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Una taglia di diecimila dollari sulla cellulite di Lena Dunham

Jezebel ha dato la caccia alle foto non photoshoppate dell'autrice e attrice di Girls, protagonista della copertina di Vogue di febbraio. Una battaglia all'insegna del femminismo o del pettegolezzo?

No, non è per voyeurismo non è per dare in pasto al pubblico i seni cadenti di una giovane donna che si sta godendo il suo momento di gloria, ma che non ha avuto la fortuna di nascere con il corpo di Kate Moss. No, non è per acchiappare qualche clic. È per dimostrare l’ipocrisia di Vogue, che considera alcuni corpi femminili indegni delle sue copertine, è per difendere la dignità delle donne in tutte le loro imperfezioni. Siamo animate da nobili intenti, noi. Stiamo dalla parte delle bambine.

Questi, più o meno, i toni con cui Jezebel, sito a metà strada tra il gossipparo e il femminista militante nato da una costola di Gawker, ha messo una taglia sulle foto senza ritocco di Lena Dunham, l’autrice e attrice protagonista della serie televisiva Girls.

Per chi non avesse seguito la vicenda, questi i fatti. Vogue, l’uber-patinata rivista di moda, ha messo Lena Dunham sulla copertina di febbraio. L’ha fotografata Annie Leibowitz, una dei più famosi fotografi viventi, nota, tra le altre cose, per la sua relazione con la scrittrice femminista Susan Sontag, morta nel 2004, e per un uso disinvolto di Photoshop.

Nelle immagini, fatte circolare dalla stessa redazione di Vogue prima dell’uscita in edicola, Lena Dunham sembra… beh, molto bella. Non una bellezza sovrumana in stile Charlize Theron, certo, però attraente, ben vestita, non un capello fuori posto né un’ombra di occhiaia o un rotolo di ciccia molla (ché la ciccia resta, ma pare insolitamente soda).

E questo è un male, ha detto Jezebel. Perché tutti sanno che Lena Dunham non è affatto così perfettina (basta guardarla in tv!) e perché se c’è una cosa che rende il suo show, Girls, speciale, è proprio la rappresentazione, meravigliosamente cruda, dei corpi femminili così come sono. La stessa Lena Dunham, che a soli ventisette anni può vantare una buona dose di chili di troppo, delle occhiaia non male e altre forme di cedimento, non si vergogna di mostrarsi in tutta il suo realismo, nella sua serie tv.

E adesso apriamo una piccola parentesi su Girls. Se ancora non lo avete visto, correte a guardarlo! Qualcuno lo ha definito “il Sex and the City delle ventenni”, ma Girls è tutta un’altra cosa. È un autoritratto impietoso, che a tratti sfiora il sublime e assai più spesso il trash, di certe aspirazioni tenere e squallide, di una certo senso di inadeguatezza e di un certo masochismo tipicamente femminili, di quel terrore che ti assale quando ti svegli una mattina e lo specchio ti dice “cazzo, sono adulto”, insomma dell’avere vent’anni e essere donna, ossia due circostanze che spesso si coniugano tragicamente. Chiusa la parentisi su Girls.

Dunque, che cosa ha fatto Jezebel quando ha visto quelle foto di Vogue? Ha promesso la bellezza di 10 mila dollari a chi avesse consegnato la versione originale, prima che Photoshop correggesse gli inestetismi. In pratica, ha messo una taglia sulla cellulite di Lena Dunham.

Non ci è voluto neppure un giorno perché qualcuno si facesse avanti. E così Jezebel ha potuto postare in bella vista nella sua homepage le foto prima e dopo il ritocco. Ci sono le rughe d’espressione cancellate, la scollatura rimodellata per coprire meglio un seno non propriamente sodo, una mano rimpicciolita (per fare sembrare più grandi gli occhi) e un piccione aggiunto di sana pianta (non chiedeteci perché). Il tutto sapientemente illustrato da Jezebel in una serie di Gif, che fanno moooolto contemporaneo.

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Brava Jezebel, avrà pensato qualcuno, così mparano quei cattivoni di Vogue a diffondere immagini di corpi femminili perfetti (anche se nel caso di Lena Dunham si tratta appena di qualche miglioria), che poi lo si sa che fanno sentire le donne vere, quelle dalle occhiaia non photoshoppate, delle schifezze.

Allora, giustizia è stata fatta? Un’operazione del genere rende giustizia alla dignità delle donne più di quanto non lo facciano le photoshoppate di Vogue?

Quello che abbiamo visto sulla homepage di Jezebel è un corpo femminile dato in pasto al pubblico pagante. Esposto sulla piazza, in tutte le sue più intime imperfezioni, con un’operazione-verità che la diretta interessata ha subìto, non scelto.

Vuoi mostrarti al mondo senza occhiaia e con le tette un po’ meno cadenti? Non ti azzardare, carina, che ci pensiamo noi a dire a tutti come stanno realmente le cose.

È un’operazione che ricorda da vicino la moda, in questo caso sì dichiaratamente voyeurista, di paparazzare le star hollywoodiane senza trucco. Insomma, un pettegolezzo da vecchia zia inacidita, più che uno schiaffo al patriarcato.

Ma anche un’operazione che ricorda, forse un po’ meno da vicino, una pratica spesso denunciata, e a ragione!, dalle femministe: lo slut-shaming, ossia la pubblica umiliazione delle “sgualdrine” che non si conformano al modello di sessualità repressa che alcuni ritengono appropriato per le rappresentanti del gentil sesso.

Che differenza c’è tra esporre sulla pubblica piazza una sgualdrina e una bruttina photoshoppata? Cara puttanella, tu non ti adegui alle regole di noi brave ragazze, e te la facciamo pagare. Cara bruttina che ti fai photoshoppare prestandoti a qualcosa che noi vediamo come propaganda misogina, e te la facciamo pagare.

In tutti e due i casi, quello che una fa del suo corpo è una questione pubblica. Il ragionamento è lo stesso, che si tratti di sessualità o di qualche cellula adiposa di troppo, il tuo corpo non è soltanto tuo.

Qualcuno potrà forse obiettare che Lena Dunham di mettere in bella mostra la sua cellulite non s’è mai vergognata (indimenticabile la scena Girls in cui lei corre per le strade di Brooklyn con una orrenda maglietta trasparente).

È vero, si potrebbe rispondere, ma non in questo caso. Se è vero che Lena Dunham non si vergogna di fare vedere occhiaia e cellulite nella sua serie tv, questo non significa che non sia un suo diritto apparire sulla copertina di Vogue con delle forme più accattivanti e un piccione in testa, senza che qualcuno avverta il bisogno di “fare giustizia” e ripescare le foto originali.

È la stessa, per nulla sottile, differenza tra outing e fare coming out, di cui scriveva Chiara Lalli su La Lettura del Corriere della Sera. Una cosa è dichiarare di propria iniziativa di essere gay, un’altra è rivelare l’omosessualità altrui con la pretesa di smascherare l’ipocrisia della società.

Potremmo chiamarlo Photoshop shaming, e un po’ fa paura. Perché se oggi ci sentiamo liberi di denunciare pubblicamente le donne che ricorrono ai fotoritocchi, domani sarà la chirurgia estetica, e dopodomani, chissà, il fondotinta (che, peraltro, contro le occhiaia fa più miracoli di Photoshop).

Detto questo, se c’è davvero qualcuno che pensa che quello che rende Girls uno show speciale siano i corpi imperfetti di alcune attrici, ha preso un granchio colossale. Ciò che fa di Girls una serie unica non sono i corpi delle ragazze ma quello che le ragazze fanno, con quei corpi. Ma questo ci rimanderebbe a un discorso più ampio, e cioè che le donne non siano soltanto corpi, sgraziati o armoniosi, ma anche, beh, persone. Di questo, forse, parleremo un’altra volta.