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Eleonora Marangoni: “Ho scoperto Proust a 22 anni e non l’ho più lasciato”

L'autrice (trentenne) di Proust. I colori del Tempo dimostra che l'autore della Recherche non è affatto un polveroso e incomprensibile scrittore ottocentesco che scrive solo del passato

Eleonora Marangoni è una studiosa di letteratura francese, ma si occupa in realtà di web e design, è insomma una creativa, vive fra Milano e Parigi, e ha 30 anni. L’età colpisce: malgrado sia una ragazza, ama appassionatamente Marcel Proust. Malgrado? No, è che forse bisognerebbe sforzarsi di parlare in giro di Proust non come un polveroso e incomprensibile scrittore ottocentesco che scrive solo del passato, del “suo” passato (di cui in definitiva ci interessa poco o nulla) ma come di un funambolo della parola, un artista del pensiero in grado di illuminare il presente e il futuro.

Per questo, pur con le dovute cautele (5000 pagine sono sempre 5000 pagine, altro che 140 caratteri), c’è sempre la speranziella che il grande parigino possa conoscere da noi, come accade in Francia, una particolare nuova stagione anche fra i giovani. Nell’attesa, ci conforta, e molto, questo libro che Marangoni ha scritto, un libro che è una delizia assoluta, un piccolo ricamo sul gigantesco arazzo della Recherche, uno di quei gioiellini che resteranno sulle mensole d’oro della sterminata bibliografia proustiana: un fiore colorato – è il caso di dire – perché il libro (Proust. I colori del Tempo, prefazione di A. Piperno, Electa) è un dolce esercizio, benissimo argomentato, sul senso dei colori nell’opera del Nostro.

Marangoni si è laureata sulla Ricerca del Tempo Perduto, e aveva già pubblicato un libro (solo in francese), Proust et la peinture italienne. “Quando ho scoperto Proust? Avevo credo 22 anni, la Recherche era nella libreria di mia madre, un po’ ingiallita, l’ho tirata giù per curiosità. E da allora da non l’ho più lasciata”. Sarà accaduto così a tante persone, ma pare una storia di alcuni decenni fa. Perché è raro, per un ragazzo o una ragazza di oggi, “tirare giù” Proust dalla libreria dei genitori.

“Sì, i giovani non leggono Proust – ci ha detto Eleonora – anche se in certi ambienti un po’ chic, non so come definirli, ancora regge. In Francia invece è molto più letto, anche dai giovani”. Poi accade sempre questa cosa un po’ strana, non sapremmo dire se succede anche a Joyce o Kafka o Bellow (ma non crediamo): e cioè che il lettore “tarantolato” da Proust rilegga da capo l’intera opera, o almeno una sua parte. Così è accaduto a Eleonora: “Io ho quasi ultimato la seconda lettura”. Diecimila pagine, per capirci. A 30 anni. “Sono rimasta incantata dai colori del romanzo, perché in un certo senso il colore si sostituisce alla parola, è un vero e proprio narratore”.

Le abbiamo chiesto quale fosse “il colore” della Recherche, e lei ci ha risposto prontamente: “Il blu”. Risposta pressoché automatica. Già, il lettore proustiano si commuove massimamente davanti al secondo dei sette volumi, All’Ombra delle Fanciulle in Fiore, dove il blu domina, è il blu del mare di Balbec, è il blu del cielo di Normandia, è il blu dipinto dal pittore Elstir (personaggio che deriva un po’ da Monet, un po’ da Whistler e molto dalla fantasia). Il blu, o l’azzurro, il viola e tutte le nuance possibili e immaginabili che Proust estrae dal suo mostruoso caleidoscopio, è il fondale nel quale si staglia la “piccola banda” delle Fanciulle in Fiore, e in un certo senso, non blu ma qualcosa di chiaro che ne discende, è anche l’aria, l’aria che tanto l’asmatico Proust cercò per tutta la vita.

Ma di blu deve essere anche l’invisibile campanella dell’Arte, essendo il colore della Cappella degli Scrovegni, quell’oltremare giottesco che elevava al massimo grado l’idea di Sacro (siamo nella Fuggitiva), parole che vanno qui riportate: “Entrai nella cappella di Giotto, dove l’intera volta e i fondo degli affreschi sono così azzurri che la giornata radiosa sembra aver varcato anch’essa la soglia assieme al visitatore per mettere al’ombra e al fresco, per un istante, il suo cielo puro…”.

Marangoni ci ha parlato a lungo delle “visioni colorate” che luccicano lungo tutto il romanzo, delle decine di quadri e pittori che vi vengono citati; e non è eccentrico pensare che anche queste mille luci intermittenti giochino un ruolo attivo nell’ipnotismo che la Recherche esercita da decenni in tutti i continenti: come quelle degli alberi di Natale che imbambolano il giovanetto. E, come le luci, così anche i colori devono sortire lo stesso effetto ipnotico.

Si è detto del blu. Ma vogliamo parlare del rosso, che – scrive Marangoni – “in Proust è legato soprattutto all’idea di prestigio e di potere” (ma anche, aggiungeremmo noi immaginando che lei condivida, anche ad un’idea sopraffina di cattiveria e persino di morte)? E vogliamo parlare del verde, che l’autrice associa al flusso del tempo, così cruciale in Proust, o o del giallo, colore dell’oro e del fascino, o del rosa Tiepolo dell’incarnato delle guance dell’amata Albertine?

D’altronde il Narratore, cioè il protagonista del romanzo, è uno in grado di estrarre colore da ogni cosa, da ogni sillaba perfino (“la luce ranciata della sillaba ‘ante'”), da ogni nome di città (Parma è sostanzialmente viola, Firenze bagnata dall’oro): e come diavolo facesse, Marcel Proust, nella realtà della sua stanza isolata dal mondo, a immaginare i colori di quadri che non aveva mai visto, in un’epoca nella quale – scrive Marangoni – “l’arte era difficile da raggiungere, i colori erano assenti, imprecisi, bugiardi”, rimane uno dei misteri della sua inverosimile immaginazione.

Noi che invece possiamo andare dall’altra parte del mondo per vedere un quadro senza eccessiva difficoltà, noi che possiamo acquistare per pochi soldi fotografie e libri illustrati, noi sì che siamo in grado di dare i colori giusti alle cose, agli occhi delle persone, ai quadri. Però, quanta poesia in meno, la nostra vita rispetto a quelle lunghe, colorate pagine.