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Julia Kendall, una wonder woman senza superpoteri

Anche se ha il volto di Audrey Hepburn, la criminologa nata dalla matita di Giancarlo Berardi è un personaggio che ha qualcosa di reale, niente pistola né arti marziali ma tutta intelligenza e professionalità

Mica facile starsene lì accanto a Tex Willer e Dylan Dog, come minimo bisogna essere degli eroi. E Julia Kendall non è la classica “eroina” dei fumetti, né un’icona da schermo tv: sobriamente elegante in stile Audrey Hepburn, costretta a immergersi ogni giorno in casi violenti che risolve grazie alla sua caparbietà e determinazione, Julia è forte ma anche sensibile e fragile e ha successo perché sa sfruttare le sue risorse.

Donna della finzione, certo, ma non un’astratta wonder woman: questa trentenne single che di lavoro fa la criminologa, fuoriuscita quindici anni fa dalla matita di Giancarlo Berardi per il poliedrico editore Bonelli, è un personaggio che parla di realtà. Julia è una che “fa”, che si butta nella mischia e vince.

Non facciamoci distrarre dal look – alzi la mano chi non vorrebbe essere quasi ogni giorno come la mitica Audrey – o dalla distanza del luogo dell’azione dove le storie si svolgono – la provincia del New Jersey in una immaginaria cittadina chiamata Garden City, ché il nome è già tutto un programma – concentriamoci invece sulla donna che combatte quotidianamente la sua battaglia, una che vince perché si affida alle sue capacità.

Trucco sobrio, abbigliamento sportivo (pantaloni perlopiù) ma di classe, ama la musica ed è una patita del cinema anni Quaranta. Orfana dall’età di tre anni, Julia ha una sorella che gira il mondo facendo la modella e abita nella grande casa che era della sua famiglia. Insegna all’università, ha un bel rapporto con i suoi studenti e collabora con la procura e la polizia locale, che la consulta frequentemente e per cui risolve casi anche molto pericolosi.

Ma non è facile muoversi nel noir. E per conciliare competenza, intelligenza e sensibilità oltre che professionalità bisogna essere toste, sapersi calare nelle menti degli individui che si incontrano, criminali autori di efferatissimi delitti, violenti serial killer, personaggi con gravi problemi psicologici. I tratti dell’universo di Julia, insomma, e in questo suo universo Berardi ci fa tuffare subito dal primo albo, Gli occhi dell’abisso uscito nell’ottobre del 1998.

Che poi ci sta che Julia sia anche l’io narrante, una donna che scrive il suo diario; che ogni tanto qualche lacrima scenda – prontamente consolata dalla fida Emily, più tata che colf – e che la brillante professionista passi più serate con il suo gatto persiano Toni anziché con gli uomini. Ci sta che non riesca a imbastire una relazione decente e che flirti con il tenente Alan Webb – eroe maschile che l’affianca e che le commissiona i casi ma che senza la bravura di Julia non porterebbe a casa i suoi successi – e che il suo amico sia un figo, Leo Baxter, investigatore privato, bello e atletico che, se serve, usa anche la forza fisica.

Ma soprattutto ci sta che lo stile scelto per far vivere questa “eroina della realtà” sia quello della scrittura fitta – l’albo per l’occasione si allunga di un trentaduesimo e arriva a 126 pagine per fare più spazio e tratteggiare la suspence necessaria – con una colonna sonora delle pagine del diario di Julia che spazia dai Rolling Stones a Eric Clapton a Carol King fino alla musica classica.

Certo, le donne costrette alle acrobazie della vita di tutti i giorni raramente guidano una Morgan – anche se questa è il compenso per un lavoro fatto e se sta sempre dal meccanico – e a quel fisico calcato su Audrey possono tendenzialmente solo ambire.

Ma non disperiamo: il ciclonico Berardi racconta che inventando Julia, oltre a documentarsi, ha fatto un grande lavoro per capire l’animo femminile: “Per un uomo – dice – compenetrarsi nella psicologia di una donna è come scandagliare un mistero affascinante e terribile; entrare in un mondo alieno e imparare a interpretarne il linguaggio”. Così è nata una figura forte ma senza “poteri superomistici, tutta intelligenza, professionalità, capacità di intuizione”. Niente pistola né arti marziali, insomma, una donna “normale”. Proprio come le tante che conosciamo, soprattutto nella realtà.