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Le lettere di Etty Hillesum, per non dimenticare l’Olocausto

Ebrea non praticante, sedotta nell’adolescenza dai suoi amanti e dallo studio, amò Agostino, Rilke, Jung, Dostoevskij, i Vangeli. La scrittrice morta ad Auschwitz avrebbe compiuto oggi 100 anni

“Dopo la notte scorsa, per un istante ho creduto in tutta sincerità che tornare a ridere sarebbe stato un sacrilegio”. Eppure, la capacità di cogliere gli ultimi residui della bellezza del mondo e il rifiuto di lasciarsi annientare dal dolore, permisero sempre a Etty Hillesum di aggrapparsi a una piccola speranza: “Ma poi mi sono detta che c’è chi se ne è andato ridendo – anche se non molti, stavolta – e che in Polonia riderà pur qualcuno ogni tanto – anche se non molti, credo, di quest’ultimo carico”.

In occasione del centenario della nascita dell’ebrea olandese Etty Hillesum, nata il 15 gennaio del 1914, due sue lettere scritte dal campo di transito dove era confinata sono state ritradotte e pubblicate da Castelvecchi, Due lettere da Westerbork (pp. 72, euro 7,50). Si tratta delle uniche due che furono pubblicate quando era ancora in vita, clandestinamente, dalla resistenza olandese. La versione integrale del Diario (di oltre 800 pagine), e le Lettere, sono pubblicate da Adelphi.

La “vita libera e sregolata”, come Etty descrisse gli anni appassionati della sua giovinezza, riuscì a prendere luce nel periodo più buio del Novecento, in un crescendo di riflessioni sulla sua epoca e di tensioni interiori che la rendono una delle figure più notevoli e complesse del secolo scorso (nel primo incontro pubblico dopo le dimissioni da papa, Benedetto XVI citò Etty Hillesum accanto alle grandi figure della spiritualità, insieme a Florenskij e Dorothy Day).

Queste due lettere, come si legge nell’ottima prefazione di Marcella Filippa, “riequilibrano in parte una sua immagine troppo rigida, riduttiva e parziale, di volta in volta audace e libertina, mistica e angelica”. È lo sguardo con cui Etty seleziona i particolari della vita nel campo di Westerbork ad aiutarci a capire chi fosse veramente e a mostrare come combatté l’orrore che la circondava. La sua fiducia nel futuro si attivava alla vista della tinta gialla dei lupini o del rosso dei cavoli con cui si nutriva: “Una sera d’estate me ne stavo seduta a mangiare il mio cavolo rosso sul ciglio del campo di lupini gialli, che si estendeva dalla baracca della mensa fino a quella in cui ci si toglieva i pidocchi”. Farsi destare da questi bagliori di vita dimostra che restò in grado di ricordarsi che una realtà invitante palpitava ancora al di là del filo spinato che la stringeva, al di là della Storia che provava a soffocarla. Il fascino di questi scritti non risiede solo nel valore di documento storico, la scrittura di Etty Hillesum ha una forza letteraria ideale per rendere la tragicità della situazione che racconta. Sono le reticenze infatti, i vuoti, il pudore, il senso di inadeguatezza a far stare con lei nell’inferno: non si contano frasi come “la mia penna non dispone di quegli accenti grandiosi che servirebbero a rendere un’idea seppur vaga di queste deportazioni”, “vedo… Oh be’, proprio non mi riesce di descriverlo”, o “se anche proseguissi per pagine e pagine, non avreste un’idea dei piedi strascinati, dei passi stentati, della cadute, del bisogno d’aiuto, delle domande infantili”.

Ebrea non praticante, sedotta nell’adolescenza dai suoi amanti e dallo studio, amò Agostino, Rilke, Jung, Dostoevskij, i Vangeli. In queste sole due lettere sono tantissime le intuizioni sul senso della Storia, sulla memoria, sul rapporto tra ricordi e scrittura, sulla vergogna delle vittime, sulla democrazia. Tra le tante eredità che lascia, se ne può citare una sulla necessità di una esistenza vigile: “Ma la ribellione che nasce solo nel momento in cui la miseria ci tocca in prima persona non è vera ribellione e non potrà mai dare buoni frutti”. E un’altra sulla crescita morale: “Se in un mondo impoverito e reduce da una guerra non avremo altro da offrire che i nostri corpi tratti in salvo a ogni costo, e non un nuovo significato attinto dai pozzi più profondi dei nostri affanni e della nostra disperazione, allora sarà troppo poco”.

Assediata dal Male, morì ad Auschwitz. Si rifiutò sempre di coltivare l’odio: “Ogni nuovo atomo d’odio rende il mondo più inospitale di quanto già non sia”. Se a un secolo dalla nascita tutte le sue parole continuano a rifulgere è forse anche perché Etty Hilleum doveva avere, tra le costole, un sole: “C’è fango, così tanto fango che occorre possedere una grande dose di sole dentro di sé, da qualche parte fra le costole, se non se ne vuole diventare una vittima psicologica”.