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Lella Costa: “Quando l’amore in età matura è basato sulla complicità”

Protagonista con Paolo Calabresi di Nuda proprietà, il testo che Lidia Ravera ha tratto dal suo nuovo romanzo Piangi pure e che è ora in scena per la regia di Emanuela Giordano, l'attrice milanese racconta un'unione oltre il tempo

Tre donne, anzi quattro, per raccontare che l’amore è possibile: a tutte le età. Sono Lella Costa, Lidia Ravera, Emanuela Giordano. E poi c’è lei. Si chiama Iris e le ‘frequenta’ tutte.

Iris ha sessant’anni, forse sessantacinque. Fa le scale a piedi e salta alla corda. È simpatica, indubbiamente, e un po’ logorroica, una di quelle signore che attaccano bottone ma non certo con il primo venuto. Forse ha imparato a selezionare la preda, chissà, ad accudirsela senza dare troppo a vedere.

Abita in una casa da cui si vede il cupolone, lei garantisce, e ha una camera in più, ché non si può mai sapere.

Iris è la protagonista di Nuda proprietà, il testo che Lidia Ravera ha tratto dal suo nuovo romanzo Piangi pure (Bompiani) ora in scena per la regia di Emanuela Giordano. Protagonista Lella Costa, più divertita che mai.

Nuda proprietà è una storia d’amore. Esattamente cosa racconta?

Tutto ha inizio con una stanza in subaffitto che Iris offre a Carlo, uno psicanalista sfrattato dal piano terra dove aveva lo studio. Qualche aperitivo al bar sotto casa, poi l’invito a salire, buona conoscenza, amicizia.

Poi però scoppia l’amore, un amore maturo. È giusto parlare di sfida?

Bisogna rivedere i vecchi codici a cui eravamo abituati. Oggi la vita è più lunga ed è un dato di fatto, non un merito. Quindi anche l’amore in età matura non può essere un’eccezione ma dovrebbe diventare una consuetudine. Un modo per dare vita agli anni e non anni alla vita.

Tra Iris e Carlo è lui il più giovane. E questo (purtroppo) è ancora difficile da accettare.

Oggi si tende ancora a investire sull’essere fecondi, su un mondo giovane eroticamente attivo, ma la vita dura di più e anche se non siamo ancora abituati a pensare all’amore in età avanzata dobbiamo attrezzarci. Carlo comunque non è molto più giovane di lei. Il loro non è il rapporto tra una donna matura e un ragazzino. Sono nella stessa fase della vita e si incontrano a giochi già avvenuti. La loro è una relazione basata sulla parola, sulla complicità.

Com’è il loro linguaggio?

È un linguaggio divertente che prevede un codice comune. E anche se non è uno spettacolo comico, in cui la comicità arriva immediata, ci sono momenti in cui si può ridere molto.

C’è un momento in cui lui le chiede ‘ha bisogno di qualcosa per dormire?’ e lei risponde ‘no, ho bisogno di qualcuno con cui parlare’.

Per esempio. Forse lui spera che parli un po’ meno e per questo le consiglierà di tenere un diario. Ma quello di Iris è innanzitutto un desiderio di relazione. ‘Ho bisogno di parlare con te, non con me’, gli dice a un certo punto. Succede quando una donna abituata a bastere a se stessa improvvisamente non si basta più.

Lui all’inizio sembra faccia resistenza, è un po’ burbero, forse.

No, Carlo è solo riservato. È uno psicanalista, una persona abituata ad ascoltare gli altri, ma è generoso e disponibile. E la ascolta anche se non è una sua paziente. Finché intuisce che il gioco può farsi divertente e allora diventa complice.

Concretamente come si dispiega il loro amore?

Ci sono momenti di tenerezza, anche di goffaggine. In questo è assimilabile a un amore adolescenziale. Ma mentre in quel caso devi trovare codici nuovi di comportamento, qui devi reinventare una modalità diversa, perché quella di prima è ormai usurata. Cambiano i codici, non l’intensità del rapporto.

A un certo punto però si affaccia la malattia. Cosa succede?

Quando il dolore si presenta con la malattia di Carlo, loro gli tengono testa. E decidono di vivere felici anche se il tempo stringe. Cambia la percezione del tempo e un mese di convivenza equivale improvvisamente a dieci anni di matrimonio. Il loro è un orizzonte basico dove non c’è spazio per i sogni e i grandi progetti, però imparano a fidarsi l’uno dell’altra, a guardarsi negli occhi.

Ma lei mette in vendita la casa.

La casa era già stata venduta in nuda proprietà. Per fronteggiare la precarietà e assicurarsi la possibilità di vivere bene in un tempo indefinito. Un risvolto inquietante, ma molto attuale di questo testo. Oggi infatti la casa è uno dei pochi strumenti per capitalizzare qualcosa senza privarsene.

Iris qualche anno in più di Lella però ce l’ha. Cos’altro le distingue?

Mah, la mia è una vita piena di affetti, di persone, e forse sono meno concentrata su me stessa, non sono ossessionata dalla morte e dall’ammutinamento del corpo. Anche perché faccio un lavoro che in realtà è un gioco.

A proposito, con questo spettacolo ha rotto una consuetudine, quella del monologo. Com’è stato lavorare con Paolo Calabresi che interpreta Carlo?

È stato esaltante. Paolo ha dato al personaggio un’ironia, una tenerezza, una ricchezza di dettagli davvero sorprendente. E io sono molto felice di avere violato la mia vocazione monologante. Perché non è stare sola in scena che mi interessa, ma poter esprimere liberamente quello che provo e sento in un determinato momento. E questo spettacolo me ne ha dato l’occasione.