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Melania Giglio: quanto conta l’età, dentro e fuori il palcoscenico?

"Credo che una donna abbia il diritto di invecchiare in pace", dice l'attrice che ha da poco vinto il premio Assostampa per l'Edipo di Daniele Salvo. "Mi piace raccogliere le sfide che il teatro mi offre e la disponibilità a giocare con l'età è una di queste"

Ha festeggiato i quarant’anni con un ballo in maschera, nel calore siracusano della scorsa estate. Un centinaio di amici e la furia pacificata di una ragazzina consapevole che guarda in faccia la vita senza lasciarsi intimorire dal passare del tempo. Melania Giglio stava interpretando lo spettro della Sfinge, perturbante personificazione del senso di colpa di Edipo nell’allestimento firmato da Daniele Salvo, per la 49 edizione dell’Inda. Una figura alata e senza età che incombeva su Edipo e scortava Tiresia, che le è valsa il premio Assostampa come miglior attrice.

Solo pochi mesi prima era una donna vecchia e malata in Summer di Edward Bond e Margherita, la vecchia vedova di Enrico VI nel Riccardo III di Shakespeare. Due belle deroghe al responso anagrafico arrivate, guarda caso, a ridosso di Spoonface, il testo di Lee Hall in cui Melania interpretava una bambina autistica di nove anni.

Che rapporto ha Melania donna con il tempo che passa? C’è una differenza tra la donna e l’attrice?

Come donna mi considero nel mezzo del cammin della mia vita e non ho mai voluto camuffarmi. Ho festeggiato i quarant’anni e mi sono sempre proposta in modo trasparente. Credo che una donna, soprattutto perché è attrice, abbia il diritto di invecchiare in pace. Come attrice mi piace raccogliere le sfide che il teatro mi offre e la disponibilità a giocare con l’età è una di queste. Giocare con l’involucro che protegge un nucleo molto solido è una possibilità che voglio concedermi senza sentirmi in colpa.

Luca Ronconi, il tuo primo maestro, dice che l’età a teatro non conta niente. Sei d’accordo?

Sono d’accordo, con riserva. Dipende dai ruoli, dai personaggi. Se sono estremi, se mi consentono un salto, di abbandonare te stessa, è bello accogliere la sfida. Accetto di interpetare Marta (la protagonista di Summer ndr) o Spoon perché sono ruoli folli, visionari, con un forte aggancio alla mia personalità. Ma non accetterei mai di interpretare Ofelia o Giulietta. Ci sono ruoli che richiedono la freschezza della gioventù, altri il peso della maturità. E trovo discutibile incaponirsi a fare gli attor giovani a cinquant’anni.

Attore e narcisismo: due facce della stessa medaglia?

Un narcisismo creativo può essere un punto di partenza, ma è estremamente limitante considerare il nostro mestiere come un luogo di affermazione del proprio io. Come si può essere creativi riproponendo all’infinito il proprio ego? Il narcisismo egoriferito è un meccanismo deleterio, che ti imprigiona in te stesso e ti impedisce di essere creativo davvero. Mentre ci deve essere nell’attore una parte profondamente rivoluzionaria che ti dispone e ti permette di mettere in discussione tutto, te stesso compreso.

La tua creatività passa anche (e soprattutto) attraverso la voce, uno strumento che conosci molto bene. La sfinge che hai interpretato, per esempio, emetteva suoni che sembravano venire da un altro mondo, dagli inferi, dalle viscere della terra.

La voce rappresenta per me un territorio d’eccellenza per la creazione in scena. E la prosa mi ha offerto diverse possibilità in questo senso: ruoli, personaggi attraverso i quali ho potuto osare, essere politicamente scorretta rispetto alla tendenza dominante di questi anni che va verso l’omologazione, il livellamento.

Alludi al finto naturalismo, alla gara a chi recita di meno?

Il fraintendimento su cosa sia naturale in scena è la prima causa di omologazione. Uno degli insegnamenti di Ronconi è che in scena non esiste il ‘naturale’ ma solo il ‘credibile’. Ignorare questo porta a pensare che possedere una buona tecnica vocale non sia fondamentale per essere un buon interprete. E il risultato è che la maggior parte degli attori in Italia usa il 20% delle proprie potenzialità vocali. Un peccato, perché la nostra voce è unica come il Dna: omologarla è un crimine.

Tu però sei anche cantante, hai lavorato molto nel musical.

Sì, ma la differenza tra prosa e musical è irrilevante ai fini della questione strumento vocale. Lo sbaglio è pensare che nella prosa la voce sia uno strumento creativo abbandonato a se stesso, rimesso al solo parlare, alla naturalezza fasulla. Un po’ come dire: “Siccome hai un corpo, ti muovi”. È assurdo pensare che si possa fare l’attore senza esplorare e conoscere le tecniche vocali, le false corde, i risuonatori, gli armonici, il timbro, le possibilità di estensione e di volume della prorpia voce.

Parliamo del trucco di scena: quanto aiuta nel rendere credibile un personaggio?

Ci sono personaggi che non ne possono fare a meno, non solo dal punto di vista anagrafico. In certi casi la trasformazione, cioè diventare una cosa altra da te, necessita del trucco in modo irrinunciabile. Mi stupisce anzi che i truccatori non siano candidati per i premi teatrali, per l’Ubu, le Maschere. Un bravo truccatore lavora su di noi come fossimo materia grezza, da scolpire e modellare a seconda del personaggio.

Alcuni tuoi personaggi hanno fatto ricorso a una maschera di lattice: penso per esempio ad Ariel della Tempesta.

La maschera è un trucco portato all’estremo, e necessita ancora più precisamente di un lavoro ad hoc. Il tuo volto diventa un’altra cosa, e anche il corpo, perché la maschera orienta la gestualità, il modo di guardare, di respirare, di emettere la voce.