Cultura e spettacoli
Personaggio, di ,

Violetta, eroina di un romanzo per nativi digitali

Forse la serie televisiva Disney che vede protagonista la cantante spagnola è un tentativo di romanzo contemporaneo per ragazzi. E, al di là dei moralismi, Violetta è una ragazza in gamba che "sfonda" per tenacia e bravura

Saranno state le vacanze di Natale, con la loro spasmodica e passeggera attenzione ai gusti dei ragazzini. Fatto sta che recentemente sui media non limitiati agli under-13, si è parlato molto della serie-tv Violetta, e non sempre in toni lusinghieri.

Seguo il dibattito su Violetta da quando mi sono offerta di passare un pomeriggio con la mia vicina di casa undicenne, la quale mi ha confessato di aver scelto la sua scuola media per lo studio dello spagnolo, che le avrebbe permesso di “cantare come Violetta”. Erano i giorni del twerking di Miley Cyrus agli Emmy, così anch’io all’inizio ho avuto le mie ritrosie, perché non potevo fare a meno di pensare che Martina Stoessel, l’attrice sedicenne che veste i panni dell’osannata Violetta, sarebbe diventata l’ennesima Britney Spears (ovvero che, proprio come in un sortilegio fiabesco, al compimento della maggiore età, sarebbe uscita di testa nel tentativo di liberarsi del suo personaggio).

Da allora, però, ho notato che a emettere giudizi moralisti sulla serie-tv argentina, erano più spesso le donne. E, a lungo andare, tra le obiezioni mosse al successo di Violetta, non ho trovato nessuna argomentazione convincente. In particolare, è stato l’articolo di Benedetta Tobagi uscito su Repubblica il 4 gennaio a farmi passare definitivamente tra le V-Lover più anziane della storia.

Nell’articolo a cui mi riferisco, Tobagi confronta il telefilm Violetta con il best-seller di Jeff Kinney, Diario di una schiappa, e auspica l’avvento di un “idolo-schiappa” anche per l’universo femminile. Il discorso è fallace in più punti. Prima di tutto, perché dà per scontato che Greg la Schiappa non possa già essere un idolo per una ragazzina. In secondo luogo, perché la presunta superiorità del Diario di una schiappa si basa sull’assunto che il fumetto (talento del piccolo Greg) sia un’arte più nobile del canto e del ballo, forse in quanto più nerd, meno esibizionista, o magari solo perché ancora non esiste un talent legato al fumetto.

La cosa più bella della Schiappa sarebbe, secondo Tobagi, il (cupo) realismo nel trattare il mondo dei ragazzini delle medie, un mondo grigio come la matita, e non glitterato come lo Studio 21 di Violetta; un mondo abitato da mutanti brufolosi che subiscono le angherie dei bulli, e dove realisticamente il massimo che si può fare è ribellarsi disegnando personaggi vincenti per il giornalino scolastico.

Ebbene sì, può darsi che l’Inghilterra sposi meglio dell’Argentina la gradazione emotiva della preadolescenza. Ma la fiction non è forse adibita a generare mondi di amori impossibili e sogni irrealizzabili, dove le tensioni del mondo reale sono portate all’estremo?

Ora, non vorrei esagerare nel perorare la causa della baby pop-star, e, sostenere addirittura l’ipotesi, pur intrigante, avanzata da Paolo Giordano su la Lettura del Corriere della Sera secondo cui Violetta sarebbe l’orfana Dickensiana (a scuola di canto sulle orme della defunta madre, cantante lirica argentina) e, vertice di un triangolo amoroso di bellocci dalle ciglia troppo folte, finirebbe per diventare addirittura la Anna Karenina dei bambini.

Penso però che la forma seriale avvicini Violetta, più della Schiappa, a un tentativo di romanzo contemporaneo per ragazzi. E che questo effetto-feuilletton sia ottenuto non solo dalla struttura a episodi, che permette maggiore approfondimento psicologico dei personaggi, ma anche dal fatto che Violetta si nutra innegabilmente degli stereotipi del romanzesco.

Soprattutto, mi sembra un po’ da penitente l’idea che una ragazzina non possa sfogare le frustrazioni della sua età anelando a un mondo fittizio, dove però accade qualcosa non solo di verosimile, ma anche di auspicabile: ovvero che la bravura (a cantare e ballare) e la tenacia nel perseguire un sogno si trasformino in una reale occasione di successo.

È vero, la Tobagi lo dice, anche la Schiappa ripete spesso che “da grande diventerà una celebrità”. Dunque, qual è il problema? Forse la paura che le nostre figlie adolescenti siano così deboli da dover per forza compiere l’equazione successo=pista da ballo, mentre i piccoli, fortunati lettori della Schiappa si indirizzano da subito sulle sudate carte?

Ebbene, ecco S., protagonista settenne dell’articolo di Paolo Giordano, che solo alla fine del pezzo si scopre essere un maschietto, il quale si identifica con uno dei pretendenti amorosi di Violetta, e che, alla domanda riguardo al successo della serie risponde grave: non puoi capire.

Ed ecco le ragazzine di dieci anni, che riescono a fare una distinzione tra l’attrice Martina Stoessel e la sua emanazione, Violetta, le quali “hanno solo la stessa voce”, ma “la prima è solo una copiona che cerca di attaccar briga con Beyoncé e Demi Lovato”, mentre la seconda “è una ragazza eccezionalmente brava per la sua età, che cerca nel canto una via d’uscita dall’amore oppressivo del padre, e un legame con le sue origini.”

E riecco la mia vicina di casa, quella che voleva studiare spagnolo, che è appena uscita a comprarsi l’ultimo successo di Jeff Kinney: Guai in arrivo. E che non ha bisogno di una schiappa in rosa (tra l’altro, non c’è già Patty del Mondo di Patty?) per capire cos’è la fantasia, e cosa la vita.