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Marianna Balducci: “Il disegno è il mio modo di filtrare la realtà”

29 anni, riminese doc, è illustratrice e videomaker, ha costruito un immaginario tutto suo che viene apprezzato sia a livello locale che internazionale: il chitarrista di Sting ha voluto lei per un suo video. Ma resta ben attaccata alle radici, da cui trae la sua linfa vitale

È nata e cresciuta nel quartiere San Giuliano di Rimini, quello in cui Federico Fellini ha ambientato il suo Amarcord, e si considera “radicata nel territorio”, anche come artista. Ma il suo lavoro di disegnatrice e di videomaker, anche grazie a Internet, ha suscitato l’attenzione del mondo. Un esempio? Dominic Miller, il chitarrista di Sting, ha intercettato in Rete un suo video realizzato per una band locale, i Nashville, e le ha commissionato quello per Catalan, il singolo estratto dal suo album 5th House. “Ho passato ore a guardare se la mail che mi era arrivata corrispondesse ad un nominativo vero, se quella casa discografica esistesse realmente. Solo quando mi è arrivato in anteprima il cd di Miller con il timbro e tutto mi sono detta: ok, forse posso crederci”, dice oggi Marianna Balducci, 29 anni questo mese, una gran massa di capelli rossi e una comunicativa irresistibile. Quanto al talento, basta guardare il suo sito MaryMaryComics o la nostra gallery: le immagini parlano da sole.

Com’è nata l’idea di diventare disegnatrice?

Come passione. Mia mamma è pittrice, e mi ha cresciuto circondata da tanti stimoli ma anche libera di sviluppare un mio mondo e un mio gusto. Il disegno è diventato il mio modo di filtrare la realtà, magari anche solo per dire alle persone che voglio loro bene. È proprio una mia espressione istintiva, ma nel momento in cui diventa un lavoro viene supportata da ricerca, approfondimento, applicazione, perché alla componente istintiva e rapida del segno bisogna abbinare molto mestiere.

Come sei arrivata a fare quello che fai?

Dopo il liceo scientifico mi sono laureata in moda a Rimini, con indirizzo comunicazione e organizzazione. E la comunicazione è il terreno fertile da cui poi è partito il mio lavoro di disegnatrice. Tutti i progetti che ho realizzato mi sono stati commissionati per creare operazioni di comunicazione, pubblicità e sperimentazione con vari artisti. Sono convinta che la moda sia il linguaggio più creativo che abbiamo in Italia, il più libero di sperimentare e contaminare fotografia, illustrazione e arte contemporanea, e nello stesso tempo mantiene un grande rigore amministrativo perché la moda è un sistema di aziende: questa doppia natura che mi ha sempre affascinato.

A che cosa stai lavorando ora?

Con alcuni colleghi abbiamo costituito la cooperativa ReeDo, gioco di parole sul riusare perché ci occupiamo, fra l’altro, di riutilizzo nella moda e nel design. Abbiamo uno spazio fisso in centro a Rimini, un laboratorio di autoproduzione dove insegniamo alle persone a confezionarsi gli abiti da soli: io curo la parte relativa alla comunicativa e alla grafica. Ma realizziamo anche iniziative per bambini o eventi in cui il disegno diventa un modo di comunicare. E cerchiamo di ibridare i terreni il più possibile. Poi come disegnatrice porto avanti anche una serie di progetti personali.

Ad esempio?

Ho una mentalità da illustratrice, nel senso che ho sempre bisogno di costruire un impianto narrativo dietro a ogni progetto che creo. Questa dimensione del racconto, per immagini o attraverso le parole, è la cifra che contraddistingue tutti i miei lavori. Può trattarsi di cartoline illustrate per un brand di moda come Silente, di una stilista giovane di Lecce che ha un universo molto fiabesco. Oppure la messa in scena del mio mestiere all’interno della rassegna Il mulino dei piccoli, dedicata alle famiglie e ai bambini: io sul palco del Mulino di Amleto di Rimini insieme agli attori, invitando alla fine i bambini a disegnare con me. In modo surreale e fiabesco, abbiamo spiegato come nascono le idee di una disegnatrice.

Appunto, come?

Molti progetti partono dal territorio. Il quartiere San Giuliano, uno dei più vecchi della città, conserva ancora l’idea del vecchio borgo di marinai, anche se poi dagli anni ’70 ha conosciuto uno sviluppo incredibile e oggi è quasi un ritrovo modaiolo. L’associazione culturale La società de borg organizza una festa biennale per recuperare i ricordi, le tradizioni, l’identità riminese più autentica. Ho cominciato a raccogliere microstorie del territorio per loro, con l’idea di trasformarle in qualcosa di illustrato. Un primo esperimento è stato quello per i cento anni della Trattoria Marianna: ci abito proprio sopra, Marianna era la mia bisnonna e da lei viene il mio nome. Ho messo mano agli archivi di famiglia e per il centenario ho ricostruito la storia dei personaggi del borgo che ruotavano attorno alla trattoria e lo spirito di quel periodo: tutti gli aneddoti che costituiscono il sistema nervoso di una comunità.

C’è sempre una forte dimensione artigianale nel tuo lavoro.

Sì, anche se uso molto il digitale per esigenze di rapidità e per creare giochi di rimpalli tra varie dimensioni. Dal 12 aprile sarà in mostra presso ReeDo, come parte del Fuori salone della Biennale del disegno, la serie di tavole Temperini, pennini e schiacciapatate, che unisce il digitale al manuale: i disegni sono fatti a china ma sono abbinati in post produzione a delle macrofotografie. Ma il segno, il disegno parte sempre dalla mano, a china o a matita. E parte da zero. Poi magari scansiono e rielaboro, ma ho proprio bisogno del contatto col foglio.

Sono molte le illustratrici donne?

Ce ne sono tante, soprattutto per l’infanzia: sembra una tendenza degli ultimi anni quella di valorizzare sensibilità femminile in questo settore. Il che non vuol dire necessariamente illustrazioni leziose o eccessivamente sentimentali, anzi. Attraverso i social network sono in contatto con tante giovani disegnatrici, c’è un bel gioco di scambi, ognuna ha un suo percorso personale. La tecnica si può raffinare nel tempo, ma più importante è il mondo di riferimenti e l’immaginario che ti costruisci e che forma la tua cifra estetica, il più riconoscibile e unica possibile.

Quello dell’illustrazione è un settore cui si dà spazio in Italia?

Diciamo che è un settore che fatica, vedo continuamente illustratori sia giovani che già affermati avere maggiori possibilità all’estero e magari venire ristampati dalle case editrici italiane solo dopo che hanno avuto successo altrove. Un esempio è Roberto Innocenti, il geniale autore di Rosa bianca, che racconta l’Olocausto e la Seconda guerra mondiale ai bambini: in Italia era stato quasi censurato, e invece dopo il successo all’estero è diventato un cult ristampato a più riprese. Il che dimostra, come diceva lo stesso Innocenti, che l’illustrazione può permettersi di raccontare storie anche drammatiche senza edulcorarle, senza pensare che i bambini non riusciranno a comprenderle. I bambini sono il pubblico più serio in assoluto, bisogna trattarli con rispetto e parità di considerazione.

Tu hai dei figli?

Non ancora: sono in dirittura d’arrivo per le nozze a giugno. E mi sento ancora bambina tra i bambini, esco sfinita da tutti gli eventi in cui mi chiedono di disegnare live con i più piccoli perché mi lascio coinvolgere completamente. I bambini all’inizio sono timorosi, ti studiano, poi cominciano a fidarsi, a chiacchierare, e il disegno che stai facendo cambia e cresce sulla base dei loro suggerimenti.