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Cristina Donà: “Quando scrivo penso di essere asessuata, è la magia dell’arte”

Ha scritto la canzone "Lentamente" che Arisa ha portato a Sanremo insieme alla vincitrice "Controvento". Sostiene che in Italia le donne restano indietro "perché la donna che pensa e agisce qui fa paura". Una lunga intervista in cui Donà racconta la sua musica e la sua femminilità

Di primo impatto non ce le vedresti troppo bene, insieme. Però poi viene fuori che Cristina Donà s’è messa a scrivere, insieme a Saverio Lanza, la canzone che Arisa porterà la prossima settimana al Festival di Sanremo, e poi Arisa se ne esce con questa storia che la Donà è la Madonna della musica indipendente di casa nostra. E allora forse è bene riconsiderare. Cristina Donà e Arisa, evidentemente ci può stare. Il perché lo spiega proprio la songwriter lombarda.

“La collaborazione con Arisa”, dice, “è nata a seguito di una e-mail che mi ha mandato nel febbraio dello scorso anno in cui mi chiedeva se mi sarebbe piaciuto scrivere canzoni per il suo nuovo album. Sapevo della sua attenzione verso la mia musica perché quando nel 2009 vinse Sanremo giovani mi aveva citato in alcune interviste come uno dei suoi riferimenti musicali. Sincerità e il personaggio Arisa erano così palesemente fuori dagli schemi e dalle logiche del ‘facciamo bella figura al Festival’ che mi aveva colpita. Scegliere di essere così naif non è un passo fatto a caso e ci vuole un certo coraggio a sostenerlo, perché si può diventare facile bersaglio di critiche e sberleffi.

Con La notte, un brano inaspettato all’epoca, è riuscita a riprogrammare il volo. Ha una voce incantevole, d’altri tempi. Limpida ed emozionante. Arisa è un insieme di particolari camaleontici, è fatta di una normalità fuori dalla norma ed è in grado di trasformarsi, cosa assai rara nel panorama musicale pop italiano attuale. Può piacere o non piacere ma è sicuramente un personaggio fuori dagli schemi. Sono felice ed orgogliosa di aver scritto quattro brani per il suo nuovo album assieme a Saverio”.

Tu al Festival sei stata una volta, da ospite, per un duetto con Nada. In quell’occasione, hai ricordato da poco dalla tua pagina Facebook, non t’eri divertita un granché. Però poi, nel post, sembri lasciare una porta aperta per il futuro. D’altronde molti musicisti a te affini ultimamente sono finiti a Sanremo. Agnelli con gli Afterhours su tutti, e quest’anno ci sono i Perturbazione. Quali sarebbero, a tuo avviso, per una come te, i pro e i contro di una partecipazione al Festival?

Domanda complessa. Partiamo dal fatto che ci sono situazioni in cui ognuno di noi si può sentire più o meno a proprio agio. Il fatto di essere spesso su un palco non significa che si riesca a gestire in egual maniera ogni tipo di esposizione, o che ci piaccia essere esposti a qualsiasi costo. Io non gestisco sempre bene i luoghi e i momenti in cui c’è un sovraccarico mediatico come quello di Sanremo. Prediligo una logica più a misura d’uomo, con tutti i pro e i contro che questo comporta. E non perché li giudichi migliori, ma solo perché li vivo meglio emotivamente.

Nell’unica esperienza fatta all’epoca come ospite di Nada, non mi sono sentita a mio agio ma non per colpa di Nada, appunto, per un mio stato d’animo. Poi si aggiunse il fatto del microfono che rimase quasi spento per tutta la mia esibizione come ciliegina sulla torta. Forse è una questione di momenti della vita. Può essere che in futuro ci possa andare con serenità.

Nella musica italiana, oggi, è più facile essere uomo o donna? E nella società italiana in generale? Siamo ancora così indietro? 

Siamo molto indietro. Siamo indietro perché la donna non è tutelata in generale, nel privato e nel mondo lavorativo. Non lo è in quanto madre e parte di una famiglia. Perché non ci sono posti negli asili nido e nelle scuole materne pubbliche, e quindi non si permette alle famiglie di scegliere liberamente e con serenità l’impostazione della propria vita. È anche da qui che si capisce quanto uno Stato si prende cura dei propri cittadini e quanto tiene alle  nuove generazioni. Si continuano a tagliare fondi nel settore pubblico: istruzione e sanità pubblica sono allo stremo.

Siamo indietro perché l’imbarbarimento creato ad arte da molti anni a questa parte anche attraverso la proposta di una tipologia femminile usa e getta in tv, in pubblicità, in politica, è palese, ma sembra sia normale, perché la gente si sta abituando a tutto e al suo contrario. Ci stanno cuocendo a fuoco lento per farci bere qualsiasi cosa.

Siamo indietro perché la donna che pensa e agisce in Italia fa paura. Siamo indietro perché una legge che tuteli la donna in caso di aggressione o di molestie è stata definita solo pochi mesi fa. E speriamo serva. Tutto questo ha reso più facile il compito di chi pensa che la donna non abbia capacità intellettive e legittima implicitamente la violenza contro di lei. La colpa è anche di certe donne che assecondano questo tipo di stile nel porsi, per carità. Comunque non è il fatto di avere soubrette o ballerine nelle trasmissioni televisive, quelle ci sono sempre state, ma è il modo, lo stile, la capacità nel presentare un’immagine piuttosto che un’altra.

E quanto alla musica?

Stesso discorso. Da noi si parla ancora di musica al femminile come fosse una bestia rara e ci si stupisce se una donna suona, canta e compone. In paesi come l’Inghilterra e la Francia, per non parlare degli Stati Uniti, le cantautrici sono portate su piatti d’argento. Basti pensare a P.J. Harvey e a Kate Bush, giusto per citare due esempi di diverse generazioni. Siamo indietro in tantissime cose che riguardano la gestione di temi nell’ambito sociale e culturale perché abbiamo dei politici che non abitano più in questo Paese da anni, con la testa e con lo spirito. Non sanno chi siamo e non gliene frega nulla di saperlo. E noi, che li abbiamo lasciati agire, ora abbiamo il dovere di ricordarglielo.

Nella tua carriera hai collaborato con molte musiciste. Se ti dicessero che puoi scegliere con chi scrivere e cantare una canzone domani, che puoi scegliere tra chiunque, anche se la tizia fosse morta, da Janis Joplin a Joan as Police Woman, chi sceglieresti?

Joan Wasser, che tra l’altro ho conosciuto personalmente e intervistato all’epoca del suo primo bellissimo albummi piace molto, così come provo un’ammirazione sconfinata per Annie Clark (St. Vincent, ndr), e anche per Feist. Sarebbe un onore lavorare con loro. Credo che la musica pop e rock negli ultimi anni abbia vissuto un rinnovamento proprio grazie ad artiste come loro più che attraverso i colleghi maschi.  È una constatazione, non un pensiero sessista. Tra le altre cose lavoro con colleghi uomini da sempre. L’affetto e la gratitudine che provo per loro sono infiniti. Dal primo all’ultimo produttore, musicista, manager, tecnico, tour-manager, back-liner. Sono davvero fortunata. Quando c’è rispetto per l’altro c’è tutto.

La tua carriera ormai è quasi ventennale. Per molte giovani che fanno musica, Arisa a parte, sei probabilmente il modello di cantautrice indie per eccellenza. Allo stesso tempo il grande successo di molte voci femminili della scena più o meno alternativa internazionale sembra aver incoraggiato ancora di più queste ventenni italiane a provarci. Ti sembra che si possa parlare di un movimento interessante, tra le songwriter di casa nostra, ce n’è qualcuna che ti piace particolarmente?

Levante mi piace molto, è proprio brava. Come mi piace La Tarma, da poco uscita con il primo disco prodotto proprio da Saverio Lanza. E poi Maria Antonietta, Debora Petrina, Beatrice Antolini, per citare le più giovani. Sì, si può parlare di movimento di casa nostra. Tra i premi che valorizzano il nuovo cantautorato al femminile, poi, c’è il premio Bianca d’Aponte, al quale sono molto legata. Le ventenni italiane ci sono e ci provano da tempo perché i modelli stranieri sono a loro disposizione già da un po’, è che qui in Italia fare questo mestiere ed emergere è davvero difficile, che tu sia uomo o donna.

Fai fatica a ragionare – come ti è stato chiesto di fare qui – per generi sessuali, nella musica, o in fondo senti in qualche modo di appartenere al grande mondo delle ragazze del rock and roll?

Credo che a volte si possano cogliere piacevoli e interessanti diversità nella scrittura, nell’approccio musicale, anche per una questione biologica, chimica, che cambia alcuni punti di vista, ma di per sé è un valore aggiunto, una diversità che crea varietà. Sicuramente la mia femminilità si esprime meglio attraverso le note e le parole delle mie canzoni che attraverso i vestiti che indosso, questa è la magia dell’arte. Quando scrivo però penso di essere asessuata. Sostanzialmente un essere umano. La musica non ha sesso.