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Lupita Nyong’o, l’insopprimibilità dell’Africa (e della forza femminile)

31 anni, nata in Messico e cresciuta in Kenya, ha vinto l'Oscar come miglior attrice non protagonista per la magnifica interpretazione della "preferita" in 12 anni schiavo di Steve McQueen. Diventando un simbolo della dignità delle donne

C’è una pericolosa interpretazione al cinema in questi giorni, ed è quella regalata da un’attrice (finora) sconosciuta: Lupita Nyong’o, 31 anni, nata in Messico e cresciuta in Kenya, già regista del documentario In my genes girato a 26 anni sulla discriminazione contro gli albini in Africa.

Lupita (qui il divertente tutorial in cui ci insegna a pronunciare il suo nome e cognome), che ha studiato recitazione all’università di Yale, è stata scelta fra migliaia di aspiranti per il ruolo di Patsey, la preferita di Edwin Epps, sadico proprietario di una piantagione di cotone, in 12 anni schiavo, il film di Steve McQueen sull’odissea di un uomo libero ridotto in servitù.

Il ruolo di Patsey è uno dei più ricchi e complessi che si siano visti al cinema, in assoluto. E a renderlo così sfaccettato ed eversivo è proprio la strepitosa interpretazione della Nyong’o, che scansa le due strade ovvie a sua disposizione: il melodramma e il vittimismo.

Patsey è tre volte schiava: la prima in quanto proprietà fisica ed economica di un padrone; la seconda in quanto nera, in un mondo – il sud degli Stati Uniti di metà Ottocento – in cui i bianchi avevano un potere assoluto sugli africani importati con il solo scopo di servire; la terza in quanto donna, preda facile e predestinata di un uomo violento e insicuro.

Il punto è che quell’uomo è, a sua volta, schiavo di Patsey, e non solo perché è bellissima e giovane. Patsey è nera come l’ebano, non corrisponde agli standard di bellezza dell’America anglosassone, ma incarna un richiamo ancestrale che combina femminilità archetipica ed essenziale indomabilità.

Patsey è l’Africa, e il desiderio di supremazia del suo padrone coincide simbolicamente con quello del mondo occidentale nei confronti del continente nero, da sempre fonte di “materia prima” per colonialisti e predatori. Patsey è la Terra Madre, che di fronte alla sottomissione imposta e alla violenza subìta, non piega la sua anima, perché non vuole e perché non potrebbe neanche se volesse.

Patsey è il simbolo di una sessualità femminile atavica e “irredenta” che sfugge al controllo del maschio che cerca di appropriarsene. Edwin odia e ama la ragazza perché non riesce a dominarla, nonostante abbia pieno potere sulla sua persona fisica. Persino quando la possiede ne è primariamente posseduto: non è lui che entra in lei, ma lei in lui.

Per questo, ahimé, la violenza contro Patsey cresce in modo esponenziale, con un sadismo che è anche quello del regista nei confronti dello spettatore, e che ha una fortissima componente erotica. È lo sfogo bestiale della frustrazione di un uomo (si fa per dire) che non può arginare l’attrazione che prova verso una donna intrinsecamente libera e femmina. E per questo il peggior aguzzino di Patsey è la moglie bianca di Edwin, che a quella sessualità non ha accesso né individualmente né culturalmente, ma la riconosce nella giovane donna dalla pelle luminosa, benché nera come la notte.

L’interpretazione di Lupita Nyong’o fa il resto: perché Lupita recita la sua Patsey con un’integrità che traspare da ogni gesto, senza un briciolo di umiltà reverente (ma anche senza un briciolo di arroganza strafottente), e con l’amore istintivo per la vita che le permette di abbandonarsi ad una solitaria danza gioiosa anche nel mezzo di un grottesco ballo in cui gli altri schiavi si esibiscono mestamente per il loro padrone, come ombre.

Lupita-Patsey si inventa una civetteria straziante mentre va a prendere il tè dall’amica più anziana, che ha trasformato il suo status di preferita in una piccola misura di potere; rischia la morte per un pezzo di sapone; invoca quella stessa morte senza lamenti strappalacrime e senza ostentazioni cinematografiche di eroismo, con la naturalezza di chi compie razionalmente l’unica scelta per lei possibile. Lupita-Patsey dimostra che ogni essere umano, anche se nera, femmina e schiava, conserva dentro di sé la capacità di compiere una scelta, benché estrema.

Il personaggio di Patsey resterà inciso nell’immaginario collettivo come le frustrate sulla schiena della “preferita”, e l’interpretazione di Lupita Nyong’o è la conferma che si può inventare ancora tutto, anche al cinema, compreso un modo nuovo e rivoluzionario di raccontare la dignità umana.