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Maddalena Grechi: come costruire un ponte fra l’arte e la vita

Con il collettivo di filmmaker Zalab produce in tutto il mondo documentari per dare voce a chi non ce l'ha e ha creato una rete attiva di 'distribuzione dal basso'

Il cinema italiano non è un affare da donne. Sono pochissime infatti quelle che ricoprono ruoli manageriali nelle società e negli enti che si occupano di formazione, finanziamenti, produzione e distribuzione cinematografica. Con qualche rara e fortunata eccezione nelle realtà più piccole. Maddalena Grechi, per esempio, presidente di Zalab, collettivo di filmaker che realizza laboratori di video partecipativi e documentari insieme a persone che vivono ai margini della società.

“Sono arrivata a ZaLab dopo un lungo cammino personale iniziato dalla mia passione per il teatro di Peter Brook. Era la fine degli anni ’90 a Milano e io ero una studentessa universitaria che vedeva in questa forma d’arte la possibilità di gettare un ponte fra l’affermazione dei bisogni dell’individuo e l’esigenza di contagiare la realtà che lo circonda. Il mio percorso di ricerca mi ha spinto oltre i confini dell’Italia, fino in Burkina Faso e Costa d’Avorio, alla scoperta di forme espressive più vicine alla cultura popolare, come quella della tradizione orale, dei cantastorie. Forme che potessero abbattere la ‘quarta parete’, quella parete immaginaria che divide il palcoscenico dal pubblico, dalla vita.”

Dopo anni di laboratori teatrali e teatro di sensibilizzazione in vari paesi dell’Africa, Maddalena incontra i filmaker di Ucc – Unità di cooperazione creativa, un gruppo del quale fanno parte alcuni dei compagni di viaggio con i quali costituirà il progetto di Zalab. All’inizio organizzano laboratori video all’interno di progetti di cooperazione allo sviluppo, per facilitare quel percorso di consapevolezza che permette alle comunità coinvolte di esprimere le proprie necessità e partecipare attivamente al cambiamento. Successivamente pensano di integrare questo lavoro di riflessione utilizzando la metodologia del video partecipativo, dando a gruppi di persone “emarginate” la possibilità di avere una propria voce, di vedersi rappresentati.

“Abbiamo portato i nostri laboratori in Tunisia, Palestina, Albania, Spagna e ne sono nati racconti forti, prospettive inedite con elementi che nessuno aveva colto. Non solo come storie di singoli individui ma anche come dato sociale. Riflettendo a posteriori, è normale che fosse così, perché per la prima volta si riusciva ad avere una visione dall’interno di determinati fenomeni. Ma anche noi siamo rimasti stupiti dalla intensità di queste storie. È lì che si è configurato ancora più chiaramente il nostro progetto: dare un’occasione a ‘occhi non accreditati’ di essere qualcosa di più che oggetti del racconto altrui, di diventare autori della propria storia”.

Da questa idea è nato Come un uomo sulla terra nel quale Dagmawi, uno studente di legge etiope, racconta come è arrivato in Italia via mare, subendo i soprusi della polizia libica e le violenze dei contrabbandieri e degli uomini che gestiscono il viaggio verso il Mediterraneo. E poi Il sangue verde, che attraverso i volti e le voci dei protagonisti delle manifestazioni del 2010 a Rosarno fa luce sulle condizioni di degrado di migliaia di immigrati africani sfruttati come braccianti agricoli e costretti a vivere in condizioni intollerabili. Fino al documentario presentato all’ultimo Festival del Cinema di Roma, Container 158, nel quale Sasha, Miriana, Giuseppe e Cruis ci portano a visitare il ‘villaggio attrezzato’ di via di Salone, un campo in cui l’amministrazione di Roma ha raccolto più di 1000 cittadini di etnia rom, oltre il raccordo anulare, lontano da tutto e da tutti.

Man mano che questi lavori hanno cominciato a circolare, sono arrivati anche i riconoscimenti: la candidatura al David di Donatello, la Mostra del cinema di Venezia, il premio Vittorio De Seta. Ma in Italia il mercato della distribuzione è in mano ad un piccolo gruppo di soggetti economici che trascurano tutta una serie di film, cortometraggi, documentari che, per contenuti e per forma, vengono considerati meno commercia(bi)li. E allora Zalab ha creato una rete attiva, una ‘distribuzione dal basso’ composta da oltre 300 associazioni, scuole, centri sociali, parrocchie e università che collaborano alla diffusione capillare dei documentari e che hanno consentito di portare quelle storie, e quando possibile anche i protagonisti, nei luoghi più sperduti d’Italia.

“Grazie a questo network i nostri lavori in un anno sono riusciti ad avere fino a 400 proiezioni, che è più di quello che ottiene un film, che non sia un blockbuster o un cinepanettone, che arriva nelle sale cinematografiche italiane” continua Maddalena Grechi. “Il modo più efficace per far conoscere un problema è quello di affrontarlo con chi lo vive e ha la volontà e gli strumenti per farsene portavoce. Ma è importante che ci sia anche un fine artistico che garantisca un dialogo continuo tra il percorso umano e la qualità cinematografica. Grazie all’empatia che si crea fra narratore e spettatore sono nate diverse campagne di sensibilizzazione, sul diritto di asilo, sullo ius soli, sulle politiche di integrazione. Malgrado le difficoltà di mercato continuiamo a lavorare, con più esperienza e consapevolezza ma con lo stesso entusiasmo, per realizzare quel ponte che già cercavo di costruire quando facevo teatro: il ponte fra l’arte e la vita.”