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Valeria Testagrossa, filmmaker nel cuore della Striscia di Gaza

Il suo primo lungometraggio, Striplife, è stato girato con l'aiuto della popolazione palestinese e ha vinto il premio speciale della giuria della sezione documentari al 31° Torino Film Festival. L'obiettivo? "Mostrare l’umanità che anima il territorio"

Valeria Testagrossa non ha ancora trent’anni ma ha già un vissuto intenso da raccontare. Lo fa con la mediazione del cinema, perché a volte un filtro aiuta a vedere meglio quello che abbiamo davanti agli occhi, oppure perché i nostri occhi sono geograficamente lontani e il suo lavoro ci porta vicino a lei, sul campo. Videomaker, fotografa e giornalista, si occupa di reportage e collabora con l’inglese The Guardian. Striplife è il suo primo lungometraggio: un film corale –diretto e fotografato insieme a Nicola Grignani, Alberto Mussolini, Luca Scaffidi e Andrea Zimbelli- che racconta una giornata nella Striscia di Gaza.

Com’è nato e come si è sviluppato il progetto di questo film a Gaza?

Il primo contatto con la realtà di Gaza è avvenuto in occasione della carovana “Corum”, partita dall’Italia dopo la morte dell’attivista italiano Vittorio Arrigoni. Da quel confronto tra artisti, videomaker, giornalisti, attivisti è nata l’esigenza di raccontare un’altra Gaza e di farlo insieme. Si è arrivati quindi all’idea del progetto MoviengToGaza, il cui fine era proprio quello di realizzare un film collettivo frutto di una collaborazione tra videomaker italiani e palestinesi.
Siamo partiti per Gaza in quattro per un sopralluogo, per prendere ulteriori contatti sul posto e individuare i possibili protagonisti del film. Tutto questo è stato possibile soprattutto grazie alla collaborazione con il Centro Italiano per Scambi Culturali “Vik” e a Meri Calvelli, attiva da anni in Palestina, che ci ha supportati dall’inizio alla fine del progetto. Al ritorno abbiamo scritto una sceneggiatura lasciandola appositamente aperta, così da poterla completare insieme ai palestinesi, una volta sul posto. A gennaio, infine, siamo partiti per effettuare le riprese e siamo rimasti sul territorio all’incirca un mese.

Com’è nata la tua passione per questa attività?

Dall’inguaribile vizio che ho di ficcarmi nelle situazioni più inusuali e dal prurito per il viaggio, che mi porta a miscelarmi in contesti lontanissimo da quello da cui provengo. Il cinema è l’unione di tutto quello che amo e che ho sempre coltivato nella vita: unisce la narrazione, le immagini, la poesia, la filosofia, il viaggio, la scoperta, il contatto umano. Fin da molto giovane amavo raccontare storie, poi ho cominciato con la fotografia di reportage, perché non mi ha mai interessato la moda o altro. Così ho cominciato a viaggiare e ho passato tanto tempo nel Sud-est asiatico dove ho raccontato le ingiustizie sociali che vedevo. Al ritorno ho deciso di provare ad accedere al Master di Giornalismo Multimediale della University of Westminster ed è lì che mi sono resa davvero conto di quanto potente fosse quel linguaggio.

Le tue scelte di lavoro ti portano in situazioni lontane e spesso difficili e rischiose. Riesci a condividerle una volta rientrata o ti senti in qualche modo isolata?

Non è per nulla facile riadattarsi, ogni volta mi ci vuole del tempo. Faccio fatica a comunicare quello che ho vissuto e, ancora di più, a tornare a vivere la vita quotidiana di prima. Mi sembra tutto così leggero, facile e a volte superficiale, forse anche perché mi porto dietro il senso d’impotenza tipico di chi testimonia le ingiustizie, la povertà e la guerra. Per fortuna non viaggio mai solo per turismo, ma sempre con un obiettivo. Quindi cerco di portare qualche cambiamento, anche se minuscolo, con quello che so fare: raccontare.

Il 31° Torino Film Festival ha assegnato a Striplife il premio speciale della giuria della sezione documentari, apprezzando il contrasto del film rispetto all’overdose di immagini di guerra veicolate e consumate attraverso i media.

È vero: se provi a fare una ricerca su Google digitando “Striscia di Gaza”, le uniche immagini che appaiono sono di bombardamenti e gente che imbraccia armi. L’obiettivo che ci siamo dati con la realizzazione di questo film era invece quello di mostrare l’umanità che anima il territorio. Perché è vero che a Gaza ci sono parecchi problemi, anche quelli quotidiani di cui i giornali non parlano, eppure la gente crea, si unisce, ci sono moltissime associazioni slegate dalla politica, movimenti artistici, sportivi, educativi… c’è fermento culturale e sociale. È questo che volevamo raccontare. Entrando nell’intimità della giornata di una persona riesci a sradicarla dal contesto in cui vive e a penetrare l’universalità dei gesti e delle emozioni umane. Quello che mi sono sempre detta quando pensavo a questo film era: vorrei che fosse un film che riesce ad avvicinare anche mia nonna, che di Gaza sa poco e niente, alla realtà di quel luogo.

Qual è l’esperienza più bella che ti ha regalato la tua attività di filmmaker e quale la più brutta?

Con il Guardian abbiamo pubblicato un’indagine riguardo alla nave Nato che aveva abbandonato in mare una barca di migranti e, nonostante la querela della Nato stessa, siamo riusciti a portarla avanti e a denunciare il misfatto. Ne sono stata molto felice. Un altro momento di grande felicità è stato quando i palestinesi che hanno lavorato con noi a Striplife hanno visto il film: si sono emozionati e ci hanno detto che siamo riusciti a raccontare perfettamente cosa vuol dire vivere in un posto come quello. Di esperienze negative me ne sono capitate alcune, d’altronde credo sia inevitabile in questo lavoro: ho visto gente gravemente ferita, morti, povertà estrema. E mi è capitato di provare paura, in un’occasione in cui sparavano molto vicino a me, e quando mi sono ritrovata un’arma puntata contro. Ma per fortuna le esperienze positive sono molte di più rispetto a quelle negative.


Ora sei in Guatemala. A quale nuovo progetto stai lavorando?

Ho appena finito le riprese di un documentario per una cooperativa impegnata nel campo del commercio solidale, in particolar modo del caffè. Il documentario è ambientato in un villaggio vicino a Santa Cruz Naranjo, a un’ora circa dalla capitale. Mi fermerò in Guatemala per il montaggio, per poi forse proseguire per l’Argentina, dove dovrei lavorare un mesetto come corrispondente del Guardian. Per quanto riguarda il cinema, ho un nuovo progetto in mente e a maggio andrò a fare un sopralluogo in Birmania. Non anticipo nulla, se tutto va bene saprete qualcosa dopo il sopralluogo…