Cultura e spettacoli
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Cecilia Mangini, la ragazza del ’27 che ha cambiato il documentario italiano

Pioniera del film di realtà etnografico nel nostro paese e dell’indagine sulla condizione femminile, è tornata dietro la cinepresa per girare In viaggio con Cecilia, che inaugura il film festival Sguardi Altrove di Milano

Chi ha l’opportunità di parlare una volta con Cecilia Mangini, aspetta soltanto di poterlo fare ancora. La precisione dei suoi ricordi, la forza della sua passione, la lucidità del suo sguardo e la simpatia che la contraddistinguono sono doti rare e magnetiche. Pioniera del documentario etnografico italiano e dell’indagine sulla condizione femminile, ha sempre mirato a portare alla ribalta la dignità dei vinti e a raccontare la ricchezza culturale del meridione d’Italia, e non soltanto la sua miseria. A quarant’anni dalla sua ultima regia, è tornata da poco sul set per il documentario In viaggio con Cecilia, diretto a quattro mani con Mariangela Barbanente: un road movie tra contraddizioni e speranze, sui luoghi che sono stati teatro dei suoi lavori negli anni ’60, per capire cosa è cambiato e cosa, purtroppo, ancora no. Il documentario inaugurerà la sezione cinema del XXI Sguardi Altrove Film Festival di Milano.

Come ha fatto una ragazza nata nel 1927 a Mola di Bari a lavorare nel cinema e a diventare la prima donna a girare documentari nel dopoguerra?

Il periodo era favorevole a scelte anche coraggiose. Uscivamo da una guerra disastrosa, dal fascismo che aveva provocato la distruzione dell’Italia, e c’era una grandissima voglia di riscatto. In più, nel mio caso, subentravano anche alcuni fattori personali. Sono nata da papà pugliese e mamma toscana, del Casentino. Quando avevo sei anni, a causa di una terribile crisi economica, ci siamo trasferiti a Firenze, quindi il mio imprinting è profondamente toscano, anche se resto molto legata alla Puglia, che ha avuto un fortissimo impatto su di me. Si aggiunga che ero la figlia maggiore, cresciuta in un contesto in cui essere donna significava essere di categoria B: i maschietti uscivano, andavano per i fatti loro, le bambine invece stavano in casa, ricamavano, suonavano il pianoforte.
La delusione paterna che intuivo di rappresentare, la consapevolezza che il destino delle donne era segnato –perché i miei cugini o i miei fratelli potevano diventare tutto, ma per le bambine la massima aspirazione era diventare professoressa del ginnasio o levatrice o infermiera- mi hanno fatto raggranellare reattività. Cercavo una via di uscita. Sapevo che bisognava guadagnare, perché senza l’indipendenza economica le donne non contavano niente, e cominciavo a pensare che se non mi fossi comportata come una donna ma come un uomo, se cioè avessi parlato di quello che mi interessava, leggendo libri importanti e discutendone con gli uomini, tutto questo avrebbe cancellato la tara che mi portavo dietro. Nel mio caso ha funzionato.

E al cinema come è approdata?

Avevo comprato una macchina fotografica e me n’ero talmente innamorata che volevo fare la fotografa. Ma anche quello – a meno di non avere uno studio e di non ritrarre comunioni, matrimoni o mazzolini di fiori – non era considerato un mestiere da signorine, tanto più che io fotografavo per strada. Intanto mi ero anche formata una cultura cinematografica nei circoli del cinema, con le proiezioni e i dibattiti. Un giorno a Firenze, nel nostro circolo, arrivò Callisto Cosulich, uno dei più bravi e sensibili critici di allora, e dopo l’incontro mi disse: “Alla Ficc abbiamo bisogno di qualcuno che faccia programmi culturali per il cinema, vieni?”. “Sì!”.
Potevo andare a Roma e continuare a fare fotografia, ma appoggiata alla Ficc incontravo anche Zavattini, Pietrangeli, Guido Aristarco, e poi andavo alla Cinémathèque di Parigi e tornavo in Italia con tanto materiale mai visto. Quando cambiò la legge e lo Stato cominciò a finanziare le opere con il cosiddetto Premio di qualità, Fulvio Lucisano, che allora era un piccolo produttore di documentari, mi propose di girarne uno. Era la fine del ’57. È nato così il mio primo lavoro, Ignoti alla città, sui ragazzi delle borgate romane, con la collaborazione di Pasolini.

Poi ha incontrato Lino Del Fra e siete diventati una coppia speciale, nel cinema e nella vita.

È successo l’anno dopo. L’incontro con Lino è stato determinante, perché lui era politicamente impegnato, a sinistra del Pci, e con lui mi sono trovata immersa in discussioni sull’avvenire del mondo, che pareva dipendesse da queste poche persone che s’incontravano in casa mia. Siamo stati una coppia nella vita, nel lavoro e nelle passioni politiche, anche se lui ha girovagato per tutte le frange importanti dell’estremismo, mentre io non mi sono mai iscritta a nessun partito, sentendomi profondamente anarchica. Forse perché uno dei primi temi in cui mi ero imbattuta da ragazzina era lo strapotere del maschilismo e il germe del dubbio che tutto si potesse sistemare abolendo quel potere mi è rimasto. Oggi mi chiedo, come donna che s’interessa all’avvenire dell’Italia, se le quote rosa siano giuste o se non siano invece un modo di allargare semplicemente la visione del potere maschile. Le donne dovrebbero volere un’altra cosa. Se il potere è lo stesso, non cambia nulla che a gestirlo sia qualcuno con la gonna o con i pantaloni.

Con Essere donne è stata la prima ad entrare nelle fabbriche e rivelare l’altra faccia dell’ideologia del miracolo economico.

Era il 1964. Mi chiamarono a Botteghe Oscure. Luciana Castellina, in vista di elezioni politiche che ritenevano molto importanti, aveva pensato di fare dei documentari che esponessero dei problemi, li portassero a conoscenza della gente e indirizzassero le persone che ne prendevano coscienza a votare in un certo modo. Un programma a mio avviso bellissimo. Eravamo in cinque, compresi i fratelli Taviani. Ho chiesto che libertà avevo, mi è stato detto: “Tutta quella che vuoi”, ed è stato vero. Erano anni in cui il femminismo covava sotto la cenere. Ho incontrato soprattutto le donne delle commissioni interne delle fabbriche e ho vissuto con loro, cenavo in casa loro, lavavo i piatti con loro, abbiamo parlato per ore. Hanno fatto il documentario insieme. Alla Philips, poi, credo di aver filmato la prima catena di montaggio mai mostrata in Italia, perché allora non si entrava nelle fabbriche, ci si limitava a filmare l’inaugurazione con le eccellenze locali e i carabinieri col pennacchio. Continua ancora così, non è cambiato niente, se non che purtroppo di fabbriche se ne inaugurano molto poche.

Perché ad un certo punto ha smesso di fare documentari?

Non so se la mia è una ricostruzione di comodo o di autogratificazione, ma penso che i documentaristi, di destra o di sinistra, disturbino il potere politico. Nel momento in cui prendono un problema, lo sviscerano e invitano il pubblico a reagire e a prendere posizione – e questo è il documentario, se no io non lo chiamo così- danno fastidio. Ad un certo punto, negli anni ’70, nel momento in cui l’Italia era strangolata da un’inflazione che si aggirava sul 20% all’anno, l’unica cosa che non fu aggiornata al valore reale della lira e restò fuori dell’indicizzazione fu proprio il Premio di Qualità, che diventò perciò insufficiente per tutti. La pellicola improvvisamente divenne quattro volte più costosa, i collaboratori e i prezzi degli stabilimenti anche, per cui abbiamo cominciato a girare in 16 millimetri, perché costava meno, e a non uscire al di fuori del Gra di Roma per non far scattare le diarie e ridurre il costo del trasferimento. Poi c’era da considerare il tempo di affitto dei mezzi tecnici – macchina da presa, luci, magnetofono: il minimo indispensabile – per cui siamo arrivati a girare un documentario in un giorno. Basta, non era più dignitoso. Non sono uscita dal cinema ma ho preferito fare altre cose: ho scritto delle sceneggiature per altri.

Com’è stato tornare sul set dopo tanti anni?

Lì per lì avevo il batticuore, girare è molto faticoso e io ho l’età che ho, ma ho voluto raccogliere la sfida. Il primo giorno ho capito che ce l’avrei fatta e soprattutto ho ricordato quanto è bello il contatto con le persone e il lavoro sulle immagini. Oggi con le telecamere digitali “si sciala”, noi con la pellicola contavamo i secondi! C’erano giorni in cui cominciavamo alle 6 e finivamo a mezzanotte… bellissimo!