguenze della raffinatezza, infatti, hanno un enorme peso economico. Mia ha una veste pregiata: brossura cucita, stampe curate nei minimi dettagli, pagine marmorizzate. Il costo di produzione è elevato, ma “fintanto che ce la faccio, vado avanti così: non mi interessa vendere migliaia di copie, ma mantenermi sul mercato nel modo più libero possibile”.

Se i tempi lenti di Roma le piacciono, però, quelli con cui lei lavora sono molto diversi e accelerati: dopo la laurea in giurisprudenza (che ha conseguito per tenere a bada la mamma e il papà), ha studiato styling allo IED, dove ha incontrato la sua maestra, Valentina Ilardi, che l’ha messa subito alla prova portandola su un set a New York. Al suo rientro in Italia, le ha offerto una cattedra allo stesso istituto, dove Federica insegna tuttora. Ah, giusto per la cronaca: la fanciulla ha 28 anni. Da compiere.

Mia è arrivato qualche anno dopo e lei ci ha messo tutto quello che aveva, soprattutto economicamente. Aiuti fondamentali anche dalla sua famiglia e dal fondo vittime della strada. Sì, avete capito bene. “Nel 2007 ho avuto un orribile incidente di macchina: hanno dovuto ricostruirmi il viso. Il risarcimento l’ho usato tutto per finanziare Mia”.

E le fatalità non finiscono qui: sebbene il progetto volteggiasse nella mente della bella Trotta da molto tempo, l’occasione per concretizzarlo è caduta inaspettatamente dal cielo. Stava guardando una partita dell’Inter con gli amici – alcuni sono poi diventati suoi collaboratori fissi – e uno di loro ha ricevuto una telefonata: gli proponevano di presentare una rivista in occasione di Alta Roma. C’era un mese e mezzo di tempo: nessuno si è scoraggiato. In squadra, i fotografi Danilo Falà (compagno e associated editor di Federica) e Angelo Cricchi (direttore creativo); un grafico; una fashion editor; tre valorose assistenti. Molti caffè, molte RedBull e in sei settimane Mia era pronto.

In copertina, ritratta di spalle, Simonetta Gianfelici, top model, talent scout di fashion designer, recentemente insignita dal ministero della cultura francese dell’onorificienza di Chevalier de l’ordre des arts et des lettres. All’interno, tra le altre cose, gli scatti di fotografi giovani e promettenti (Paco Matteo Li Calzi e Antonio Cama fra i più interessanti); una straordinaria chiacchierata tra Francesco De Gregori e il pittore Piero Pizzi Cannella; un reportage sugli anni ’30 e uno sugli inganni della percezione, intitolato “Matrix Illusion”.

Il magazine è stato presentato a Milano, Roma e Tokyo. Per il secondo numero sono in arrivo molte sorprese e una rafforzata edizione online. Se tutto va bene, la redazione aprirà una sede anche a Parigi nel 2015. Per ora, il semestrale è acquistabile online, sul sito oppure presso la boutique romana di Alessandra Giannetti, in Piazza Capranica.