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Le principesse Disney, sempre più ribelli e sempre meno in attesa del principe

Il salto evidente da Biancaneve e Cenerentola a Rapunzel e Merida segna un percorso di emancipazione femminile e manda un chiaro messaggio alle donne di domani, mai più "belle addormentate"

Non è per caso che al fiorire dei gender study si sia associato da subito un interesse polemico per la figura della principessa nella storia dei film Disney, prima ancora che “le principesse Disney” venissero accomunate tra loro dalla casa madre e chiamate a costituire un brand, buono per zainetti, astucci e uova di Pasqua. Le femministe, infatti, per diverse generazioni, hanno puntato il dito contro il modello retrogrado e punitivo incarnato da questi personaggi femminili, sottolineando la loro dipendenza dal fattore estetico e, più che mai, dalla necessità del matrimonio per “vivere felici e contenti”. Ma come sono cambiate le cose, se sono davvero cambiate, dai tempi del Codice Hays ad oggi?

Biancaneve (1937) e Cenerentola (1950), che del primo è sostanzialmente un remake, lavavano le scale e sognavano il principe azzurro. Avevano pelle chiara e voci melodiose, tali e quali a cinguettii di uccelli. Erano casalinghe per vocazione prima ancora che per contratto, materne verso nani e topolini, e il massimo diritto a cui aspiravano era, appunto, quello di poter sognare.

Molti, anzi troppi anni dopo, Tiana (La principessa e il ranocchio, 2009) è invece una ragazzina afroamericana che sogna di gestire un proprio ristorante, coronando così un desiderio più personale, non necessariamente legato alla sfera del sentimento amoroso (anche se il padre gioca un ruolo importante). Lavorando duro, ottiene quello che ha tanto desiderato. Una rivoluzione? Non proprio, perché il fatidico principe tocca anche a lei, e pare dunque che, anche nel nuovo millennio, non se ne possa fare a meno.

Le bambine sono lettrici attente dei messaggi cinematografici, vogliono portarsi via dalla sala (o dalla visione domestica) più ricordi possibili, più battute, elementi da poter imitare, per questo non si può dubitare riguardo l’esistenza di un impatto culturale del messaggio audiovisivo disneyano, anche se oggi, ad essere onesti, lo si può ipotizzare più che mitigato dalla vastissima alternativa presente. La letteratura per ragazzi, in particolare, si preoccupa da anni di scardinare gli stereotipi sessisti, sia riesumando le proposte anni Settanta (come le storie, dall’esito un poco dubbio, di Rosa Confetto) sia con racconti nuovi e contemporanei, come lo spagnolo di successo C’è qualcosa di più noioso di essere una principessa rosa?.

E il cinema? Se fuori dalla Disney s’incontrano i personaggi femminili più originali, come la Astrid di Dragontrainer o la Mavis di Hotel Transilvanya, anche in seno al colosso dell’intrattenimento infantile si affacciano grandi novità. Da sempre, lo Studio non può non tener conto dei cambiamenti sociali, ma le risposte che ha fornito nel tempo non sono state sempre oneste, come dimostrano il caso compromissorio di Tiana e quelli di Mulan e Jasmine, la cui appartenenza etnica è sfruttata quasi esclusivamente come ingrediente esotico.

Gli ultimi titoli, invece, sembrano fare davvero la differenza. In Rapunzel (2010), Ribelle (2012) (che è un film Pixar, ma del nuovo corso, legato alla Disney), Ralph Spaccatutto e Frozen (2013) c’è un dato di partenza che la dice lunga sul ribaltamento in atto: le protagoniste, infatti, non diventano principesse in virtù delle nozze con un principe, ma nascono principesse e, se mai, sono loro a far dono ai fortunati partner del titolo di nobiltà.

Quando accade. Perché la Merida di Ribelle non si sposa proprio, anzi, lotta fino all’ultimo per il diritto a restare single finché non muteranno i suoi piani in proposito: non è un caso che Ribelle sia codiretto da una donna, il premio Oscar Brenda Chapman, e la sceneggiatura sia cofirmata da un’altra donna, Katherine Sarafina. E così è anche per Vanellope Von Scheetz, principessa di Sugar Rush, “manomessa” dall’infingardo Re Candito e riportata alle gioie del gioco (e dell’infanzia) da Ralph Spaccatutto, il buzzurro dal cuore d’oro.

Frozen, pur dentro un contesto narrativo e stilistico più tradizionale, fa un altro passetto in avanti, mettendo in discussione l’idea fiabesca di “amore a prima vista”. Ciò che Biancaneve e Aurora davano per scontanto, al punto da attendere quell’amore immobilizzate in un lungo sonno, improvvisamente non è più così certo: il colpo di fulmine, per Anna, si rivela un tragico abbaglio, mentre acquista maggiori chance di spuntarla un sentimento costruito passo dopo passo, con la frequentazione e l’amicizia, e non senza conflitti (un precedente si trova giusto in Belle – La Bella e la Bestia, 1991-, ma complicato dallo spirito di sacrificio e dalla drammaticità degli eventi).

Anche Frozen, infine, vede un’importante presenza femminile dietro lo schermo, con Jennifer Lee alla sceneggiatura e alla co-regia. Sono segnali di cambiamento non da poco se si pensa che, per tutti gli anni della gestione Walt Disney, le uniche donne nello Studio sono state le ragazze che trasferivano i disegni degli animatori su celluloide per poi dipingerli: un ruolo meccanico, dunque, estraneo all’aerea artistica vera e propria.

Cosa ci riserverà il futuro e chi sarà la prossima principessa, non è dato sapere, per ora. Quel che è certo è che il motto dello zio Walt, “if you can dream it, you can do it”, pur con indiscreto ritardo, sta dimostrando di saper reggere e di potersi adattare ai nuovi, “ribelli” ed imperscrutabili sogni che debuttano ogni Natale in società.