Cultura e spettacoli

Serra versus Neri: il ruolo del padre secondo i due Michele

Se il vate dei radical chic ne Gli sdraiati descrive figlio e amici adolescenti come marziani lavativi, l'autore di Scazzi il figlio cerca di capirlo, ridendo "con" lui, non "di" lui: il punto, nel paragone fra i due autori, è proprio lì

La differenza, se vogliamo, è tutta lì. In quei due titoli. Da un lato Scazzi, che presuppone un’interazione, un dialogo, per quanto conflittuale; dall’altro Gli sdraiati, che indica un giudizio, e una buona dose di cinismo.

Scazzi (Mondadori) è il libro che Michele Neri, 54enne ex direttore dell’agenzia fotografica Grazia Neri, ha scritto a quattro mani con il figlio Nicola, oggi 21enne. Un Father and son in prosa, cronaca a due voci di due tra le disfunzioni più esacerbanti e inevitabili della vita: l’adolescenza e la mezza età. La storia di una guerra durata sette anni.

Gli sdraiati (Feltrinelli) è invece il – si potrà scrivere parac***ssimo in un pezzo? – bestseller in odore di Premio Strega in cui Michele Serra, classe 1954, descrive la generazione del figlio teenager: i Millennial, i “me me me”, quelli che “Ciao, come sto?” e “Parlami di me”. Narcisi e iperconnessi, ma anche indecisi e cronicamente distratti. Un racconto esilarante, tranne che per il figlio, va da sé (ma l’autore ha precisato che si è basato anche su una ventina di coetanei del ragazzo: “Non è sociologia, ma narrativa”).

Non a caso su Twitter è nato @ilfigliodiserra, irresistibile parodia che vendica il figlio dileggiando il padre (Qualche perla: “Elementi base della Menata del Mattino: amor proprio – mia mancanza di -, ‘quando avevo la tua età’ e tanto, tantissimo Berlinguer”; “@beppesevergnini Beppe! Anche tu qui? Ma come stai? Ti ricordi quando siamo andati con papà a vendemmiare il Nebbiolo? Le matte risate”).

Ma se il filone dei padri in crisi è, ahinoi, il più fortunato del momento editoriale, l’approccio dei due “Michele”, entrambi figli ideologici degli anni Settanta, entrambi giornalisti, non potrebbe essere più diverso. Se il vate dei radical chic descrive figlio e amici come marziani lavativi, indifferenti a tutto e perfino diversamente intelligenti, l’altro, il Michele meno celebre, il figlio cerca di capirlo.

“Storie di un figlio travolgente e di un padre travolto” è l’ammissione, tutta paterna questa, già dalla copertina. E ancora, in un articolo per il blog del Corriere della Sera La 27ora: “Non c’è niente di semplice nell’essere adolescenti oggi”. Perché Scazzi è un romanzo di formazione del padre quanto lo è del figlio. Serra all’etichetta di “padre in crisi” preferisce quella di “figlio in crisi”; Neri si mette sempre in discussione: è, insomma, l’anti-Serra.

Per carità, Michele Serra è un grande: il suo libro magistralmente scritto, “gli sdraiati” una definizione fulminante subito entrata nel linguaggio comune, quel “Ma dove cazzo sei?” un incipit che resta. E certo, ridendo del figlio (non “con” il figlio, ma “del” figlio – il punto è lì) si ride di riflesso anche del padre: delle sue idiosincrasie, le sue ossessioni, come la gita al Colle della Nasca. Ma per tutto il libro di Serra il punto di vista è sempre e solo il suo, l’unica voce quella sua. E il pensiero del lettore corre quasi per contrappasso al figlio inascoltato.

Più vero il meno geniale Neri, papà apprensivo e maldestro, che con tenere velleità giovaniliste chiama in terza persona il figlio “Nik” e l’amico “Ludo”, farcisce la prosa di anglicismi, gli parla di Kate Moss. Più padre (narrativo, s’intende) Neri, che si pone il problema del peso di essere il figlio, terrorizzato dalla mancanza di un futuro.

Più lucido Antonio Polito, che nel saggio Contro i papà (Rizzoli) spiegava “come noi italiani abbiamo rovinato i nostri figli”. Leggendo Gli sdraiati, ha confessato Polito sul Corriere della Sera, lui che di Serra è quasi coetaneo, che ha lavorato allo stesso giornale e votato lo stesso partito, ha parteggiato per il figlio. “Mi stupisce – ha scritto – che nel padre di Serra, così inorridito dalla generazione wireless, dagli iPad, gli iPod e gli iPhone, non ci sia mai curiosità su che cosa il figlio ascolta, legge, condivide. Questo ragazzo ‘sdraiato’ studia? Legge, seppure su un ebook? Che musica ascolta? Crede in Dio o in qualche forma di trascendenza? Ama? Non si viene a sapere niente di tutto questo, probabilmente perché il padre narratore non lo sa, e forse non lo sa perché non gli interessa”. Amen.

È questo il limite del libro di Serra: nel mostrare di non capire e non voler capire il figlio, più che i limiti del figlio, com’era suo obiettivo, rivela quelli propri. La sua è l’espressione dalemiana di perenne sconcerto, quell’urticante “So tutto io”, la cronica mancanza di empatia che è tanto più grave in Serra che in D’Alema perché manca verso il proprio figlio (figlio narrativo, s’intende).
E sì che Serra più di altri dovrebbe cercare di capire. Se “lo sdraiato” infatti è la generazione “me me me”, il padre è la “generazione me”, l’originale generazione dell’IO, autoassertiva e autostrategica: quelli che volevano fare la rivoluzione e sono diventati borghesissimi produttori di profumi e candele artigianali (Serra & Fonseca è l’ultima avventura di famiglia) in un campo di lavanda dell’Appennino emiliano che riproduce l’amata Provenza – ma guai a prenderli in giro, perché i depositari della verità e della cultura sono sempre loro.

Neri, invece, non è e non si sente depositario di nulla. “Se il padre è tutt’altro che un maestro – scrive -, non è un capofamiglia come quelli di una volta, se non possiede l’autorità sufficiente a far rientrare tutti subito nei ranghi, quale soluzione rimane, come ‘salvare’ il figlio e se stessi?” Quando Nik si compra un cellulare Armani Touch da 500 euro, il padre lo rimprovera (“…’sto cellulare da pirla”. E ancora: “Sei un provinciale del cazzo”) e il figlio replica, “Scusa se non li ho spesi in droga, pa’”, quell’episodio, raccontato dal padre, è più una critica a se stesso che al ragazzo.

Michele Neri si addebita la mancanza di prospettive del figlio (“Cercando sempre un modo per rimborsare ciò che le proprie scelte da adulto, le proprie mancanze caratteriali, hanno tolto ai sogni e alle sicurezze di ragazzi e ragazze”); Michele Serra, che è sempre nel giusto, prova imbarazzo a darsi delle colpe, e le attribuisce genericamente alla propria generazione. Sorry, troppo facile (anche se è proprio in quest’imbarazzo che fa più tenerezza).

“Siete voi ad aver fallito in tutto!”, è l’accusa di Nicola Neri al padre in un passaggio critico di Scazzi. Non è così, ovviamente: le colpe dei padri sono spesso alibi formidabile dei figli. Ma forse Serra dovrebbe sentirselo dire più spesso.