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Sette su cento: le registe italiane e la loro strada in salita

Il documentario di Diana Dell'Erba racconta la fatica, ma anche la soddisfazione, tutta femminile per affermarsi nel cinema italiano. Perché spesso storici e critici si sono "dimenticati" di citare le registe, e un promemoria è diventato necessario

Perché hai scelto di fare questo mestiere? Cosa vuol dire lavorare in un ambiente fortemente maschile? Esiste un cinema “al femminile”? A queste e ad altre domande rispondono le registe italiane, riunite dalla torinese Diana Dell’Erba per un sintomatico punto della situazione nel documentario Registe, dialogando su una lametta, che esce proprio oggi nelle sale italiane.

Cecilia Mangini e Lina Wertmuller, prima donna candidata all’Oscar, sono le decane di questi ritratti sinceri e anche doverosi, perché, se troppo a lungo gli storici e i critici del cinema uomini si sono “dimenticati” di citare le donne registe nei loro scritti, un promemoria non guasta mai, nemmeno nel nuovo e politicamente corretto millennio.

Dalla carrellata di volti e parole, inserita in un paio di cornici opinabili, escono riflessioni belle e vere, molte delle quali fanno da comune denominatore a registe tra loro lontane, per età, storia e produzione. Il fatto di vivere il set come una famiglia, per esempio, pur sapendo che alla fine delle riprese i tuoi famigliari ti dimenticheranno in fretta, per tradirti con altri il giorno dopo, sul prossimo set; il fatto di vivere questo lavoro come una necessità (di espressione, di terapia, di riscrittura delle storture della realtà), di amarlo più di un figlio; il piacere e la fatica di comandare una troupe di uomini e di essere sempre e comunque un’outsider. Fa il paio con quest’ultima considerazione, espressa con rabbia dolce da Francesca Archibugi, il pensiero positivo di Francesca Comencini, che gira la medaglia e sull’altra faccia osserva il privilegio di essere ugualmente sempre pioniere, di un modo di fare cinema ancora tutto da esplorare.

L’excursus storico è affidato ad alcune voci critiche (Silvana Silvestri, Anselma Dell’Olio, Eliana Lo Castro Napoli, Gian Luigi Rondi) e agli intervalli in cui Maria De Medeiros veste i panni di Elvira Notari, prima regista donna d’Italia (ma è soprattutto ai suoi film nel film che si deve l’interesse, non alle ricostruzioni).

Nato come messa in opera di una tesi di sociologia, il documentario porta con sé la tara della ricerca attorno al fenomeno, anche quantitativo (7 donne su 100 registi è la proporzione problematica che dà l’abbrivio al film), e scivola sul finale verso argomenti altri, troppo grandi per questa piccola tavola rotonda, ma la qualità dei contributi resta preziosa. Le donne del nostro cinema non appaiono affatto come vittime di una questione di genere, bensì oltre la piena consapevolezza dell’esistenza della questione, impegnate a gestirla sul fronte artistico, in modi differenti e personali.