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Elsa e Anna: elogio della sorellanza in Frozen, il cartone Disney di Natale

Il nuovo film di animazione della major americana affronta il tema della leadership femminile e racconta come il grande amore non debba essere per forza fra un principe e una principessa

“Sisters are doing it for themselves”, cantavano Annie Lennox e Aretha Franklin, ed è un ritornello che torna in mente dopo aver visto Frozen, il cartone animato di Natale della Disney, che si rifà alla propria tradizione narrativa per rivoltarla come un calzino (della Befana). Le sorelle ce la fanno da sole, ed è proprio quello che succede ad Elsa e Anna, le giovani protagoniste di Frozen, che lasciano agli uomini al massimo il ruolo di… principi consorti.

Elsa e Anna sono due principesse, figlie di genitori illuminati ma assai preoccupati da quello che ritengono essere il “problema” di Elsa: quello di possedere un potere grandissimo e pressoché incontrollato. Elsa infatti può trasformare in ghiaccio tutto ciò che la circonda, e questa capacità diventa inarginabile quando la ragazza perde il controllo delle proprie emozioni, positive o negative che siano.

Ora, legare il potere di una giovane donna alla sua emotività è un modo interessante per la Disney di affrontare la tematica della leadership femminile. Elsa è nata per comandare, sarà regina e detiene un potere che, in mano ad un maschio, sarebbe considerato inequivocabilmente come un’arma vincente. Ma la mano che ha in pugno quest’arma è femminile, e dunque necessita di un guanto che la contenga, e ne trattenga la potenza.

Andando a scavare un po’ più a fondo, si potrebbe dire che è il fatto stesso che Elsa abbia un potere, e sia femmina, a renderla pericolosa, e che la sua emotività non c’entri granché (da quando in qua si chiede a un capo di contenere il proprio carattere, anche quando è un caratteraccio?). In questo senso il suo archetipo, più che quello della principessa, è quello della strega. E in quanto strega Elsa si ritrova costretta ad allontanarsi dal regno, con l’aggravante che non è il suo popolo a costringerla all’isolamento, ma è lei stessa ad autoconfinarsi per non fare del male a nessuno, in primis la propria sorella. Da qui a tracciare il parallelo con l’autocensura che molte donne applicano al loro talento di leader, il passo è breve.

Del resto Elsa è abituata all’isolamento perché i suoi genitori, ben intenzionati e amorevoli ma inadeguati a gestire il “problema” della figlia maggiore, le hanno imposto di rinchiudersi per anni in una stanza del palazzo reale, lasciandone fuori la piccola Anna che, senza alcuna spiegazione, viene costretta ad evitare Elsa per tutta la durata della loro infanzia e adolescenza. Il che è ancora più terribile perché le scene iniziali di Frozen ci mostrano quanta intimità e quanto amore ci fosse fra Elsa ed Anna prima che un incidente ne separasse l’infanzia, e quanto fosse spregiudicata e divertente la loro “sorellanza”.

Anna è dunque cresciuta in solitudine, senza la compagnia (e la guida) di quella sorella maggiore così potente e amorevole. Dunque la prima cosa che fa, il giorno dell’incoronazione di Elsa, è andare a cercare compagnia. E la trova quasi subito, nella figura da sempre indicata dalla Disney come quella di riferimento per ogni principessa in età da marito: un principe.

Fin qui tutto secondo tradizione, non solo quella delle favole in generale (Frozen è ispirato a La regina delle nevi di Hans Christian Andersen) ma anche quella del colosso dell’animazione che ha codificato le aspettative delle bambine e ragazze (e ahimè di molte donne cresciutelle) circa la ricerca di un uomo con cui costruire un futuro. Racconta assai bene il fenomeno anche Simona Siri, nel suo saggio Vogliamo la favola, dando la colpa (anche) a zio Walt se continuiamo ad innamorarci dell’uomo sbagliato scambiando ogni ranocchio per un principe azzurro.

Ma ecco la svolta, che cercheremo di raccontarvi senza svelare tutte le sorprese della trama. Elsa, nel suo isolamento, scoprirà che esercitare il suo potere le piace! E che essere una creatura emotiva non è affatto una brutta cosa, tantopiù che è proprio quella che può sottrarla ad un destino di solitudine perenne come i ghiacci che si è costruita intorno.

Anna, dal canto suo, scoprirà che la coincidenza perfetta di gusti e desideri, da sempre considerata il metro di valutazione del fidanzato ideale, in realtà non è garanzia di nulla: né di amore eterno, né di un futuro comune. A questo proposito è geniale il duetto fra Anna e il “suo principe” che, apparentemente, codifica per l’ennesima volta il mito della corrispondenza a specchio fra due innamorati, e invece prepara il terreno per le smentite a seguire, che sono molto di più di un passaggio narrativo: sono la demolizione di un immaginario romantico edificato dalla Disney a botte di Biancaneve, Cenerentola e Bella Addormentata, e smantellato dalle varie Mulan, Tiana e Ribelle.

Elsa e Anna dovranno capire che non esiste un solo tipo di “vero amore”, ovvero quello fra un uomo e una donna, meglio se giovani, belli e di sangue blu. E ricordarsi che le sorelle possono farcela anche da sole, così come “le madri, le figlie, e le figlie delle figlie”, per dirla con Annie e Aretha.