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L’egemonia di Peppa Pig, Pinocchio l’autarchico e il mistero del bambino mucca

Progressista, femminista o rabbiosa marxista-leninista. O forse conservatrice. Peppa Pig imperversa, è il personaggio del 2014 di cui tutti parlano e scrivono  

Se avete un figlio sotto i 4 anni, possedete un televisore e abitate nell’emisfero boreale per voi il 2013 è stato l’anno di Peppa Pig. Probabilmente anche l’anno scorso, forse anche il prossimo.

Egemonia. Non mi viene in mente un’altra parola per spiegare quello che mi è capitato un mese fa, a Firenze, quando ho visto il manifesto di uno spettacolo di burattini sulla “vera favola di Pinocchio”, con “Peppa Pig ospite nel paese dei balocchi”. Capite? Anche a Firenze dov’è nato, nella Firenze di Collodi, Pinocchio ha bisogno del traino di questa maialina inglese che in pochi anni ha invaso il mondo neanche fosse la regina Vittoria.

Insomma, i piccoli fiorentini conoscono più Peppa Pig di Pinocchio, non ci possiamo far niente, è il nuovo che avanza, è la vita, e in fondo, come dice Margaux Hemingway in Manhattan, “bisogna avere un po’ di fiducia nella gente”.

PinocchioNessun genitore lo ammetterà, ma all’inizio a tutti noi il successo di Peppa Pig è sembrato incomprensibile. Un cartone a due dimensioni, pochi colori pallidi, puntate di 5 minuti, storie elementari di una famiglia qualunque di quattro persone, ops maiali. Il grado zero della fantasia. Alessandro Baricco scriverebbe che Peppa – nella sua semplicità – è un perfetto esempio di barbaro che saccheggia il nostro villaggio, il sintomo di una mutazione: se milioni di bambini, di diverse latitudini, guardano lo stesso cartone qualcosa vuole dire, anche se non sappiamo cosa.

Sulle prime ho provato a combattere la mia piccola guerra contro il colonialismo e ho giocato la carta dell’italianità della Pimpa di Altan contro la Peppa dell’impero britannico. La Pimpa che presta i suoi pallini rossi all’arcobaleno, la Pimpa che fa un salto in Africa facendosi l’autostop con le onde, la Pimpa che disegna una porta sull’uovo per far uscire il pulcino, sposta le stelle sul prato e le margherite in cielo. Ho perso. Mia figlia Amelia ha flirtato qualche settimana con la Pimpa e poi è tornata nelle braccia di Peppa. Se ci penso è sempre andata così, anche con Disney: c’è stata la stagione Cenerentola, quella Aristogatti, quella lunghissima de La carica dei 101. Ora vive la fase Robin Hood, c’è solo Robin Hood, ma sono certo che prima o poi tornerò da Peppa. Magari in gennaio, quando uscirà il film nelle sale.

D’altra parte lo ripetono un po’ tutti: Peppa Pig vince perché è rassicurante, è positiva, è ottimista. La sua famiglia di maiali è in tutto e per tutto uguale agli uomini, tranne che ogni tanto grugniscono e si rotolano nel fango: vanno al supermercato, usano il computer, fanno la raccolta differenziata. Papà e goffo, negato per il bricolage ma sa cucinare, la mamma è efficiente e lavora da casa. Non c’è nulla di particolarmente british, a parte la guida a sinistra.

Per i genitori il problema è che Peppa non si può prendere a piccole dosi. Ne sono state prodotte quattro edizioni di 52 episodi ciascuna (una quinta è in uscita), ogni episodio dura 5 minuti, su RaiYoyo solo di sera va in onda per due ore e quindi è matematicamente impossibile non incappare nello stesso episodio nel giro di pochi giorni. Contro l’effetto overdose in casa abbiamo sviluppato un’attenzione a dettagli che ci sembrano misteriosi, che interpretiamo come segnali esoterici: perché il bambino mucca (cioè il figlio di Mamma mucca) compare solo in una puntata e non parla mai? Cosa gli è successo? Quale segreto custodisce? E ancora, quanti lavori fa la Signora Coniglio?

Con Peppa presto importeremo dalla Gran Bretagna anche le polemiche. Anzi, diciamo subito che qualsiasi discussione socio-politica si possa fare sulla maialina è già stata fatta là. Per esempio nel 2010 il Labour party ingaggiò Peppa per sostenere il suo manifesto per la scuola d’infanzia. La Bbc protestò (la serie è prodotta da Channel 5) e l’operazione naufragò. Ed Balls, già ministro e oggi cancelliere ombra, e l’ex commissario europeo Peter Mandelson polemizzarono pubblicamente. A dicembre un giornalista del Daily Telegraph, Piers Akerman, sul suo blog ha definito Peppa una “bizzarra femminista” attirandosi l’ironia di Alex McClintock del Guardian che ha aggiunto: Peppa è anche una rabbiosa marxista-leninista, multiculturalista e pericolosamente gay friendly.

Peppa è progressista per il ruolo che assegna alle femmine, anche se di maiale, o conservatrice visto il modello di famiglia tradizionale che esalta? Il dibattito è aperto mentre proporrei di chiudere quello sul Pinocchio autarchico, anche alla luce di una storia che pochi conoscono.

Alla fine degli anni ’60 il cartoonist fiorentino Giuliano Cenci (uno degli autori di Carosello) volle restituire la favola alla sua storia originaria, “tradita” dalla versione Disney del 1940. L’idea era di produrre un kolossal di animazione con i veri colori della campagna toscana, la miseria nera dell’Italia di Geppetto, la fata turchina che non è affatto una fatina. Per realizzarlo Cenci chiese l’aiuto finanziario di qualche centinaio di famiglie fiorentine. Il film fu completato nel 1971 e presentato a una proiezione per la stampa a Roma. Il giorno dopo Goffredo Lombardo, grande produttore della Titanus, chiese all’autore di poter distribuire il suo Pinocchio in tutto il mondo. Il regista tornò a Firenze entusiasta ma gli altri soci gli dissero di no, gelosi della propria indipendenza e timorosi che Roma e la Titanus potessero scippare la loro creatura. Un burattino di nome Pinocchio fu presto dimenticato e abbandonato nell’archivio Rai. Restaurato dal Centro sperimentale di cinematografia, è uscito poche settimane fa in versione dvd. Meglio di niente ma un po’ tardi. Chiamate Peppa Pig nel paese dei balocchi.